Il SudEst

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No... E’ tutto vero, non è “tolo tolo”

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di BARBARA MESSINA

Imprenditore molisano “inseguito” dai debiti rientra in Italia su un barcone dalla Tunisia

Certo ai Finanzieri che lo hanno soccorso in mare farà sembrato uno scherzo, una trovata da trasmissioni stile “Scherzi a parte” certo è che la storia di quest’italiano sui barcone dei migranti in fuga dalla Tunisia, non è una storia che telegiornali e TV hanno raccontato (se non in qualche sporadico caso). Sarà forse perché non l'ex calciatore che frequenta la velina di turno e neanche l'amministratore delegato di qualche gruppo importante... ma la storia di Roberto Rivellino sbarcato a Lampedusa su un barcone di migranti che agli esterrefatti uomini della guardia costiera ha detto semplicemente: "Sono italiano. Ecco il mio passaporto" non è una storia che ha fatto notizia, anche se sarebbe una storia tutta da raccontare e chiarire.

L'uomo, che alcuni anni fa aveva aperto un'azienda tessile in Tunisia, si è trovato in difficoltà economiche, inseguito dai creditori e, probabilmente, anche dalle autorità tunisine il 19 settembre ha scelto la via della fuga sfidando il Mediterraneo. E' arrivato a Lampedusa il 20 settembre nel weekend in cui sull'isola, approfittando del bel tempo, sono approdati ben 26 tra barchini e barconi in poco più di 24 ore. L'imprenditore molisano viaggiava su un piccolo peschereccio insieme ad altre 53 persone. Quando la guardia costiera lo ha individuato con enorme sorpresa ha detto subito di essere italiano e ha mostrato il passaporto. A terra gli è stato fatto il tampone, negativo, e dopo aver completato le procedure di identificazione è stato fatto partire ed è tornato a casa sua a Santa Maria del Molise dove ha trascorso la quarantena.

Una di quelle storie da giornalista d’assalto che vuole raccontare la traversata dei migranti, una storia da agente dei servizi segreti infiltrato? I poliziotti della squadra mobile di Agrigento intanto stanno cercando riscontri al suo “strampalato” racconto che se non fosse perché il film è uscito lo scorso anno sembra il copione del film “Tolo tolo” di Checco Zalone sull’imprenditore italiano che va in Africa a cercare fortuna e poi per sfuggire a qualche guaio di troppo sale su un barcone insieme ai migranti.

Storia fotocopia di quella di Roberto Rivellino, imprenditore molisano andato via dall'Italia otto anni fa per aprire in Tunisia un'azienda di jeans e ricomparso il 20 settembre su un barcone soccorso a a poche miglia da Lampedusa. Come dicevamo è il Week end dei 26 sbarchi in 24 ore. L’hotspot di Lampedusa è al collasso, con 1200 persone, i controlli sono veloci, Rivellino ci resta pochissimo il giro di poche ore: "Sono un cittadino italiano - dice subito - ecco i documenti". Ma perché mai un cittadino italiano dovrebbe rischiare la vita su un barcone piuttosto che prendere un aereo o un regolare traghetto di linea?

Avevo bisogno di tornare in Italia, avevo dei debiti e qualche pendenza con il fisco", spiega Rivellino agli esterrefatti poliziotti. Insomma, piuttosto che rischiare di essere fermato in un porto o in un aeroporto con prospettive incerte, meglio fidarsi di un "gancio" e tentare la traversata. "E poi con il Covid, temevo di non poter entrare in Italia".

Il tampone del Covid gliel'hanno poi fatto allo sbarco a Lampedusa. Negativo. Cosi visto che è cittadino italiano e non ha commesso alcun reato, Rivellino ha preso un aereo ed è tornato a fare la quarantena a casa sua, a Santa Maria del Molise, 692 anime in provincia di Isernia. "Sono andato personalmente a verificare la situazione - dice il sindaco Michele Labella - si è regolarmente registrato all'azienda sanitaria e sta osservando l'isolamento". Ma chi è Rivellino, come mai era su quel barcone? Quarant’anni un lavoro in un'impresa edile che sfuma presto, nel 2012 Rivellino decide di tentare la fortuna in Africa. Lascia la madre e la sorella a gestire un bar e si trasferisce a Sousse dove apre la Ital fashion: trattamenti speciali per jeans, delavage, schiaritura, effetto vintage. Abbigliamento che tra i giovani tunisini va fortissimo. Ma la crisi economica tunisina non perdona: Rivellino non riesce a pagare i fornitori e a stare al passo con le scadenze fiscali. Insomma finisce in una situazione complicata a cui il Covid dà la mazzata finale. L'unica strada è scappare e tornare in Italia. Nelle strade di Sousse non è difficile trovare chi organizza la traversata. All'italiano chiedono 4500 dinari, poco meno di 1400 euro in cambio di un posto su un barcone che sembra più solido e affidabile di quei gusci di legno su cui partono in 10-15 alla volta. Si parte all'alba di sabato 19, in 53, tutti tunisini che guardano diffidenti quello strano compagno di viaggio. Il mare è buono, la traversata senza intoppi, dalle coste tunisine parte un barchino dietro l'altro. Quando il pomeriggio della domenica Rivellino vede Lampedusa tira un sospiro di sollievo, la motovedetta della guardia costiera viene a prenderli. C'è da gestire l'effetto sorpresa all'accoglienza. A tutti ripete la sua storia. Il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio dice: "Ha il passaporto, è un cittadino italiano, ma stiamo facendo accertamenti sul suo status". In altre parole verificando se in Tunisia fosse ricercato. Per l'Italia non c'è alcun reato. E allora buona fortuna. Per Rivellino la vita ricomincia a Santa Maria del Molise.

Una storia che dicevamo ha dei contorni tragicomici che ricordano i film del dopo guerra ma che apre uno squarcio su ciò che arriva con il barchino, migliaia di persone che fuggono dalla fame ma anche dalla giustizia con cui hanno conti aperti. Una storia che dovrebbe essere analizzata, studiata, per capire meglio i flussi di persone, la struttura di queste organizzazioni che trafficano uomini e “disperati” di ogni tipo. Ecco quello che le istituzioni non possono più continuare a fare è girarsi dall’altra parte, l’Italia non può più continuare a dire “per noi non c’è reato”, certo Rivellino non avrà commesso reato di immigrazione clandestina ma con la propria condotta l’ha sostenuta e certamente sulla stessa sa più di quel che racconta, ecco perché la sua storia va, oltre la risata istintiva, va indagata, compresa e sanzionata, come quella di tutti i migranti che a qualsiasi titolo (se non quello di scappare da guerre o carestie) sbarcano giornalmente nel nostro paese.