Il SudEst

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"Enzo Biagi, Pasolini, la Chiesa, Berlusconi e... tutti gli imbecilli che usano i social"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

È degli anni sessanta l'intervista  che Pier Paolo Pasolini rilasciò ad Enzo Biagi durante la quale, tra le altre cose, lamentava i limiti dell'allora star system televisivo, uno star system che per lo scrittore generava un rapporto inevitabilmente disparitario tra chi era al di qua ed offriva un servizio e chi oltre lo schermo di quel servizio fruiva.

 

Enzo Biagi contestò con intelligenza la posizione di Pasolini, sottolineando con forza come quella stessa televisione che criticava gli consentisse di esprimersi ed in questo lasciare un posto anche alla critica, rivelasse il suo essere un mezzo democratico.

 

Entrambi le opinioni mi sono sempre parse fondate, sebbene, come al solito, vadano inserite nel contesto storico di cui erano espressione, all'interno del quale in effetti una correzione alla disparità di posizione tra autore e pubblico si realizzava nel consentire a molte voci di trovare spazio. Tuttavia, se questo era vero ai tempi dell'intervista, negli anni successivi lo sarebbe stato sempre  di meno, consentendo alla pessimistica  previsione di Pasolini di realizzarsi. Ma cosa in realtà appariva a quest'ultimo tanto pericoloso della televisione? L'obiezione mossa dallo scrittore individuava nel sistema televisivo un rischio da non sottovalutare nella inevitabile inferiorità che quanti facevano parte del pubblico avvertivano nei confronti di chi attraverso la tv si esprimeva, per ciò stesso considerati autorevoli e degni di credibilità. Su tale rischio si innestava la  manipolazione che in questo modo chiunque poteva esercitare sulle masse, influenzandone i gusti e le decisioni. Insomma il rischio era che se fino a quel momento ad essere autorevole era stato il pensiero espresso in un libro, un film, una rappresentazione teatrale, da allora in avanti lo sarebbe stata la televisione e se nessun mezzo può per sua natura considerarsi vergine, neppure un libro, ancora di meno lo sarebbe stato quello televisivo.

Il polo opposto rispetto agli anni in cui la televisione si esprimeva sforzandosi di assicurare il pluralismo, si realizzò negli anni dell'ascesa prima imprenditoriale e poi politica di Silvio Berlusconi. Sintomatico tra l'altro, fu il fatto che durante il periodo in cui quest'ultimo ricoprì la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri , Enzo Biagi fu allontanato per volontà dello stesso Berlusconi dalla RAI. A prescindere comunque dalle alterne vicende politiche che la hanno riguardata, la tv oggi è solo uno tra i media e peraltro nemmeno il più influente, posizione questa che è attualmente  occupata dalla rete, che attraverso i social sembra dar voce alla collettività. Ho di proposito usato il verbo "sembrare" poiché molti indizi ci lasciano intuire che sia in atto un uso strumentale da parte  del potere anche della rete. Nonostante ciò, tra gli effetti più straordinari a cui  internet ci sta abituando è la notorietà acquisita attraverso modalità prima inesistenti. Intendo con ciò riferirmi alla fama di cui godono ad esempio i cosiddetti influencers, fama acquisita o attraverso la capacità di ritagliarsi autonomamente un proprio spazio in un campo o  in un altro o nel solito vecchio modo, attraverso l'impiego di mezzi finanziari volti ad assicurare la maggiore visibilità a quanto si sta offrendo. Si tratterebbe in tal caso dunque del nuovo impiego di un mezzo vecchio, cioè della pubblicità. Tuttavia non è questo ciò che mi sta a cuore sottolineare,  quanto il dibattito sulla validità, sulla fondatezza del successo o dell'autorevolezza vera e propria acquisita ad esempio attraverso i social. In effetti le figure emergenti che sono capaci di imporsi e di riscuotere successo in rete ottengono esclusivamente dal proprio pubblico il riconoscimento del loro valore e questo ha dato la stura a tutta una serie di polemiche che però non sono un fenomeno nuovo, ma si ripropongono ogni qual volta una gerarchia consolidata (che alla fine è sempre espressione di un potere) non venga più rispettata e se ne crei una nuova. Un  esempio ne è la discussione nata anni fa sulla preparazione nonché sul reale valore artistico dei cantanti che raggiungevano il successo attraverso i talent show e non attraverso le vie canoniche, discussione che non ha oggi più ragion d'essere, essendo quegli artisti stati nel frattempo assimilati ai cantanti tradizionali, quanto appunto al loro valore. Tornando ai divi attuali, che sono per la maggior parte nati nel web, non può non venirci in mente il giudizio categorico espresso da Umberto Eco, secondo il quale internet, lasciando a tutti la possibilità di esprimersi ha aperto la strada all'ipse dixit di pletore di imbecilli. L'affermazione di Eco è incontestabile, basta scegliere ad esempio una qualsiasi notizia pubblicata da un giornale e leggere i commenti che gli iscritti ai social pubblicano in relazione alla stessa, per restare smarriti, delusi, nonché sorpresi. Tuttavia il web è un luogo complesso nel quale trova posto ogni cosa, non solo l'imbecillita` umana. Per questo credo che la valutazione di Eco risponda sì al vero, ma dia una lettura superficiale di qualcosa che superficiale non è. Anzi, per dirla tutta, la mia impressione è che il grande studioso volesse semplicemente provocare, sollevare un polverone, ben conoscendo quale fosse l'attenzione da sempre riservata alle sue esternazioni per il solo fatto che erano appunto le sue. Personalmente non do dunque alle parole di Eco più importanza di quanta non ne abbiano e per apprezzare quest'orgoglio nazionale preferisco dedicarmi alla lettura dei saggi o dei suoi romanzi.

