Il SudEst

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"Chi si fida dei poveri?"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Sono nata nel 1969.

Da bambina, quando guardavo i film italiani in bianco e nero degli anni cinquanta mi stupivo nel vedere rappresentata la solidarietà: donne che aiutavano il bisognoso di turno, uomini compassionevoli pronti a venire in soccorso degli altri in maniera gratuita, rispondendo ad una consuetudine normale e viva, popolavano le sceneggiature delle pellicole del dopoguerra. Mi dicevo che dipendeva dal fatto che nella finzione di un film tutto è possibile, ma spesso intercettavo nei discorsi dei "grandi" allusioni ad un tempo nel quale la disponibilità e l'apertura nei confronti degli altri era maggiore. Di questa differenza non sapevo darmi spiegazione. I decenni successivi, quelli dell'edonismo reaganiano, non smentirono mai ciò che consideravo un dato inconfutabile e cioè la diffidenza che gran parte della società sembrava manifestare al cospetto del bisogno altrui. Aiutare chi è in evidente difficoltà non è sempre frutto dell'istinto umano. Il più delle volte è anzi il risultato culturale di prescrizioni religiose o di norme virtuose di convivenza civile. Quando diventa istinto dipende dall'aver sperimentato in prima persona una condizione di bisogno che facilita la comprensione della difficoltà altrui.

Potrebbe essere questa una spiegazione ragionevole della solidarietà che animava gli italiani nel dopoguerra, unita forse alla fiducia che si andava per forza di cose verso un futuro migliore, perché qualunque futuro sarebbe stato migliore delle atrocità vissute.

Dopo gli anni settanta tuttavia, ci si è avviati gradualmente verso una chiusura, una sorta di arroccamento nel privato che ha escluso l'impegno civile (anche nelle vesti della semplice umana solidarietà) dai valori fondamentali della morale corrente. Anzi,  tra questi è più facile trovare l'esatto contrario della partecipazione ai difficili destini altrui.

La "Milano da bere" cosa ha rappresentato in fondo se non questo, la declinazione cioè in salsa italiana dell'edonismo reaganiano più sopra menzionato? Se la "Milano da bere" ha fatto i conti con le Forche Caudine di "Mani pulite", i meccanismi storici ed economici che ne sono stati all' origine sono rimasti tal quali, amplificati dalla globalizzazione imposta dalla rete, con il risultato paradossale che un modo per non ricevere aiuto è mostrare che se ne ha bisogno, circostanza questa che raramente viene perdonata.

Se sei povero è dunque colpa tua, questo ci dice la morale corrente, come se le  sorti di ciascuno dipendessero esclusivamente da un atto di volontà individuale. Il principio è espresso chiaramente negli scritti del sociologo Bauman, non a caso uno dei maestri del pensiero occidentale contemporaneo. Il meccanismo non è peraltro dissimile, mutatis mutandis, da quello posto in essere dai nazisti durante le selezioni d'accesso ai campi di sterminio. Le vittime finivano col credere che quel "sì" o quel "no" pronunciato dalle SS, che stava a significare morire oggi o fra non molto, dipendessero da qualcosa di ragionevole e logico, come ad esempio un errore da esse commesso e non come di fatto era, dall' arbitrio insensato dei carnefici. Non mi sognerei per nulla  al mondo di associare un fenomeno così unico nella sua tragicità come l'olocausto, al rapporto che siamo capaci di instaurare con coloro che non hanno mezzi. Nonostante questo però non va sottovalutato che una condizione di soggezione che espone un essere umano a vessazioni ed umiliazioni, finisca col generare una condizione peggiore,  in cui è inevitabile che egli si consideri di essa responsabile e che renderà ancora più ardua la ripresa ed un eventuale miglioramento.

Nel gioco delle parti di cui siamo  attori ed in cui è sempre difficile fissare un inizio, colui che vessa ed umilia è stimolato a farlo dal ruolo di sudditanza mostrato dalla vittima ed entrambi finiscono per perpetuare così le rispettive condizioni. Al contrario la forza che un individuo ispira per le ragioni più diverse, per ciò stesso scoraggerà atti di soverchieria da parte di chi lo circonda. La natura sembra imporre tale legge da sempre e gli esseri umani faticano ancora a creare strumenti in grado di difendere le comunità che storicamente creano, con il risultato vergognoso che chi vive una debolezza debba per sovrapprezzo di essa vergognarsi.

È ammissibile che una società che non sia stata capace (né ne abbia davvero l' intenzione) di ridurre la distanza tra le fasce sociali che la compongono, finisca per attribuirne impunemente la responsabilità a coloro i quali quel divario lo subiscono? È ammissibile che essa non ponga in essere dei correttivi che pur non cancellando quel divario non lo rendano tuttavia un reato, una pena da scontare dopo la condanna, con l'emarginazione?