Il SudEst

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Ali Ghezawi e il sogno di un Europa che non c’è

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di FLAVIO DIOGRANDE

Una storia di indicibile sofferenza, fatta di rifiuti e diritti negati.

 

 

 

Una storia come tante, orfana di giustizia e abbandonata al destino infausto con la freddezza di questi tempi, segnati da un progresso fittizio che ha smesso di migliorarci.

Ali Ghezawi era un ragazzo siriano, aveva 14 anni e sognava di poter diventare un cardiologo. Si è tolto la vita perché esausto di vivere una condizione di emarginazione e precarietà, dopo nove anni da profugo senza una casa. Questo è il dramma prima di tutto di Ali Ghezawi e della sua famiglia, ma è anche l’ennesima ferita inferta al corpo di un’Europa stanca, che ha smesso da tempo di regalare speranza, colta da foschi presagi che minacciano l’identità unitaria.

L’adolescente siriano si è suicidato in un centro per famiglie di profughi respinti a Glize, nella regione olandese del Limburgo. Sono stati gli stessi genitori, il padre Ahmad e la madre Aisha, a raccontare al giornale olandese Het Parol, la tragica storia del proprio figlio, stanco di vivere senza una casa ormai da nove anni, da quando erano scappati da Daraa, la loro città in Siria, distrutta dalla guerra.

Lo straziante calvario della famiglia di Ali comincia dopo la fuga dalla Siria, nel 2011. Per i primi cinque anni si rifugiano in un campo profughi in Libano, poi ottengono asilo in Spagna e si trasferiscono nella penisola iberica. Le condizioni di vita molto dure spingono la famiglia – Ali ha altri cinque fratelli e sorelle – a spostarsi altrove, cercando fortuna in Olanda, dove però la loro richiesta di protezione viene respinta. A quel punto la famiglia, secondo il racconto dei genitori, è costretta a rientrare in Spagna, ma a causa dei documenti scaduti sono nuovamente invitati ad andare via. Tornata in Olanda, la famiglia Ghezawi si vede respingere ancora una volta il permesso di soggiorno ed è allora che in Ali affiora forse la stanchezza di non poter avere anche lui un posto nel mondo, di non avere la possibilità di costruirsi un futuro come tutti i suoi coetanei: «Quando abbiamo saputo che non potevamo rimanere in Olanda ad Ali è scattato qualcosa dentro, in Olanda si sentiva al sicuro» racconta la mamma. Il quattordicenne siriano, che già un anno fa aveva tentato il suicidio un anno ed era stato salvato dal provvidenziale intervento del padre, questa volta abbandona ogni speranza, smette di mangiare e di parlare e decide di farla finita nel centro per famiglie di profughi respinti.

Il fratello minore, di 12 anni, ha mostrato un libro in inglese che Ali stava leggendo intitolato “Anatomy”: “Studiava come funziona il nostro corpo, mio fratello parlava 5 lingue, anche l’olandese”.

Durante l’intervista, il fratello minore di Ali, Mohammad di 12 anni, ha mostrato ai giornalisti un libro in inglese che Ali stava leggendo nell’ultimo periodo. Si tratta di un manuale di oltre pagine intitolato “Anatomy”: «Studiava come funziona il nostro corpo – ha spiegato Mohammad – mio fratello parlava 5 lingue. Anche l’olandese».