Il SudEst

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"Silvia Romano? Meglio morta"

di ROSAMARIA FUMAROLA

La cooperante Silvia Romano è stata liberata ed è finalmente tornata dalla sua famiglia e nella sua casa milanese.

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Emergenza Coronavirus: dalla povertà materiale a quella educativa

di FLAVIO DIOGRANDE

Le conseguenze della crisi legata al Covid-19 tratteggiano un quadro socio-economico sempre più drammatico per il nostro Paese, già oberato da una serie di inefficienze strutturali che di fatto limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, per citare uno degli articoli più importanti della nostra Carta costituzionale. Le crescenti difficoltà economiche di molte famiglie italiane hanno pesato sulla contrazione delle opportunità educative dei bambini e dei ragazzi, amplificando le disuguaglianze sociali e territoriali connesse ai livelli di istruzione e formazione.

«All’aggravarsi della deprivazione materiale, dovuta all’emergenza COVID19, si aggiunge anche la deprivazione educativa e culturale dei bambini e degli adolescenti, dovuta alla chiusura prolungata delle scuole e degli spazi educativi della comunità ed al confinamento a casa. Una privazione prolungata che rischia di avere effetti di lungo periodo sull’apprendimento e, più in generale, sulla dispersione scolastica, che già mostrava tendenze negative prima della crisi. E che colpirà particolarmente i minori che vivono in famiglie in condizione di svantaggio socioeconomico, le cui esigenze immediate, oggi, sono ancor più focalizzate a garantire la disponibilità dei beni materiali essenziali, a scapito dell’investimento in educazione». A lanciare l’allarme è Save the Children nel suo ultimo rapporto “L’impatto del Coronavirus sulla povertà educativa”, che accompagna il lancio della campagna "Riscriviamo il futuro”, volta a offrire educazione, opportunità e speranza a bambini, bambine e adolescenti attraverso un progetto che si articola in tre punti: combattere il Learning Loss (la perdita di apprendimento estivo), dare adeguato sostegno materiale alle famiglie e continuare a collaborare con le scuole per preparare la ripresa delle attività didattiche.

L’indagine campionaria sugli effetti della pandemia COVID19 è stata condotta per Save the Children dall’istituto di ricerca 40 Db, dal 22 al 27 aprile, su un campione di oltre 1000 bambini e ragazzi tra gli 8 e i 17 anni e i loro genitori, utilizzando un questionario online volto ad osservare l’impatto delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria sui minori in Italia.

Nella relazione finale vengono riportati anche i dati di uno studio condotto dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, secondo cui dei circa 9,5 milioni di lavoratori impossibilitati a lavorare nel mese di marzo, 3,7 milioni vivono in famiglie monoreddito, dove quindi è venuta a mancare l’unica fonte di reddito. La metà di queste famiglie è composta anche da figli a carico.

Per quel che concerne la dispersione scolastica «negli ultimi 5 anni – rileva il report – non si sono registrati progressi sostanziali, con una percentuale che oscilla tra il 14% ed il15%, lontana dall’Obiettivo stabilito dalla UE di ridurre il tasso al di sotto del 10% entro il 2020. In nessuna macroregione la percentuale, nel 2018, è calata al di sotto del 10%», ma va evidenziato come al Sud e nelle Isole tale fenomeno sia più accentuato rispetto alle zone del Centronord con percentuali che si attestano rispettivamente tra il 17,3% e il 22,3% (tra le più alte in Europa).

Circa la metà delle famiglie intervistate (46.7%) dichiara che «le risorse economiche si sono ridotte e più di una famiglia su 10 (13,6%) ha subìto una riduzione di salario definitiva, mentre il 7,4% dei genitori ha perso il lavoro». Le conseguenze si traducono nella riduzione delle spese alimentari (quasi la metà delle famiglie) e nella rinuncia alle cure mediche per mancanza di soldi (28.2% al Sud)». La crisi provocata dalla pandemia porrà inoltre problemi rilevanti in termini di disponibilità e organizzazione del servizio refezione (dal 2012, ha subito un calo drastico nelle scuole, passando dal 62% a poco più del 50%, a causa soprattutto della riduzione delle risorse dei comuni) penalizzando in particolar modo i bambini che vivono nelle famiglie meno abbienti.

