Il SudEst

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Università per i ricchi

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di NICO CATALANO

E’ quanto emerge dal XIX Rapporto AlmaLaurea


Le  Università Italiane non riescono ancora ad esprimere al meglio il loro  ruolo di “ascensore sociale” così come avviene in altre Nazioni  d’Europa, è uno dei dati eclatanti che emerge dal “XIX Rapporto AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati nelle Università italiane” la consueta rilevazione statistica annuale del mondo universitario del nostro Paese riferita all’anno 2016 e redatto dal consorzio AlmaLaurea.

Il rapporto è stato presentato martedì scorso presso l’Università degli studi di Parma, nell’ambito del Convegno dal tema «Università e skill nella seconda fase della globalizzazione» alla presenza del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca  on. Valeria Fedeli e dei vertici del MIUR.

AlmaLaurea il Consorzio Interuniversitario fondato nel 1994 a cui aderiscono 74 Atenei è sostenuto con il contributo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) nonché dalle imprese e dagli enti che utilizzano i servizi offerti  dallo stesso consorzio.

Dai dati rilevati su un campione di circa 270 mila laureati italiani, pari al 90 per cento degli stessi, positivo è il dato dell’età media della laurea :  26 anni, un dato calato in maniera apprezzabile rispetto alla situazione pre-riforma e che continua a diminuire negli anni rispetto alla media di 27 anni registrata in Italia nel 2006.

Invece emerge la presenza negativa di un’università di classe, dove i laureati che provengono da famiglie i cui genitori sono operai o impiegati sono sempre meno di quelli figli di imprenditori, dirigenti e liberi professionisti, infatti la percentuale dei primi si attesta intorno al 21 % rispetto ai secondi che risponde a circa il 34%.

Il background familiare inoltre ha un forte effetto anche sulle opportunità di  passaggio tra i  livelli di studio, infatti  fra i laureati, si è rilevato maggiore il numero dei giovani provenienti da ambiti familiari favoriti dal punto di vista economico e socio-culturale che  completano il percorso di istruzione universitaria, fenomeno probabilmente spiegato dal fatto che spesso un maggiore reddito familiare facilita lo studente nel cogliere  le diverse opportunità rispetto a chi proviene da nuclei familiari con redditi bassi tra queste, un maggiore accesso ai saperi e alle conoscenze, il cambiare sede, pagare un affitto in una città diversa da quella di residenza o sostenere il pagamento delle tasse universitarie ormai tra le più elevate rispetto alla media dei paesi OCSE.

Sicuramente influisce sia il particolare momento di crisi che sta attraversando il nostro Paese, così come le politiche promosse dagli ultimi governi, all’insegna dell’austerità, dei tagli lineari alla spesa pubblica e dei pareggi di bilancio che hanno portato i governi degli ultimi anni a stanziare per il diritto allo studio meno di sei miliardi di euro a differenza dei venti della Germania; politiche queste, certamente non eque e distributive che hanno permesso ai “ricchi di essere sempre più ricchi”  impoverendo e azzerando gli appartenenti a quella che un tempo era considerata la classe media, riducendo il reddito e i conseguenti consumi di questi ultimi.

Altro dato negativo è quello emerso dalle dichiarazioni di circa la metà dei laureati, i quali si sono detti propensi a trasferirsi all’estero per conseguire la laurea, per via che questa decisione permetterebbe loro di velocizzare la carriera lavorativa e professionale, comportamento spiegato dal fatto che nel nostro Paese il tasso di occupazione dei laureati nella fascia di età compresa tra i 24 e i 35 anni è del 62% valore molto basso rispetto al 83% che rappresenta la media dei paesi dell’OCSE a dispetto di tutti gli slogan che hanno accompagnato ultimamente le fallimentari riforme del lavoro ad opera del governo Renzi, Jobs act su tutte.

Questi dati emersi dal rapporto AlmaLaurea 2016 rappresentano un paradosso per un’ Università professionalizzata vanto delle varie riforme degli Atenei profuse dai governi “riformisti” di questi ultimi anni, innovazioni formative incentrate su di un percorso Universitario che aveva la presunzione di formare quella forza lavoro utile al mercato ma che invece ha fatto registrare sia una propensione all’ esodo verso l’estero abbinata ad una pericolosa scarsa mobilità sociale  così come non permette ai giovani laureati di trovare lavoro, magari uscire dal precariato  e conseguire un reddito degno di questo nome.