Il SudEst

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"Philippe Daverio: il sapere è piacere"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Non molto tempo fa, nell'ottobre 2019, i media hanno dato notizia di un episodio sgradevole che ha visto protagonista il critico d'arte Philippe Daverio, il quale avrebbe nella votazione finale di una nota trasmissione televisiva, contribuito alla attribuzione illegittima del titolo di "borgo dei borghi" a Bobbio (del quale era cittadino onorario), piuttosto che a Palazzolo Acreide, la cittadina siciliana che nella votazione popolare aveva ottenuto una schiacciante maggioranza rispetto al borgo piacentino.


A seguito di ciò il critico e la sua famiglia sarebbero stati oggetto di minacce, anche di morte, intervistato sulle quali Daverio avrebbe detto di non nutrire alcuna simpatia per i siciliani, dichiarazione a cui hanno fatto poi seguito le scuse rivolte al presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci.

Non era la prima volta che il critico entrava in polemica con i siciliani, tuttavia l'Italia è il paese nel quale quando si diventa personaggi noti al grande pubblico, non è escluso che tanti dimentichino le ragioni per le quali ciò è accaduto e finiscano per far diventare il famoso di turno un bersaglio, come se si trattasse di un dazio dovuto proprio a cagione della goduta notorietà. Non so se ciò sia accaduto con Philippe Daverio, certo è che faccio fatica ad immaginare l'ideatore di "Passepartout" come un personaggio disposto a permettere che una cittadina vinca il titolo di "borgo dei borghi" in ragione del fatto di aver da essa ricevuto la cittadinanza onoraria, sebbene non si possa negare che gli esseri umani siano sempre capaci di sorprese e che lo dimostrino continuamente.

Qualche giorno fa Daverio è scomparso a seguito di una malattia che lo ha colpito. Aveva settantun'anni.

Non ho potuto non ripensare alle circostanze che gli hanno fatto meritare la fama di cui godeva, a quel suo essere protagonista ogni domenica dal 2001 al 2011 su Rai 3 della citata "Passepartout", che irruppe nei noiosi pomeriggi domenicali degli italiani, cambiandone per sempre il modo di pensare l'arte.

Non erano quelli gli anni della fantasia al potere, ammesso che siano mai esistiti, eppure Daverio mostrava una irresistibile, gioiosa creatività che affascinava quanti come me, avevano sempre associato l'intelligenza ad una sorta di tristezza o di "pessimismo cosmico", come più efficacemente direbbe il poeta.

Sì, perché se c'era una cosa che il critico alsaziano incarnava perfettamente era la sua libertà assoluta non tanto di una interpretazione dell'arte, quanto della sintesi dei linguaggi, che padroneggiava tutti con assoluta disinvoltura.

Eppure Daverio non era solo un grande creativo: era anche intellettuale rigoroso che a differenza di tanti suoi colleghi ancorava sempre i suoi "logoi" ai fatti storici, dando così solidità ad ogni argomento trattato ed evitando che si riducesse al solito, aleatorio quanto sterile "ipse dixit". Tali "logoi" partendo da una struttura storica, si intessevano di architettura, di pittura, di musica, di design ed anche dei racconti privati dei personaggi, il tutto posto sul medesimo piano, un piano mai semplicemente informativo, ma  volto invece a formare l'interesse per un approfondimento che può essere  metodo di vita, non solo di lavoro.

Assieme a questa sconfinata libertà ci ha ricordato che il sapere ben prima che potere è piacere e che esso è tanto più intenso quanto più si padroneggiano tutti i linguaggi che si hanno a disposizione, che ad un paese come il nostro certo non fanno difetto.

Ma soprattutto Daverio ci ha insegnato che viviamo nel paese più bello del mondo e che purtroppo siamo gli unici a non saperlo. Parlare agli italiani facendo loro presente una verità scomoda quale questa non sempre ne carpisce le simpatie, essendo gli abitanti del belpaese più inclini ad essere blanditi che feriti nell'orgoglio.

Che sia questa una delle ragioni degli attacchi, non ultimo quello dello scorso ottobre, rivolti da ormai troppi anni all' indirizzo del critico francese?