Con riferimento alle attività didattiche e formative a distanza, tra le famiglie in maggiore difficoltà, molte sono quelle che vorrebbero un aiuto più consistente da parte degli insegnanti (72,4%) e quasi la metà (45,2%) vorrebbero «le scuole aperte tutto il giorno con attività extrascolastiche e supporto alle famiglie in difficoltà. Più di un genitore su 3 (34,7%) è preoccupato rispetto alla possibilità di andare a lavorare o cercare un nuovo lavoro con le scuole chiuse, percentuale che sale al 44% tra i genitori più in difficoltà».

Guardando al prossimo anno scolastico si dovrà ripensare anche lo spazio ed il tempo educativo, al fine di garantire il distanziamento fisico che sarà ancora necessario, partendo tuttavia da un dato allarmante: il 46% di bambini e adolescenti frequentano scuole senza certificati di agibilità in un Paese dove circa il 40% degli edifici scolastici è situato in zone a rischio sismico (la metà dei quali al Sud) e il 10% in aree a rischio idrogeologico. «Non possiamo permettere – afferma Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children Italia – che l'epidemia di COVID-19 in pochi mesi tolga ai bambini e agli adolescenti in Italia opportunità di crescita e sviluppo. Dobbiamo agire subito per non privarli del loro futuro. L'educazione, formale e non, rappresenta per i nostri bambini l'ancora di salvezza per avere opportunità nel presente ma soprattutto per garantire la libertà di scegliere il proprio futuro, specie nei contesti più svantaggiati. Ora più che mai è necessario un impegno collettivo che veda coinvolti - cittadini, famiglie, scuole, terzo settore, aziende e istituzioni - per una ripartenza che identifichi i diritti dei minori come bussola per intervenire nel presente e riscrivere il futuro».

La crisi economica rischia di aggravare i già importanti divari di apprendimento che caratterizzano il nostro Paese, considerando che – secondo l’ultimo rapporto Istat pubblicato – più di 4 minori su 10 vivono in abitazioni sovraffollate, privi di spazi adeguati allo studio e il 12,3% non ha un computer o un tablet in casa per seguire le lezioni a distanza (la quota raggiunge quasi il 20% nel Mezzogiorno). Inoltre, meno di tre ragazzi su 10 presentano competenze digitali adeguate all’uso delle piattaforme online.

«Già prima dell’emergenza legata al COVID19 – sottolinea Save the Children – il nostro Paese registrava percentuali di deprivazione economica e materiale dei minori tra le più alte d’Europa. Il rischio è quello di vedere, nei prossimi anni, se non si interviene subito, un balzo in avanti della povertà economica e educativa», in particolare al Sud, dove si concentrano le percentuali più elevate di studenti appartenenti alle fasce socio-economiche e culturali più svantaggiate (superiori al 30% nelle province di Taranto, Napoli e BAT).

«Per fronteggiare l'impatto della crisi – si legge sul sito dell’organizzazione umanitaria – occorre avviare con urgenza e determinazione un Piano straordinario per l'infanzia e l'adolescenza, con particolare attenzione alle fasce più vulnerabili. È indispensabile raggiungere tutti i bambini che sono rimasti esclusi dalla didattica a distanza per consentire loro di riagganciare i legami con la scuola ed è necessario uno sforzo collettivo per garantire a tutti i bambini, le bambine e i ragazzi di trascorrere un’estate ricca di opportunità educative e di gioco, nel pieno rispetto dei protocolli sanitari. Pensando alla ripresa dell’anno scolastico, occorre nel frattempo mettere in sicurezza le scuole e aprirle al territorio, trasformando in nuovi spazi didattici le aree verdi attrezzate, le biblioteche, i centri sportivi e tutto ciò di cui ogni territorio dispone». Per tale ragione, l’organizzazione umanitaria lancia un appello – sottoscritto da volti noti del mondo dello spettacolo, della cultura, del cinema, del giornalismo, dell’impresa e dello sport – rivolto al Governo, al Parlamento, alle Regioni e a tutte le istituzioni locali affinché «vengano adottate misure che, sia durante l’estate che durante tutto il prossimo anno scolastico, contrastino la povertà educativa e la dispersione scolastica».

