Il SudEst

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Italia, la ripresa, almeno in un settore, c’è: è tra le maggiori esportatrici di armi!

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di NICO CATALANO

Negli ultimi anni, complice la sempre più instabile situazione geopolitica internazionale, decine di milioni di esseri umani lasciano le zone del sud del mondo per sfuggire alle carestie e le miserie prodotte dalle guerre cercando rifugio nelle nazioni dell’occidente un tempo opulento, oggi  purtroppo attanagliato dalla crisi globale indotta da quella globalizzazione senza regole ed etica generata dalla grande finanza mondiale con la complicità della sempre più “pilatesca” politica di inizio millennio.

Profughi che dopo viaggi di fortuna attraverso il mediterraneo sfidando la morte su barconi fatiscenti, si ritrovano in luoghi dove diventano l’oggetto di una penosa “guerra tra poveri” anziché integrazione e accoglienza subiscono il razzismo, la xenofobia e le frustrazioni di popoli che per pura ignoranza o forse per semplice convenienza scordano le cause di tali forzate migrazioni.

Infatti nell’ultimo anno, secondo i dati riportati dalla relazione presentata in Parlamento in ottemperanza alla legge 185/90 e predisposta dai differenti ministeri interessati: Esteri, Interni, Difesa, Finanze e Attività produttive per quanto riguarda le rispettive competenze,  l’export delle armi prodotte nel nostro Paese, sembra essere raddoppiato, registrando un aumento da circa gli otto miliardi di euro del 2015 agli oltre quattordici di miliardi nel 2016 e addirittura quasi sestuplicato invece rispetto al 2014.

Sempre secondo lo stesso documento governativo l’Italia grazie a questo incremento risulta terza, subito dopo Usa e Francia, per numero di Paesi di destinazione delle vendite “di strumenti morte” e fra i primi dieci paesi per valore totale delle esportazioni belliche.

Questo incremento registrato  nel corso del 2016 è  legato principalmente  all’aumento delle forniture di armamenti prodotti nel “bel Paese” utilizzati dalla coalizione dei paesi del golfo a guida dell’ Arabia Saudita nella guerra in Yemen;

infatti tra queste “esportazioni” rientrano ad esempio i 28 cacciabombardieri  costruiti dall’Alenia di Torino, venduti per 7,3 miliardi di euro alle forze aeree del Kuwait così come le oltre 22mila bombe aeree prodotte dalla Rwm Italia vendute invece per mezzo miliardo alla Royal Saudi Air Force e per finire i vari armamenti venduti dalle aziende belliche del nostro Paese all’esercito del Qatar impegnato anch’esso come le  forze armate delle altre nazioni citate nel cruento e sanguinoso conflitto yemenita.

Una guerra questa è stata condannata dalla stessa Onu sia per le ripetute crudeltà perpetuate verso le popolazioni yemenite dalle forze della coalizione araba ma anche per i numerosi e indiscriminati bombardamenti aerei che hanno causato la morte di migliaia di civili così come ultimamente documentato da Human Rights Watch una delle più importanti tra le organizzazioni non governative internazionali che si occupano della difesa dei diritti umani.

Le  forniture di armi Italiane avvenute in questi ultimi anni, hanno reso il Medio Oriente, la principale area di esportazione per l’industria bellica “made in Italy”  un settore dove anche le banche Italiane hanno trovato lauti guadagni, infatti nel 2016 Unicredit e Banca Etruria ma anche diverse banche popolari, come ad esempio la Popolare di Sondrio hanno raddoppiato il volume degli affari in questo settore e superato addirittura le banche straniere, su tutte la tedesca Deutsche Bank  così da diventare i primi istituti al mondo per l’intermediazione finanziaria legata alla vendita di armi, una tendenza pericolosa, purtroppo accentuata e invogliata nel nostro Paese dagli ultimi governi a guida partito democratico tramite il rilascio di continue autorizzazioni per l’esportazione di armamenti proprio verso i Paesi belligeranti.

Governi che invece di fare rispettare la legge 185/90 la quale, appunto impedisce alle imprese belliche italiane di commercializzare armi con stati in conflitto, che violano i diritti umani e che rientrano in quelli che vengono definite nazioni povere pesantemente indebitate, addirittura si congratulano attraverso l’utilizzo di toni trionfalistici per la diffusione della produzione armiera italiana nel mondo.

Questo comportamento oltre ad evidenziare una certa ipocrisia tipica della politica Italiana contribuisce ad alimentare i conflitti che insanguinano il medio oriente e di conseguenza ingrossano i flussi di profughi e rifugiati verso l’Europa ed in particolare verso il nostro Paese.

“l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali..” recita l’articolo 11 della nostra Costituzione, in questa fase storica in cui nuovi pericolosi venti di guerra minacciano il globo, per l’Italia invece di inseguire il primato dell’export delle armi, sarebbe opportuno un diverso e propositivo ruolo da ricoprire, sicuramente nel solco della pace e del disarmo.

“L'Italia, deve essere nel mondo portatrice di pace, si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, fonte di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame” pronunciò nel suo discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica nel 1978 Sandro Pertini un gigante rispetto ai tanti nani dell’odierna classe dirigente italiana assolutamente non all’altezza delle sfide del presente e del futuro.

Foto: Il Fatto Quotidiano