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Covid-19: La carenza di medici era già stata prevista nel 2011

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di BARBARA MESSINA


L'ultima inchiesta di Milena Gabanelli per il Corriere della Sera ha scoperto che la carenza di Medici che attanaglia il Sistema Sanitario Nazionale e soprattutto i presidi ospedalieri, esplosa in tutta la sua gravità durante la pandemia da SARS COV- 2, sarebbe stata prevista già ben dieci anni fa in un documento a firma di una fra le principali associazioni di categoria. L’importante firma del Corriere, infatti, nell’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi dal quotidiano milanese fa risalire l’odierna crisi del Sistema Sanitario Nazionale alle scelte compiute dal 2008 in poi da Ministero dell’Istruzione e Ministero della Sanità.

Il documento in questione datato 2011, redatto dall’Anaao, l’associazione di categoria che rappresenta i dirigenti medici e sanitari, lanciava già allora l’allarme rosso sulla probabile mancanza di specialisti con un documento che oggi  purtroppo si sta rivelando più che profetico: nel 2021 – si legge nero su bianco – mancheranno 30 mila medici ospedalieri. Il conto frutto di un puro calcolo matematico, anche se si trattava solo di stime, sembra più che corretto: i medici in quel periodo stavano scegliendo di andare in pensione a 62 anni di età e con 37 anni di anzianità. In base ai dati della Cassa pensioni sanitari Inpdap dal 2012 al 2021 avrebbero acquisito il titolo per andare in pensione 61.300 medici del sistema sanitario nazionale, cioè i nati tra il 1950 e il 1959. Fatti alcuni conti: con le borse di studio ferme a cinquemila l’anno, e considerando che solo il 75% dei neo-specialisti resta nel SSN (gli altri scelgono la strada della libera professione, del privato convenzionato, la carriera universitaria o quella di ricercatori), significa che si è in grado di immettere una forza lavoro di 35 mila nuovi specialisti in 10 anni (3.500 l’anno), ossia poco più della metà dei possibili pensionandi. Allarme che seppur basato su dati concreti fu totalmente disatteso dai Governi che si sono succeduti, soprattutto dai Ministeri della Salute e dell’Istruzione, che negli anni non hanno provveduto ad aumentare i contratti di formazione in modo da programmare gli ingressi in base alle possibili uscite. Fino al 2012 si è rimasti stabili sui cinquemila contratti di formazione. Nel 2013, con la Finanziaria del governo Monti del dicembre 2012 (anno della spending review), i posti addirittura scendono a 4.844 (con un saldo negativo di - 3%). La diminuzione dei contratti di formazione va di pari passo con il taglio dei posti-letto: da 4,2 posti-letto ogni mille abitanti nel 2000 a 2,8 posti-letto nel 2013. Oggi nel nostro Paese sono 3,2 contro una media Ue di 4,7; il record è del Giappone che di posti letto per mille abitanti ne ha 13,1, seguito dalla Corea del Sud e dalla Germania con 8.

Dal 2014 i contratti di formazione iniziano a salire: 5.748, che diventano 6.940 nel 2016, poi 7.078 nel 2018, e 8.583 lo scorso anno. Il loro finanziamento più che raddoppia, passando da poco più di 627 milioni di euro nel 2014 a oltre 1 miliardo nel 2019, per un incremento del totale di borse di studio del 59%. La domanda dunque permane: perché ancora oggi gli specialisti non bastano? Semplice, perché ancora una volta gli ingressi non sono programmati in base alle possibili uscite. In quegli anni infatti, in contemporanea al leggero aumento di borse per la specializzazione, cambiano le regole pensionistiche. Con la riforma Fornero del 2012 si va in pensione con 42 anni e 10 mesi di contributi per i maschi, e 41 e 10 mesi per le donne. Tra pensione di anzianità (anticipata) e di «vecchiaia» escono mediamente dal sistema coloro che compiono i 65 anni. Vuol dire che nel 2015 escono i nati nel 1950, nel 2018 quelli del 1953, ecc.

Ma vediamo nel dettaglio cosa è successo negli ultimi sei anni, ricordando sempre che un medico neolaureato che entra nella scuola di specialità sarà formato 4-5 anni dopo. Incrociando i dati dei prevedibili pensionati dal 2015 ad oggi, con il numero di specializzandi pronti nello stesso anno a prendere il loro posto, il risultato è questo: pensionabili 37.800, a fronte di 24.752 specializzati pronti per entrare nel SSN. La stima di quanti medici in meno sono stati formati rispetto a chi è andato in pensione è di 13.048.

A questa cifra bisogna poi aggiungere il numero di contratti di formazione che vengono persi per abbandono: più o meno 500 ogni anno.

Anche quest’anno, malgrado il deficit di medici sia esploso in tutta la sua gravità i 14.980 contratti di formazione finanziati dal Governo (e in parte minoritaria anche da Regioni ed enti privati), sono ben poca cosa in confronto all’esercito di ben  23.671 neolaureati in Medicina che il prossimo 30 novembre che attendono di conoscere la loro “sorte” lavorativa. Il 30 dicembre i nuovi specializzandi inizieranno i corsi che solo fra  4-5 anni li porteranno ad essere cardiologi, neurologi, ginecologi, virologi, ecc. Quest’anno il numero di contratti di formazione sarà decisamente più alto rispetto all’anno precedente: più +75%. In crescita soprattutto per le specializzazioni di cui l’emergenza Covid ha mostrato la carenza. Medicina d’emergenza passa da 458 a 975 contratti di formazione (+113%), anestesisti da 929 a 1.697 (+83%), Malattie infettive da 104 a 344 (+231%), microbiologi da 25 a 122 (+ 388%), Patologia clinica, cioè medici di laboratorio, da 86 a 226 (+ 163%), e medici statistici da 3 a 29 (più 867%).

Bene…. ma sarà tardi e speriamo non inutile visto che, come abbiamo detto, quest’esercito di medici sarà pronto fra 4/5 anni, e quindi potrà fare ben poco in un momento così drammatico. Il dato di fatto è che i 115 mila medici al lavoro nelle corsie degli ospedali, che già erano già insufficienti negli anni scorsi, ora non riescono più a coprire i turni, dovendo richiamare in servizio pensionati. Il SSNN è in crisi tanto che è stato necessario provvedere  alla definizione di nuove norme per l’emergenza Covid, che consentano già oggi di assumere gli specializzandi a cui mancano ancora due anni per terminare gli studi.

Ecco, questi sono i frutti di una politica fatti di tagli senza cognizione e criterio di causa, su Sanità e comparti strategici che, per farci rientrare in parametri studiati per altri paesi dove efficienza e produttività erano già i cardini su cui si sviluppano le politiche nazionali, hanno finito per peggiorare e non indebolire del tutto il sistema Italia. Speriamo soltanto che imparando dai propri errori i nostri governanti siano in grado per il futuro di mettere in atto politiche lungimiranti…. come si dice: “ai posteri l’ardua sentenza”.