lumsanews.it

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Striscia tra le polemiche per il caso Botteri

di NICO CATALANO

la società in cui l’estetica è più importante dell’etica

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La filosofia aristotelica e i caratteri di un anti-capitalismo ante litteram

di GIUSEPPE ROTONDO

Secondo un diffuso modus operandi, si è soliti contrapporre tra loro i vari rappresentanti della filosofia greca antica, senza neppure tentare di individuarne un barlume di unità. A dire il vero tale atteggiamento non è applicato esclusivamente all’interpretazione del pensiero greco, ma rimanda ad un più ampio e generale tentativo di ridurre la storia della filosofia a quella che Hegel definiva “filastrocca di opinioni”: un flusso storico di concezioni erudite che si susseguono relativisticamente una dopo l’altra, prescindendo dal contesto storico e socio-politico di riferimento. Ciò conduce alla remissiva consapevolezza che la filosofia non abbia alcuna pretesa di verità, poiché se non vi è un orizzonte comune ai diversi pensatori di una data epoca, allora la storia smarrisce il suo significato. Questa specie di relativismo storiografico è particolarmente evidente nella ricostruzione della tradizione filosofica greca prodotta dalla corrente manualistica. La maggior parte dei manuali tende oggi a proporre una visione caricaturale dei filosofi antichi, giustapponendoli uno dopo l’altro e operando confronti e paragoni di ogni sorta, prescindendo però dalla cifra storica e culturale che in realtà li accomuna. Si tende ad esempio ad ignorare che la maggior parte dei pensatori greci rifletteva sulle varie tematiche filosofiche avendo come proprio riferimento il contesto socio-politico della polis e più in generale della comunità politica, intesa come unico e naturale luogo di realizzazione della felicità individuale. Il comunitarismo è infatti un elemento centrale nel pensiero greco, che accomuna pensatori certo differenti tra loro nei contenuti, ma non nella forma generale. E’ il caso della ubiquitaria distinzione e contrapposizione tra due dei più grandi filosofi della tradizione occidentale: Platone e Aristotele. E’ infatti molto gettonata tra gli addetti ai lavori, ma non solo tra essi, la tesi per cui il realismo ontologico di Aristotele sarebbe completamente antitetico rispetto all’idealismo “bimondano” di Platone e che in maniera ancor più radicale la contrapposizione tra idealismo e realismo sarebbe la sola veramente valida per l’intera storia del pensiero occidentale. In questo modo, pur evidenziando una differenza non certo secondaria, si è però indebitamente oscurata la comune matrice che caratterizza tanto la filosofia aristotelica quanto quella platonica e più in generale tutta la filosofia antica: “Nella frattura che si consuma con il passaggio da Platone ad Aristotele è possibile leggere un elemento di continuità che permane stabilmente e che costituisce lo “sfondo comune”: si tratta del mantenimento aristotelico dell’etica platonica incentrata sulla “virtù” come metròn in grado di equilibrare i due poli opposti dell’illimitatamente piccolo e dell’illimitatamente grande.”[1] Questa precisazione, oltre a rinvenire nel ricorso al metròn e alla misura il tratto saliente della filosofia greca, ci permette di passare brevemente in rassegna i caratteri che rendono il pensiero aristotelico non conciliato con il presente Spirito del Tempo, che potremmo fichtianamente definire “Epoca della compiuta peccaminosità”. Si può infatti facilmente comprendere che il principio del metròn prima menzionato, che è cardine dell’etica aristotelica, sia incompatibile con l’odierna società capitalistica dell’illimitatezza, fondata sull’illimitata valorizzazione economica del valore: il giusto mezzo è per Aristotele non soltanto un principio su cui conformare la corretta azione etica superando il vizio nella virtù, ma è anche il valore fondante della comunità politica. Per Aristotele la polis per poter correttamente funzionare deve infatti avere una dimensione ed una popolazione media e fondarsi sul ceto che più di ogni altro è decisivo per il benessere della comunità: la classe media. Ancora una volta la non compatibilità di Aristotele con il nostro tempo risulta palese: oggi assistiamo infatti alla tragica decomposizione del ceto medio a causa delle logiche di profitto di una cerchia ristretta di grandi multinazionali ed entità finanziarie, che fondano la loro esistenza sulla valorizzazione illimitata del capitale. L’illimitatezza diviene dunque, in antitesi allo spirito greco e aristotelico del metròn, il fine ultimo della comunità sociale.

