Il SudEst

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George Floyd e il sogno tramontato

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di FLAVIO DIOGRANDE

Nel suo libro “The Epic of America”, lo storico premio Pulitzer James Truslow Adams, scrive che il “sogno americano” rappresenta l’ideale di una terra in cui la vita dovrebbe essere migliore, più ricca e più piena per tutti, con la possibilità per ciascuno di realizzarsi secondo le proprie capacità personali e di essere riconosciuto dagli altri per quello che è, a prescindere dallo status di nascita.

 

Ecco, quel sogno si rivela oggi assente, vacuo, persino ingannevole per chi, come George Floyd, Freddie Gray, Michael Brown, Eric Garner e tanti altri, è vissuto e morto in un Paese allo sbando, in cui anche il colore della pelle può diventare una colpa.

«Siete degli idioti se non arrestate i manifestanti e non li lasciate in carcere per lunghi periodi di tempo. Dovete dominare, se non lo fate sprecate il vostro tempo e vi travolgeranno facendovi apparire come degli idioti», avrebbe detto Trump ai governatori americani durante la video conferenza dedicata alla gestione dell’ordine pubblico, secondo quanto riportato dal New York Times e dal Washington Post.

Il silenzio è un’arte se il pensiero che nutre l’uomo è bieco e prepotente, rozzo e animalesco, ma il silenzio diviene peccato grave quando la vita di un uomo di 46 anni si spegne sotto il peso arrogante e violento di un delinquente in divisa.

George Floyd, la sera del 25 maggio, va a comprare un pacco di sigarette nel solito negozio di Minneapolis e all’impiegato porge una banconota falsa da 20 dollari. Quella sera alla cassa non c’era il proprietario, ma un commesso che non conosceva Floyd e ha chiamato la polizia, seguendo la procedura prevista in questi casi. Il resto è cronaca filmata dai telefonini dei testimoni. Derek Chauvin, uno dei poliziotti arrivati sul posto, ferma l’uomo, lo immobilizza a terra premendogli un ginocchio sul collo per 8 minuti, nonostante Floyd, visibilmente sofferente, ripeta più volte agli agenti che assistono inerti e impassibili «I can't breathe», non riesco a respirare.

Il sogno americano si spegne in una strada come tante di Minneapolis, nella violenza razzista di un uomo che aveva già alle spalle 18 denunce per violenze commesse in divisa, nell’omicidio ingiustificabile di un uomo di colore che da qualche mese aveva perso il lavoro a causa del coronavirus, nei tweet infelici e nei gesti irresponsabili dell’inquilino della Casa Bianca, nelle frasi di circostanza di Joe Biden – sfidante di Donald Trump nelle elezioni presidenziali di novembre – e dei vertici della politica a stelle e strisce.

Il sogno americano brucia, mentre viene imposto il coprifuoco nelle diverse città in cui la protesta è esplosa cavalcando il malessere sociale accumulato negli anni del capitalismo predatorio, delle illusioni disattese e delle ineguaglianze crescenti, acuite dalle recenti crisi economiche che hanno colpito il ceto medio americano. Scontri, arresti, devastazioni e violenze – perpetrate sia dalla polizia che da gruppi di facinorosi camuffati tra la folla – hanno colpito al cuore dapprima Minneapolis, poi New York, Atlanta, Los Angeles, Boston, Chicago, Okland, e tante altre. Venerdì scorso l’esasperazione dei cittadini è esplosa in una tumultuosa manifestazione fuori dai cancelli della Casa Bianca che ha costretto il presidente e sua moglie Melania a barricarsi in un bunker. L’ultima volta era accaduto l’11 settembre 2001, col vice presidente Dick Cheney scortato nel bunker per timore di un nuovo attacco aereo, dopo gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono.

Quell’ideale di progresso e inclusione svanisce in una storia tragica che si ripete ciclicamente perché, per dirla con le parole del politologo statunitense Noam Chomsky, «la criminalizzazione della vita degli afroamericani è una politica premeditata, dagli Stati del sud del XIX secolo a Reagan».

Le rivolte e i disordini non si placheranno fino a quando non sarà fatta giustizia, concetto ribadito da Jacob Frey, primo cittadino della principale città del Minnesota: «George Floyd merita giustizia, la sua famiglia merita giustizia, la comunità nera e la città meritano giustizia».

Cambiare il corso della storia statunitense non sarà semplice, si dovranno rivedere le storture di un sistema economico che mentre prometteva ricchezza e benessere a tanti, ingrassava le tasche di pochi fortunati. Il razzismo, che ha segnato la storia ultrasecolare dell’America, è una delle pietre fondanti su cui è stato edificato un modello socio-economico iniquo e brutale, ammantato in una coltre di ipocrisia non più tollerabile. A tal proposito, la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, si è lasciata andare su Instagram ad una riflessione che ha il sapore amaro di una verità sottaciuta per troppo tempo: «Se stai chiedendo la fine dei disordini e se stai chiedendo la fine di tutto questo, ma non stai chiedendo la fine delle condizioni che hanno creato questi disordini, sei un ipocrita. Se pretendi che finiscano i disordini – aggiunge l’attivista statunitense – ma non credi che l’assistenza sanitaria sia un diritto umano, se hai paura di dire che le vite dei neri contano, se hai paura di denunciare la brutalità della polizia, allora non stai davvero chiedendo che cessino i disordini. Quello che stai chiedendo è che la tua gente continui a sopportare la violenza della povertà, la violenza di non possedere una casa, senza dire niente. Stai solo chiedendo che continui un’oppressione silenziosa. Quindi se quello che vuoi è che questi disordini finiscano, dovresti chiedere provvedimenti che liberino la gente dall’oppressione della diseguaglianza economica e sociale. Io non sopporto più – conclude Ocasio-Cortez – quelle persone che dicono che dobbiamo fermare i disordini e la violenza come se far pagare a qualcuno 1000 dollari al mese l’insulina di cui ha bisogno per sopravvivere non fosse una cosa violenta».

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