La visibilità offerta a tanti da internet fu presagita da Andy Warhol, a cui David Bowie si ispirò per la celebre "Heroes" e che riteneva sarebbe giunto il momento nel quale tutti sarebbero stati appunto famosi per un solo giorno. Anche di Warhol non può parlarsi come di uno stupido o di un ingenuo, ma la sua predizione, per quanto geniale è come tutte le predizioni, anche quelle degli artisti, parziale e coglie solo singoli aspetti di una  realtà dinamica e complessa. Tanto dall'esternazione di Eco quanto da quella di Warhol sono passati ormai molti anni (da quest'ultima moltissimi) ed una valutazione dati alla mano può essere finalmente fatta: internet ha dato voce ad una pletora di imbecilli e non ha provocato il cambiamento che tutti si aspettavano, favorendo ad esempio l'ascesa al potere di personaggi discutibili come l'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Nonostante questo ci sono grazie alla rete rapporti che danno vita a nuovi gruppi in ogni campo e questo non può che essere un dato in sé positivo, se si considera che siamo animali sociali e che questi gruppi in un modo o in un altro favoriscono il confronto e la crescita, realizzando uno degli scopi fondamentali di tutte le costituzioni democratiche. Non è mia intenzione stilare un elenco dei vantaggi e degli svantaggi offerti dalla rete, ammesso peraltro che sia possibile  e francamente non lo credo. Ciò che vedo con chiarezza e che mi pare invece un dato indiscutibile è che l'accesso alla notorietà sia consentito oggi ad un numero molto maggiore di persone di quanto non fosse in passato e mi rifiuto di pensare  che si tratti sempre di imbecilli. D'altronde quando si andava alla fiera paesana si incontrava  sempre chi ti vendeva ciò che, una volta a casa, scoprivi essere solo una fregatura e nonostante sia così da sempre gli imbroglioni continuano a vendere e gli imbecilli a comprare.

Sul web il vero imbecille è colui il quale è incapace di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso ed in effetti il cretino da sempre e dovunque è questo. La rete non è una strumento vergine e nulla degli esseri umani lo, né lo è mai stato, tuttavia bollare come affetto da cretinismo il pensiero espresso in rete è un errore grave e soprattutto non vergine a sua volta, ma come al solito strumentale alla difesa di poteri consolidati. Internet ha offerto a molti l'opportunità di esprimersi che prima gli era negata, creando un incalcolabile numero di realtà associative policentriche, lasciando che persino persone anziane, che fino a non molto tempo fa erano tagliate fuori da ogni forma di socialità, riprendessero a vivere attivamente il confronto con gli altri. Per quanto mi sforzi non riesco a trovare in tutto questo nulla di negativo. Il web ha migliorato le vite di tutti e questo è indiscutibile. Molti hanno ottenuto una grande visibilità e non sempre sostenuta da meriti autentici, ma aspettarsi che la patente di autorevolezza venga rilasciata da un potere visibilmente minacciato dall'avanzare di un altro e cosa da illusi. Quando Pasolini incominciò ad essere un intellettuale noto presso il grande pubblico, molti rappresentanti della Chiesa, che non brillava in quel momento certo per un atteggiamento progressista, chiedevano provocatoriamente agli italiani chi fosse in fondo Pasolini, perché cioè considerarlo autorevole. In effetti nessuno degli appartenenti al mondo cattolico ed a quello politico democristiano si era sognato di riconoscere in quello scrittore un interlocutore "iscritto a parlare". La verità è che la Chiesa tutto desiderava fuorché che Pasolini fosse considerato un intellettuale autorevole e dunque che potesse godere del diritto ad iscriversi a parlare, perché sentiva da quell'uomo minacciato il proprio potere. Negargli la patente di uomo di cultura era il tentativo di evitare di averlo appunto come interlocutore, tentativo in quel momento rivelatosi inutile e suicida. Pasolini proseguì infatti nella sua inarrestabile ascesa fino a quando solo una violenza ottusa e cieca non provvide a cancellarlo una volta per tutte da ogni elenco di iscritti a parlare presente in quel momento nel bel paese.