D’altra parte è stato lo stesso Aristotele a mettere in atto una distinzione fondamentale ancora oggi, sia a livello filosofico che nel pensiero economico. Egli contrappose all’economia, ossia la gestione dei beni della casa (oikos), da utilizzare per soddisfare i bisogni del nucleo famigliare, la crematistica, ossia il mondo economico esterno a quello famigliare, caratterizzato dal “valore di scambio” delle merci e dal commercio. Per Aristotele, e qui vi è l’elemento centrale per la comprensione e la critica del nostro tempo, la crematistica è legittima soltanto se amministrata in vista dell’oikos, ossia al fine di sostentare la famiglia e i suoi bisogni finiti. Se invece la crematistica viene considerata come un fine in sé, ossia finalizzata al mero profitto economico, essa diviene eticamente deprecabile. In questo caso infatti, lo scambio di beni finalizzato alla valorizzazione economica innesca un circolo vizioso ed infinito che non conduce alla felicità, che per Aristotele è ottenibile solo esercitando la virtù, che è sempre un proponimento finito.

E tra le virtù più significative vi è per Aristotele quella politica. L’uomo è infatti per Aristotele un animale politico e comunitario: l’essenza umana, ciò che distingue l’uomo dagli altri animali sta nella sua tendenza alla socialità e solo in un contesto socio-politico l’uomo può perseguire i suoi fini e raggiungere la felicità. Si noterà che l’antropologia aristotelica risulta ancora una volta contrapposta a quella del nostro tempo: l’individualismo e l’atomismo sociale caratterizzano la nostra società di mercato, in cui l’interesse individuale dell’accrescimento economico e della realizzazione personale si contrappongono al benessere generale e vengono racchiusi in un’etica fortemente egoistica e competitiva.

L’insieme di tutti questi caratteri fanno di Aristotele un pensatore inattuale. Ma l’inattualità è in filosofia una categoria quanto mai feconda, almeno se si intende il filosofare non già come un mero rispecchiamento passivo della realtà esterna, ma come l’adattamento di quest’ultima alla prassi trasformativa dell’Io, inteso fichtianamente come soggetto unico ed universale, operante nella storia. Per questo motivo possiamo concludere affermando che un recupero di Aristotele come pensatore “anticapitalista” ed “inattuale” è assolutamente lecito se si vuole pervenire ad una trasformazione delle laceranti contraddizioni etiche, sociali, economiche, ma anche filosofiche del nostro tempo.



[1] Diego Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani, p.133

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L’Obesità: una condizione che peggiora la prognosi nella Covid-19

di VINCENZA D'ONGHIA


Una delle peculiarità dell’infezione da SARS-CoV-2 è l’estrema variabilità della sua espressione clinica nei soggetti colpiti, in quanto può decorrere in maniera asintomatica o paucisintomatica, causare una sindrome simil-influenzale e, nel 20-25% dei casi, determinare una grave polmonite interstiziale con sindrome da distress respiratorio e disfunzione multiorgano ad esito fatale. Tale eterogeneità di quadri clinici spinge la comunità scientifica a cercare di individuare i fattori e le comorbidità che rendono il paziente a rischio di andare incontro ad una forma severa/critica di Covid-19.

