Il SudEst

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"Perché il jazz"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Ciascuno di noi ha conosciuto almeno una volta nella propria vita il grande amore. Più raramente quel sentimento, se corrisposto, ha dato origine ad una famiglia.

Per quanto mi riguarda il rapporto che ho sempre avuto con la musica e con il jazz in particolare è stato dapprincipio simile quello che si ha con una madre, con ciò da cui traiamo origine, per diventare poi relazione d'amore ed infine appunto famiglia.

So bene che descritta così può apparire cosa ai limiti della ragionevolezza, eppure non troverei oggi parole diverse per descriverla che quelle che ho usato e se la mia sensibilità verso il mondo dei suoni non è dipesa da una scelta, quella che ha riguardato il jazz è arrivata alla fine di una precisa ricerca intrapresa, non solo da un punto di vista artistico ma filosofico.

Dopo l'adolescenza sono sempre stata infatti vicina agli ambienti che un tempo venivano definiti "alternativi" ed al cui interno era possibile incontrare chi per  destino o più spesso per moda sembrava interessarsi ad altro che non fosse il posto fisso e che guardava alle regole della società del tempo come qualcosa di rigido, nel quale faticava a trovare uno spazio proprio. In tali ambienti incontrare giovani che suonassero, scrivessero o dipingessero non era difficile.

A quel tempo ero persuasa che certe frequentazioni dipendessero da una simpatia per un ragazzo, che magari appunto suonava.

Oggi so che era l'esatto contrario e cioè che quel ragazzo era ai miei occhi interessante perché suonava, sebbene non fossero pochi i giovani che facessero parte di una band, di un gruppo musicale ed andare ad ascoltarli era quasi sempre andare al concerto di quelle che oggi si chiamerebbero "cover band", gruppi cioè che proponevano il repertorio di un artista famoso, il più delle volte un rocker. Gli anni settanta erano però lontani ed il filo conduttore che aveva tenuto assieme una generazione di artisti era ormai definitivamente spezzato. Ciascuno avrebbe percorso una propria strada autonomamente, individualmente, non attingendo più ad un bacino comune di idee. Ai miei occhi la cosa appariva  tristemente ed inevitabilmente chiara e dunque mi domandavo quale fosse il senso di una musica, che sembrava affidarsi ancora all'ispirazione, visto che a me pareva che quest'ultima non potesse più considerarsi il nucleo fondante della creatività come lo era stato per il passato. Quell'idea e quanti la sostenevano (e la sostengono) erano per me degli ingenui, innamorati di un'arte che trova più spesso posto nelle favole che nella realtà. Il dinamismo inaffidabile dell'ispirazione non poteva più essere la risposta di chi si trovava negli anni novanta a riempire una pagina vuota con qualcosa che non fosse priva di senso. Era necessario affidarsi ad un'estetica diversa, dotata anche di una parte stabile, di un tessuto che fosse più il frutto di un lavoro artigianale che dell'imprevedibile alea dell'ispirazione artistica. Ecco dunque sinteticamente chiarite le ragioni filosofiche del mio avvicinamento al jazz, che è in primo luogo saper suonare, avere cioè appreso un linguaggio da utilizzare per esprimere qualsiasi cosa si abbia voglia di dire. Ovviamente il jazz non è solo questo (dubito che il suo senso possa essere sintetizzato in un articolo come in un libro intero) e un altro degli elementi che hanno rappresentato per me un'attrattiva irresistibile è stato il suo essere radicale, l'ergersi cioè a qualcosa che ambisce a competere con la "natura" fino a spezzarne a proprio piacimento il discorso. Cosa c'è infatti di più creativo che distruggere i gangli dell'esistere consuetudinario per proporne di nuovi e diversi cambiando il ritmo alla vita e così finendo per cambiarne un po' anche il senso? In questa radicalità va per me individuata la chiave della longevita` di un linguaggio capace di cambiar pelle, di evolversi senza mai estinguersi quale il jazz ha finora magistralmente dimostrato di essere.