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Terra, un pianeta da salvare

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di FLAVIO DIOGRANDE

Ambiente e salute, un binomio contraddistinto dalla fragilità, nella misura in cui il rapporto del genere umano con l’ambiente è una delle determinanti fondamentali per comprendere lo stato di salute della popolazione umana. Solo per citare un esempio di stringente attualità, la crisi pandemica che stiamo lentamente superando potrebbe essere collegata, secondo esperti di conservazione ambientale, scienziati e Nazioni Unite, alle pesanti attività predatorie e distruttive dell’uomo – pensiamo alla deforestazione, all’espansione delle coltivazioni e al commercio illegale di animali selvatici – che nel corso degli anni hanno generato rischi tangibili per la conservazione dell’integrazione dell’ecosistema.

Un rapporto del 2016, elaborato da UNEP (United Nations Environment Programme), evidenziava come la mancanza di biodiversità e la riduzione dell’ambiente naturale potessero agevolare la nascita, la trasmissione e la diffusione di virus patogeni. Proprio la biodiversità – fonte essenziale per l’uomo di beni, risorse e servizi ecosistemici indispensabili per la sua sopravvivenza – è il tema scelto quest’anno in occasione della celebrazione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, intitolata "È il momento per la Natura" e svoltasi in Colombia.

Questa giornata celebrativa, arrivata alla 46esima edizione, fu istituita per ricordare la prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente che si tenne a Stoccolma dal 5 al 16 giugno del 1972, nel corso della quale fu elaborato il Programma Ambiente delle Nazioni Unite e fu stilata la Dichiarazione di Stoccolma, in cui furono sanciti principi, diritti e responsabilità dell’uomo in relazione all’ambiente.

Secondo l’Onu è necessario promuovere a livello globale una maggiore consapevolezza delle problematiche ambientali, che rappresentano una preoccupazione esistenziale dato che la biodiversità è, come afferma lo stesso organismo internazionale, «la base che sostiene tutta la vita sulla terra e sott'acqua e ogni aspetto della salute umana, fornendo aria e acqua pulita, cibi nutrienti, conoscenze scientifiche e fonti di medicina, resistenza naturale alle malattie e mitigazione dei cambiamenti climatici». La modifica o la rimozione di un elemento di questa rete influisce sull'intero sistema di vita e può produrre conseguenze negative".

Per gli scienziati, che hanno lanciato l’allarme sulla drammatica perdita della biodiversità del pianeta – circa un milione di specie animali e vegetali su un totale di circa 8,7 milioni sono prossime ad estinguersi –  con l’attuale ritmo di estinzione delle diverse specie animali e vegetali potremmo presto trovarci di fronte alla sesta grande estinzione di massa. Se le precedenti estinzioni sono state causate da un eccessivo sfruttamento delle specie – caccia e pesca –, dalla distruzione degli habitat per infrastrutture e dall’agricoltura intensiva, ora è soprattutto l’emergenza climatica a incidere sul declino della natura, che potrebbe rompere l'equilibrio del pianeta con gravi ripercussioni sull’esistenza umana.

Le Nazioni Unite ricordano come l’emergenza di Covid-19 abbia evidenziato il fatto che «quando distruggiamo la biodiversità, distruggiamo il sistema che supporta la vita umana. Oggi si stima che, a livello globale, circa un miliardo di casi di malattia e milioni di morti si verificano ogni anno a causa di malattie causate da coronavirus; e circa il 75% di tutte le malattie infettive emergenti nell'uomo sono zoonotiche, cioè trasmesse alle persone dagli animali». La natura, osserva l'Onu, «ci sta inviando un messaggio», l’ultimo di una serie di segnali che si fanno sempre più frequenti e allarmanti.

A tal proposito, nella ricorrenza della Giornata mondiale dell’ambiente, il WWF ha ripercorso e collegato le emergenze degli ultimi diciotto mesi, che hanno avuto un forte impatto mediatico, al fine di dare una prospettiva più chiara di ciò che la crisi climatica può provocare.

Si parte dal novembre 2018 e dalla preoccupante moria degli insetti. Negli ultimi ventisette anni, secondo uno studio tedesco, vi è stata una riduzione di più del 75% della biomassa degli insetti, che garantiscono l’impollinazione di moltissime piante e quindi rappresentano la base alimentare per tutta l’umanità. Nel maggio del 2019, il rapporto IPBES mostra come il 75% dell’ambiente terrestre e il 66% dell’ambiente marino siano stati alterati in modo significativo dall’intervento umano, mettendo a rischio la sopravvivenza di un milione di specie. Si arriva poi all’estate del 2019 con l’Amazzonia in fiamme. Andarono in fumo interi ecosistemi della foresta amazzonica e più di dodici milioni di ettari del polmone verde della Terra, che regola il ciclo delle piogge, fornisce il 20% delle acque dolci che arrivano negli oceani, sequestra tra i 140 e i 200 miliardi di tonnellate di carbonio ogni anno, raffredda il Pianeta, contrasta la desertificazione, produce cibo e medicine per tutto il Pianeta. Nel settembre del 2019, il nuovo Report dell’IPCC avverte che le temperature oltre la media stagionale dell’inverno Artico hanno determinato una riduzione dei ghiacci marini e terrestri. Anche l’Italia paga il suo doloroso tributo in questa breve cronistoria, con Venezia che nel novembre del 2019 viene sommersa dalla marea provocata da un vortice di venti che assume una velocità fuori dal comune e sospinge grandi masse d’acqua verso la laguna. Verso la fine del 2019 la popolazione mondiale resta scioccata dalle immagini provenienti dall’Australia, dall’Indonesia, dal Bacino del Congo e dalla California, messe in ginocchio da una serie di incendi di grandi dimensioni che producono morte e devastazione, cancellando persone e più di un miliardo di animali. Il divampare violento degli incendi è legato ad alterazioni climatiche che hanno provocato siccità e temperature record. Tra la fine del vecchio anno e l’inizio del 2020 si assiste all’invasione delle locuste, moltiplicatesi grazie all’insolita abbondanza di vegetativa nel Corno d’Africa. Gli sciami, da allora, migrano per cercare nuove aree di alimentazione e devastano i raccolti che incontrano, mettendo a rischio l’approvvigionamento di cibo di oltre venti milioni di persone in quindici Paesi africani. Si arriva poi alla scomparsa delle barriere coralline – che rappresentano uno degli ecosistemi marini più importanti poiché forniscono nutrimento e riparo a più di un quarto delle specie oceaniche – e all’ondata di calore anomala che travolge l’Antartide, il continente più freddo del pianeta. Ciò potrebbe causare in futuro un innalzamento del livello degli oceani fino a 60 metri, che metterebbe a rischio la sopravvivenza di miliardi di persone e interi sistemi produttivi, oltre a sconvolgere la circolazione oceanica globale. Infine, lo studio che rivela come la capacità delle foreste tropicali di assorbire CO₂ si sia ridotta di un terzo nell’arco di trent’anni, a causa di siccità, deforestazione e temperature più elevate.

Un giorno Albert Einstein ebbe a dire: «Le gravi catastrofi naturali reclamano un cambio di mentalità che obbliga ad abbandonare la logica del puro consumismo e a promuovere il rispetto della creazione». Oggi come ieri la gravità della crisi ambientale imporrebbe un deciso e immediato cambio di rotta, ma la strada verso il cambiamento appare al momento più una speranza, che una reale urgenza.

corriere.it