Il SudEst

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Malala, una storia di ordinaria grandezza

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di FLAVIO DIOGRANDE

Fu colpita alla testa, mentre saliva sullo scuolabus dopo le lezioni. Due uomini armati avevano aperto il fuoco contro di lei, colpendola alla testa e al collo. Fu immediatamente ricoverata nell'ospedale di Peshawar e sottoposta a un delicato intervento chirurgico. Sopravvisse miracolosamente all'attentato – rivendicato dai talebani che si opponevano al processo di secolarizzazione da lei favorito nella zona – e in seguito fu trasferita in un ospedale di Birmingham, in Gran Bretagna, che si offrì di curarla gratuitamente.

Correva l’anno 2012: il mondo si accorse di Malala Yousafzai, 14enne pakistana che credeva nel sogno della pace e si batteva per i diritti delle donne e dei bambini in una terra di guerra e violenze, ancorata ad una concezione conservatrice e patriarcale della società. Malala divenne allora un simbolo di emancipazione, libertà, il volto nuovo di un progresso culturale e civile non più rimandabile. In realtà, la giovanissima pakistana si era già fatta conoscere per il suo attivismo già alcuni anni prima: nel settembre 2008, a Peshawar, aveva sfidato apertamente i fondamentalisti che nel frattempo avevano preso il potere nella sua regione, limitando i diritti delle donne, tra cui quello all’istruzione: «Come possono portar via il mio basilare diritto ad un'educazione?», affermò in celebre discorso che le procurò una popolarità inaspettata. Per la BBC, l'emittente nazionale britannica, di cui divenne una preziosa corrispondente, curava la redazione di un blog che documentava le difficili condizioni di vita a cui erano soggetti bambini e adulti sotto il regime dei talebani. Non si lasciò intimorire dalle continue minacce firmate dai fondamentalisti e in occasione del suo 16esimo compleanno, la giovane attivista per i diritti delle donne tenne un memorabile discorso alle Nazioni Unite in cui dichiarò che «ci rendiamo conto dell'importanza della luce quando vediamo le tenebre. Ci rendiamo conto dell'importanza della nostra voce quando ci mettono a tacere. Allo stesso modo, quando eravamo in Swat, nel Nord del Pakistan, abbiamo capito l'importanza delle penne e dei libri quando abbiamo visto le armi. Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell'educazione li spaventa. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa». Nel 2014 Malala vinse il Nobel per la Pace e tale prestigiosa onorificenza le fu conferita «per la sua lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione», come si lesse nelle motivazioni del Comitato. «Questo premio non riguarda solo me. È per quei bambini dimenticati che vogliono istruirsi. È per quei ragazzi spaventati che cercano la pace. È per quei bambini senza voce che vogliono un cambiamento. Sono qui per difendere i loro diritti, per alzare la voce. Non è più tempo di provare pietà. È tempo di agire in modo che sia l’ultima volta che vediamo un bambino privato d’istruzione», commentò la non ancora maggiorenne Malala, durante il discorso di ringraziamento. In questi anni, con la sua organizzazione no-profit “Malala fund” ha girato il mondo, visitando paesi in via di sviluppo e promuovendo progetti destinati a migliorare le condizioni di vita delle donne e dei bambini che vivono in aree controllate da regimi autoritari.

Nei giorni scorsi ha coronato finalmente il suo sogno più grande, laureandosi a Oxford in Filosofia, Politica ed Economia. Nelle sue parole la gioia e la genuinità dei suoi anni, le foto dei festeggiamenti pubblicate su Instagram, Malala è coperta di schiuma e coriandoli colorati, come vuole la tradizione che celebra gli studenti all’ultimo giorno dell’Università di Oxford: «È difficile esprimere la gioia e la gratitudine che provo per aver completato il mio corso di laurea in Filosofia, Politica ed Economia a Oxford – ha scritto la neolaureata in un post –. Non so cosa mi riserva il futuro. Per adesso sarà Netflix, leggere e dormire».

Una ragazza con una storia incredibile, che nonostante la sua giovane età ha già conosciuto il volto più feroce e quello più benevolo di una vita vissuta intensamente. Una piccola grande donna, ammirevole nella sua straordinaria forza d’animo, nella sua capacità di ridisegnare le sorti di un destino che sembrava segnato, divenuta ben presto stella polare della lotta per la libertà e l’eguaglianza che non conosce confini.

 

«Ciò che mi ha dato sempre speranza è vedere l’attivismo giovanile nell’ultimo decennio. Ma sarà il prossimo quello decisivo, quello in cui i giovani potranno cambiare il mondo. Sinora abbiamo fatto sentire la nostra voce, e va benissimo. Ma ora dobbiamo attuare il cambiamento ed essere sempre più coinvolti», ha affermato la giovane Malala in un’intervista a Teen Vogue, il mese scorso. Figlia di un sogno utopistico, a 23 anni è già patrimonio dell’umanità, simbolo di una generazione che con fatica e ostinazione cerca di costruire un posto di pace per tutti, nonostante tutto, nonostante gli esempi non edificanti di un presente troppo spesso osceno.

tpi.it