Post Covid e mafie: l’altro virus

Venerdì 24 Luglio 2020 00:00
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di FLAVIO DIOGRANDE

La «paralisi economica» provocata dalla pandemia di coronavirus può aprire alle mafie «prospettive di arricchimento ed espansione paragonabili a ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico». La crisi economica e sociale che attraversa il Paese, aggravatasi ulteriormente a seguito dell’emergenza pandemica, può «finire per compromettere l’azione di contenimento sociale che lo Stato, attraverso i propri presidi di assistenza, prevenzione e repressione ha finora, anche se a fatica, garantito», generando problemi di ordine pubblico.

Nella sua relazione semestrale inviata al Parlamento, la Direzione Investigativa Antimafia lancia l’allarme sul fronte delle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale, in un contesto reso particolarmente complicato dallo shock provocato dal virus che ha ridotto ulteriormente le disponibilità di liquidità finanziaria di imprese e cittadini. Le mafie, scrivono gli analisti della Dia, «nella loro versione affaristico-imprenditoriale immettono rilevanti risorse finanziarie, frutto di molteplici attività illecite, nei circuiti legali, infiltrandoli in maniera sensibile» dimostrandosi capaci di «intellegere tempestivamente ogni variazione dell'ordine economico e di trarne il massimo beneficio».

Nel focus dedicato proprio alle conseguenze dell’emergenza pandemica, la Dia mette in guardia dai rischi che si delineano all’orizzonte, prevedendo duplici scenari: «Un primo di breve periodo, in cui le organizzazioni mafiose tenderanno a consolidare sul territorio, specie nelle aree del Sud, il proprio consenso sociale, attraverso forme di assistenzialismo da capitalizzare nelle future competizioni elettorali» e «un secondo scenario, questa volta di medio-lungo periodo, in cui le mafie – specie la ‘ndrangheta – vorranno ancor più stressare il loro ruolo di player, affidabili ed efficaci anche su scala globale. L’economia internazionale avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie».

La semplificazione delle procedure di appalto, avverte la Dia, «potrebbe favorire l’infiltrazione delle mafie negli apparati amministrativi» e per scongiurare tale pericolo invita a replicare «il modello già positivamente sperimentato per il Ponte Morandi di Genova, dove si è raggiunta una perfetta sintesi tra efficacia delle procedure di monitoraggio antimafia e celerità nell’esecuzione dei lavori».

Dunque lo stato di indigenza dei cittadini colpiti dalla crisi legata al Covid porta le mafie a mutare pelle, mirando a un duplice risultato: da un lato offrono servizi di welfare alternativo a quello statale, fornendo «un valido e utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale». Dall’altro lavorano per «esacerbare gli animi» in quelle fasce di popolazione che cominciano «a percepire lo stato di povertà a cui stanno andando incontro».

«Non è improbabile – osserva la Dia – che aziende di medie e grandi dimensioni possano essere indotte a sfruttare la generale situazione di difficoltà per estromettere altri antagonisti al momento meno competitivi, facendo leva su capitali mafiosi». E non è improbabile che «altre aziende in difficoltà ricorreranno ai finanziamenti delle cosche”. Tra i settori più appetibili per gli interessi mafiosi vi è certamente quello sanitario, che disporrà di enormi risorse messe disposizione per fronteggiare la diffusione del virus, e quelli del turismo, della ristorazione, senza dimenticare i fondi che verranno erogati per il potenziamento di opere e infrastrutture «anche digitali: la rete viaria, le opere di contenimento del rischio idrogeologico, le reti di collegamento telematico, le opere per la riconversione a una green economy, l’intero ciclo del cemento».

La relazione della Dia dedica un capitolo al problema delle scarcerazioni disposte per alcuni mafiosi, che proprio nelle ultime settimane ha suscitato un vespaio di polemiche, determinando un clima di forte tensione tra politica e magistratura: «Qualsiasi misura di esecuzione della pena alternativa al carcere per i mafiosi rappresenta un vulnus al sistema antimafia», si legge nella relazione della Dia, dato che «l’effetto dell’applicazione di regimi detentivi alternativi a quello carcerario ha indubbi negativi riflessi per una serie di motivazioni. In primo luogo rappresenta senz’altro l’occasione per rinsaldare gli assetti criminali sul territorio, anche attraverso nuovi summit e investiture. Il ‘contatto’ ristabilito può anche portare alla pianificazione di nuove strategie affaristiche (frutto anche di accordi tra soggetti di matrici criminali diverse maturati proprio in carcere) e offrire la possibilità ai capi meno anziani di darsi alla latitanza».

Secondo gli analisti della Dia l’infiltrazione negli enti locali per le organizzazioni criminali «si conferma come irrinunciabile»: perché attraverso i funzionari pubblici le cosche riescono a mettere le mani sulle risorse della pubblica amministrazione e perché consente loro di rendersi «irriconoscibili, di mimetizzare la loro natura mafiosa riuscendo addirittura a farsi ‘apprezzare’ per affidabilità imprenditoriale». Proprio quest’ultima è la «leva» che spinge, soprattutto nelle regioni del Nord, decine di professionisti e imprenditori a proporsi alle cosche. Nel 2019 sono stati sciolti  51 Enti locali, di cui 25 in Calabria, 12 in Sicilia, 8 in Puglia, 5 in Campania e uno in Basilicata. Mai cosi tanti dal 1991, anno di introduzione della normativa sullo scioglimento per mafia degli enti locali.

Se il traffico di stupefacenti resta il settore che garantisce un guadagno maggiore «nel 'paniere' degli investimenti criminali, il gioco rappresenta uno strumento formidabile, prestandosi agevolmente al riciclaggio e garantendo alta redditività: dopo i traffici di stupefacenti è probabilmente il settore che assicura il più elevato ritorno dell'investimento iniziale, a fronte di una minore esposizione al rischio». La «torta» dei giochi (106 miliardi di euro nel 2018 le sole giocate legali) fa gola a tutte le associazioni criminali – Camorra, ‘ndrangheta, mafia, criminalità pugliese – e genera «alleanze funzionali» tra i diversi clan, come testimoniano svariate inchieste. La Dia rileva che il settore dei giochi crea un reticolo di controllo del territorio, senza destare allarme sociale, come nel caso dello spaccio di droga. «La disseminazione dei punti di raccolta scommesse è paragonabile alla rete di pusher di una piazza di spaccio, con l’evidente differenza che i primi raccolgono denaro virtuale – senza destare clamore – immediatamente canalizzato all’estero e quindi più facile da riciclare. I secondi raccolgono somme minime che per essere riciclate nei circuiti legali comportano costi notevoli. Una regolamentazione condivisa a livello europeo, finalizzata a bandire il gioco illegale in tutte le sue forme – evidenzia la relazione – avrebbe molteplici effetti positivi sotto il profilo della tutela dell’ordine pubblico, della sicurezza urbana, della salute e della collettività, della libertà di attività economica, della protezione delle fasce deboli di consumatori (tra cui i minori) e, non ultimo, sul piano della prevenzione delle ludopatie, fondamentale per contenerne i costi sociali, economici e psicologici derivanti dal gioco d’azzardo, specie se illegale».

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