Il SudEst

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"Il riconoscimento del simile come strumento di conservazione della specie"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Per quale ragione un bambino inizia a seguire con passione le lezioni di un insegnante o al contrario se ne disinteressa, rifiutando qualunque forma anche minima di collaborazione con il docente? La risposta è l'amore che nutre per sé stesso. Quest'amore fa sì che se riconosce chi gli sta di fronte come simile a sé, quel bambino lo rispetterà, tributandolo se non dell'attenzione e dei sentimenti che riserva alla sua persona, quantomeno di qualcosa che molto gli somiglia.

Siamo abituati per ragioni letterarie ed artistiche in genere, ma anche banalmente esistenziali, a congetturare su cosa sia l'amore, a cercare di capire cosa si celi dietro amicizie che durano una vita intera ed appunto, al particolare feeling che può legare un maestro ad un discente.

Molti ritengono che a governare la materia sia il principio secondo cui gli opposti si attraggono. Altrettanti sostengono che "chi si assomiglia si piglia". A mio avviso il primo, nonostante le apparenze, non è altro che un diverso modo di guardare al secondo, una sorta di eccezione che confermerebbe la regola secondo cui a farla da padrone nelle relazioni umane è sempre il principio di somiglianza. Che senso ha infatti l'idea di cercare fuori da noi ciò che ci completi, se non ammettere che esiste qualcosa che ci abita che non viene ancora riconosciuto all'esterno e che ne abbiamo bisogno per "confermarci" per essere completamente e fino in fondo noi stessi?

Ovviamente se il vero motore che sta alla base di ogni cosa è questo sentimento, non è detto che esso si sviluppi sempre correttamente e se esistono nel mondo degli animali esempi di madri che rifiutano la prole, allo stesso modo esiste un gran numero di donne che è incapace di entrare in sintonia con i propri figli, permettendo una comunicazione sentimentale ancor prima che culturale, di contenuti dunque, che sarebbe necessario veicolare. L'assenza di questo riconoscimento, pur non mettendo direttamente a repentaglio la sopravvivenza, la rende però più irta di ostacoli  di quanto già non sia, provocando una sorta di cecità, di invalidità dei piccoli nel fidarsi e nell'affidarsi agli altri. Ciò non significa necessariamente che questi non possano conoscere la felicità nel corso della loro esistenza, poiché i fattori che rendono la vita degna o meno di essere vissuta e che possono pertanto correggere o confermare l'imprinting iniziale a cui ho fatto riferimento, sono per fortuna molteplici ed alla fine prevedere il percorso di ciascuna esistenza prima ancora che  sia compiuta è di fatto impossibile.

Il meccanismo di affratellamento col simile si replica poi come un modulo, una misura che applichiamo a tutto ciò che ci circonda e che ci fa prendere una direzione piuttosto che un'altra in ogni momento della nostra vita, sebbene dall'esterno  non sia possibile prevedere come si realizzerà, poiché io soltanto conosco ciò che mi somiglia anzi, posso scoprire chi io sia proprio attraverso l'altro, che mi fa conoscere parti di me stesso che non sospettavo di avere e che mi consentiranno poi il riconoscimento di me fuori da me. Il "grande gioco"  dell'amore mi pare assolvere il suo ruolo fondamentale, se non il suo unico scopo infatti, proprio nella conoscenza profonda di ciò che siamo.

Possiamo sperimentare il meccanismo del  riconoscimento anche nell'incontro e nella vicinanza col mondo degli animali, ma anche nell'adesione politica o nell'arte. Perché ad esempio Saffo e Catullo hanno sempre goduto dell'amore incondizionato dei lettori di ogni tempo? Perché adoriamo certi  autoritratti di  Vincent Van Gogh, se non per la pura identificazione con essi, per il trovarsi in quegli occhi eternati magicamente dall'artista? E persino la filosofia, la sociologia etc. hanno tutte alla loro base uno studio che prevede un confronto tra ciò che vediamo fuori o leggiamo e  ciò che siamo o sappiamo di essere. Ci commuove così la sepoltura di una donna incinta vissuta e morta ventottomila anni fa come la giovane gestante ritrovata ad Ostuni, perché ci riconosciamo nell'esperienza di essere o essere stati giovani, di avere dei figli. Ed ancora, cosa sta alla base dell'amore per la cultura della Grecia antica se non il riconoscimento in essa della prima vera autentica matrice dell'Occidente? Ovviamente potrei continuare a cercare ed elencare esempi all'infinito, ma credo che tutti concordiamo su questo elementare modo di procedere di cui  la mente umana ed infondo forse  tutta la natura, si serve per conservarsi.

Ne deriva che non è difficile cogliere in ciò quell'essere inevitabilmente e per istinto conservatore che Marcuse attribuisce all'uomo, fatto questo a suo volta difficile da mettere in discussione.

A questo punto però non possiamo non farci un'ultima domanda: perché siamo conservatori, che scopo cioè realizziamo nel preferire percorrere strade che già conosciamo? E perché dunque in estrema ratio, il nuovo ci fa paura? La sola risposta che mi sento di dare è che quello appena descritto  sia un meccanismo difensivo che la natura ci mette a disposizione, il primo ed il più efficace per garantirci  la sopravvivenza e che fa sì   che per istinto evitiamo di imbatterci  in  una serie di pericoli che porrebbero fine alla nostra esistenza in un tempo breve.

In conclusione dunque, mi pare sia sensato affermare che, ad onta delle affascinanti e perciò indispensabili speculazioni di cui siamo capaci, dietro i sentieri più sofisticati battuti dal nostro pensiero, così come delle strategie belliche, nonché  di quelle squisitamente sentimentali, si celi sempre il progetto della natura di conservare attraverso di noi sé stessa.