Il SudEst

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"Siamo davvero nati per essere felici?"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Alla domanda su quale sia il fine ultimo della nostra vita in tanti risponderebbero  che lo scopo dell'uomo è essere felice.

La Costituzione degli Stati Uniti d'America fa esplicito riferimento al diritto di ogni cittadino alla felicità e se questo tempo fa veniva considerato come espressione della particolare storia che ha riguardato "il nuovo mondo", suscitando critica e quasi sdegno in molti intellettuali europei, oggi viene ricordato solo per indicare la strada più giusta da percorrere, il faro che deve illuminare il percorso di noi tutti, segno che un certo modo di vivere si è imposto anche qui in Europa. Quelle critiche però, a ben guardare, non erano del tutto fuori luogo e non soltanto valutando la questione da un punto di vista squisitamente giuridico. Che si nasca per ambire ad essere felici è infatti cosa tutta da dimostrare.

Ad esempio, se io avessi chiesto a mio padre quale fosse lo scopo della vita non mi avrebbe mai risposto "essere felice". La felicità era qualcosa alla quale pensare dopo aver risolto il problema fondamentale dell'esistenza e cioè la sopravvivenza ed infondo, essendo una conseguenza di quest'ultima, la felicità non era per lui poi così importante. Anzi, non ricordo di averlo mai sentito parlare di felicità. Per la mia generazione però, non così distante temporalmente da quella di mio padre, la felicità era qualcosa a cui ambire. Si discuteva se la si potesse raggiungere tramite la realizzazione professionale o attraverso quella sentimentale, ma non se ne metteva in dubbio mai la necessità di vivere per trovarla. Mio padre si sarà molto meravigliato nel constatare che tanti, non più rincorsi dalla necessità di sopravvivere, stentavano nonostante tutto ad essere soddisfatti e trovar pace e che anzi aumentava il numero di quanti cercavano risposte ad una strana, inspiegabile tristezza, spesso approdando negli studi degli psicoanalisti o al peggio rifugiandosi nelle droghe. La sintesi culturale che orienta le nostre vite può cambiare molto anche in un arco di tempo limitato. La morale dei miei nonni era molto differente da quella del figlio che ho sopra descritto, anche perché a dividere le due generazioni c'è stato il boom economico e mio padre sapeva bene di poter trarre dalla propria esistenza una soddisfazione ben maggiore di quanto non fossero riusciti a fare i suoi genitori, attraverso un lavoro da artigiano che in quegli anni lo avrebbe emancipato non poco da quella che era la condizione di un operaio o di un contadino. Per parte mia devo ammettere che l'approccio alla vita che ho sempre trovato più intelligente sia stato quello precedente al boom e che ovviamente non era frutto della fredda scelta di una generazione, ma di un adattamento alle circostanze, nelle quali a dominare era un uso di mezzi limitati ed il sapiente equilibrio tra istinto, religione, cultura. Ovviamente nello stesso periodo questa sintesi è stata diversa a seconda che riguardasse le città o le campagne, i benestanti o gli indigenti, ma una cosa accumunava i modi di vivere di tutti gli uomini: ciascuno di questi modi era dotato di una cultura propria, ricca e consapevole che si era sviluppata entro limiti particolari, rispetto ai quali non si ergeva mai a padrone. Questo ovviamente non significa che quelle donne e quegli uomini vivessero meglio o peggio di noi, ma solo che avessero più coscienza di non essere onnipotenti, danarosi o poveri che fossero. Sono persuasa ad esempio che il rapporto con le cose fosse sempre di cura e rispetto, per ragioni facilmente intuibili e che questo creasse una sorta di "sacralità diffusa" che non riguardava solo l'individuo.

Aspettarsi una vita felice concentrandosi solo sull'uomo è infatti il più grossolano errore che si possa compiere e per tante ragioni. In primo luogo perché siamo esseri ambivalenti e contraddittori e la nostra felicità non può essere il risultato di un'espressione aritmetica, ma soprattutto perché essa consiste il più delle volte in un "incontro" casuale, imprevisto ed imprevedibile, oltreché assolutamente momentaneo. La felicità come in tanti dicono è un attimo e la vita non può e non deve ad esso ridursi, ma sviluppare un modo di svolgersi che contempli le sue tante componenti, per godere della loro ricchezza.

No, non siamo nati per essere felici, ma per compiere un tragitto nel quale siamo in grado di distinguere ciò che ci fa bene da ciò che ci fa soffrire, ma intuiamo anche che le due cose sono due facce della medesima medaglia, legate tra di loro indissolubilmente e che una genera senza posa l'altra e che anzi senza quel particolare dolore non avremmo mai potuto godere della gioia che ne è seguita. Il nostro fine non è la felicità, che è infondo una sensazione. La prova è facile trovarla nei momenti più bui della storia dell'uomo, che però sono stati in grado di stimolare le sue migliori risorse. Basti pensare al secondo dopoguerra: in Italia da un punto di vista giuridico (vedi la Costituzione), artistico (il Neorealismo), letterario e culturale in genere sono state create delle eccellenze con le quali ancora ci confrontiamo senza riuscire a superarle, tanto che il dubbio se proprio il male così grande del secondo conflitto mondiale le abbia stimolate diventa certezza. Ma allora non dobbiamo aspirare alla felicità ma al dolore, alla sofferenza? No, senz'altro, anche se nulla è più fecondo del dolore e niente più sterile della felicità. Personalmente considero tutte le componenti dell'esistenza importanti e la pienezza della vita ci impone di goderle fino in fondo tutte, visto che tutte svolgono una loro funzione ed a noi non è dato scartarne nessuna e perché infondo se proprio un fine deve essere cercato, il meno banale di tutti può essere  individuato nella conoscenza.

Ecco, se qualcuno mi domandasse quale io ritengo sia il fine ultimo della mia vita non è improbabile che risponda la conoscenza.