Il SudEst

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È ancora attacco al diritto all'aborto

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di LAVINIA ORLANDO

 

Con una deliberazione di Giunta dello scorso 10 giugno, la Regione Umbria ha provocato una rinnovata attenzione su di una delle tante tematiche che abbracciano la sfera dei diritti civili e, al contempo, del diritto alla salute nel nostro Paese. Ci si riferisce all'aborto, che è pur sempre un diritto, per quanto, tra obiezioni di coscienza e disorganizzazioni varie, molte donne siano fortemente limitate nel suo esercizio.

 

Come sovente accade, tuttavia, il diavolo si nasconde nei particolari, all'interno di provvedimenti aventi differenti oggetto e finalità, evidentemente utilizzati come pretesto per incidere su tematiche politicamente sensibili e, nello stesso tempo, per nascondere, anche abbastanza ingenuamente, decisioni di notevole portata.

Così, accade che in un atto – allegato alla deliberazione n. 467, per chiunque volesse approfondire la questione -  ad oggetto “Linee di indirizzo per le attività sanitarie nella fase 3”, che si pone l'obiettivo di indicare in quale modo ritornare, in ambito sanitario, agli assetti organizzativi pre-pandemia, venga inserito un intero paragrafo inerente l'interruzione volontaria di gravidanza.

Dopo aver assicurato tutela nel percorso abortivo, garanzia rispetto all'applicazione della Legge n. 194 del 1978, intervento massivo dei Consultori nelle fasi di richiesta e di colloqui per l'applicazione della predetta legge, estrema attenzione nell'accesso ai servizi ospedalieri, giunge il punto inaspettato. La Giunta umbra, infatti, dispone il superamento di un precedente atto (approvato, nel 2018, dai predecessori degli attuali amministratori) che consentiva di somministrare la RU486 (una pillola abortiva) in regime di day hospital, prevedendo ora la necessità di seguire il regime di ricovero ordinario e motivando tale cambio di passo con indicazioni ministeriali del 2010 e pareri del Consiglio Superiore di Sanità del 2004, 2005 e 2010.

Il fatto poi che la Regione Umbria sia a trazione leghista è circostanza non secondaria, che consente di contestualizzare meglio la decisione assunta, che ha tutta l'aria di essere finalizzata ad un ulteriore smantellamento di un diritto – quello all'aborto – il cui esercizio non è mai stato pienamente fruibile nel nostro Paese, nonostante la legge che lo riconosce abbia più di quarant'anni.

Se è vero che per molte donne italiane praticare l'aborto significa spostarsi per decine di chilometri alla ricerca di medici non obiettori, l'Umbria decide di porre un ulteriore freno al suo esercizio, imponendo il ricovero, peraltro in una fase in cui, a causa di un'epidemia da coronavirus non ancora totalmente sconfitta, bisognerebbe restare quanto più possibile lontani dagli ospedali, sia perché gli stessi hanno rappresentato uno tra i principali focolai della malattia, sia per evitare di contagiare, giungendo dall'esterno, altri pazienti – circostanza che si è, purtroppo, verificata, nonostante l'effettuazione di tamponi.

L'interruzione della gravidanza tramite RU486, effettuabile in Italia entro le sette settimane successive all'amenorrea, avviene tramite assunzione, per via orale, di un farmaco, senza necessità di chirurgia ed anestesia, ragion per cui, in alcune Regioni, come l'Umbria fino a qualche giorno fa, essa avviene senza necessità di ricovero, sebbene, anche alla luce delle indicazioni ministeriali e dei pareri del Consiglio Superiore di Sanità sopra indicati, nella maggior parte d'Italia il suo utilizzo avvenga sempre in regime di ricovero e, anche per tale ragione, resti un metodo ancora poco utilizzato (secondo i dati pubblicati dall'”Associazione Luca Coscioni”).

Anche per tale ultima evidenza, la decisione della Giunta umbra lascia alquanto interdetti, considerato che la Regione ora a guida leghista era tra le poche a consentire l'aborto farmacologico senza necessità di ricovero e dato che tale cambio di passo pone le basi su linee guida nazionali molto datate, peraltro in assenza, nel mentre, di esperienze negative.

Posto che pare abbastanza chiara la ratio retrograda alla base della deliberazione dell'amministrazione umbra, la polemica che si è scatenata sembra avere sortito due importanti esiti: la richiesta inviata dal Ministro della Salute Speranza al Consiglio Superiore di Sanità, volta ad ottenere un nuovo parere con riferimento alla questione, oltre alla riaccensione dei riflettori su di una tematica ancora troppo spesso posta nell'angolo.