Il SudEst

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Un prete, un governatore e 68 indagati: ‘ndrangheta e accoglienza

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di MARCO SPAGNUOLO

Lunedì 15 maggio, al’inizio di questa settimana, sono scattate le manette per ben sessantotto indagati, tra cui un governatore e un prete, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, subappalto, corruzione, riciclaggio, furto di fondi pubblici. Tutti questi reati, e questa rete mafiosa, ha girato per anni attorno all’asse centrale del Cara di Isola Capo Rizzuto. Il centro d’accoglienza, uno dei più grandi d’Europa, accoglie ogni anno milleduecento richiedenti asilo – anche se il limite è fissato agli ottocento ospiti – con un giro di denaro che sfocia nei milioni.


Le indagini, con l’operazione “Johnny”, hanno portato allo smantellamento della cosca degli Arena, che negli anni avevano ottenuto il monopolio sull’accoglienza nella zona e non oltre – i loro tentacoli, infatti, arrivavano fino a Lampedusa. Questa rete criminale, nella quale religione, politica e mafia sono la stessa cosa, ha messo le proprie mani su trentasei milioni di fondi europei e sei milioni dallo stato italiano. Il business, fatto di accordi e diversi livelli di corruzione, preveda la monopolizzazione da parte della detta ‘ndrina sulla preparazione e distribuzione del catering, sugli operatori che lavoravano nel centro, sulle aziende che fornivano servizi di diverso tipo al Cara.

Tutto questo, con la gentile presenza di Leonardo Sacco, governatore calabro lucano della confraternita delle Misericordie, che non perdeva occasione per sbraitare contro la criminalità e per improvvisare comizi contro la mafia; e con quella di don Edoardo Scordio, orgoglioso anticomunista e cattolico tradizionalista. Mentre il primo fungeva da filo conduttore tra la cosca mafiosa e le istituzioni, soprattutto quando di mezzo c’erano fondi pubblici, il secondo raccoglieva intorno a se quasi un impero: scuole materne, elementari, medie, centri per anziani, una polisportiva, un cinema, una quota dell’aeroporto.

Questa non è una recente scoperta, ma frutto di una decennale  indagine del Ros. L’ipotesi avanzata dalle forze dell’ordine è quella che il clan Arena abbia acquisito un ruolo primario nella gestione di commesse, soprattutto nel campo dell’accoglienza. Ma i carabinieri non solo gli unici ad aver fiutato puzza di mafia in questo affare. Infatti, i ragazzi dell’Arci di Crotone, da sempre, hanno denunciato questa situazione, la collusione cioè tra potere politico, religioso e mafioso, ma da soli e senza appoggio da alcuna istituzione.

Tutto ciò sta a dimostrazione di come il problema della gestione dell’immigrazione non risiede nella “cattiveria” delle ONG, ma nella mala gestione dei fondi pubblici e della collusione tra mafia e politica. questo è un problema tutto italiano, non certo da rinviare sulle sponde africane.