Numerosi studi hanno rilevato un’associazione tra l’obesità e una prognosi infausta nella Covid-19, con un rischio di ventilazione meccanica invasiva 7 volte più elevato nei soggetti con Indice di Massa Corporea (IMC) > 35Kg/m2 (Obesità di II e III grado, moderata e severa) e un rischio da 1,8 a 3,6 volte maggiore di ricovero in Terapia Intensiva nei soggetti di età inferiore ai 60 anni con IMC >30Kg/m2 (Obesità di I grado) rispetto ai pazienti con IMC< 30 Kg/m2 (Sovrappeso). I meccanismi alla base di un’associazione tra obesità ed una prognosi peggiore nella Covid-19 coinvolgono la risposta cardiovascolare e una deregolazione immunitaria. Innanzitutto, l’eccesso di massa grassa rappresenta uno dei principali fattori di rischio per ipertensione, diabete, malattia coronarica, ictus, insufficienza renale ed epatopatie su base metabolica con precoce insorgenza di malattie cardiovascolari. In aggiunta a ciò, nei soggetti diabetici o a rischio di diabete con scarsa tolleranza glucidica, l’obesità determina resistenza insulinica (incapacità delle cellule di rispondere allo stimolo ormonale dell’insulina) ed una riduzione dell’attività delle cellule Beta pancreatiche (le cellule che secernono insulina, le quali potrebbero essere danneggiate direttamente dal virus attraverso un’interazione con il recettore ACE2), fattori che limitano la possibilità di una reazione metabolica adeguata nel caso di una “sfida” immunologica come un’infezione, essendo una regolazione metabolica integrata essenziale per una risposta immunitaria efficace. L’obesità favorisce inoltre le trombosi, elemento di non secondaria importanza se si considera l’elevata incidenza di tromboembolismo e coagulazione intravascolare disseminata della Covid-19 severa.

Gli studiosi pongono inoltre l’accento sugli effetti deleteri dell’obesità sulla funzionalità respiratoria, che viene compromessa a causa di una diminuzione del volume espiratorio forzato e della capacità vitale forzata. Fattori genetici potrebbero essere coinvolti nel rapporto tra massa grassa relativa e funzione respiratoria, come dimostrato dall’estrema gravità dell’infezione negli asiatici che spesso dimostrano una minore efficienza cardiorespiratoria ed hanno più tessuto adiposo in presenza di valori di ICM più bassi, e che, in caso di obesità grave (III grado) sono più difficili da trattare in Terapia Intensiva. Il problema della massa grassa relativa aumentata si presenta anche nei grandi anziani in cui la massa muscolare e il peso tendono a decrescere, specie in presenza di comorbidità cardiovascolari e respiratorie, ipertensione e diabete, che rendono la risposta all’infezione meno efficiente proprio come nei soggetti più giovani ma obesi.

L’obesità è anche associata ad uno stato infiammatorio basale con elevati livelli di interleuchina 6 (IL-6) e proteina C-reattiva (PCR) circolanti, due fattori che abbiamo già visto essere alla base della risposta infiammatoria nella Covid-19. Ricordiamo inoltre che il tessuto adiposo non è un tessuto inerte ma un organo endocrino vero e proprio in grado di esprimere, tra gli altri numerosi fattori, le citochine, in particolare le adiponectine, con una conseguente deregolazione dell’espressione dei leucociti tissutali. È già stato osservato che l’obesità è un fattore di rischio per patologie su base immunologica quali la psoriasi, con conseguenze negative sul sistema immunitario in seguito a stimoli ambientali quali le infezioni da virus influenzale. Sembra inoltre che in comunità sovraffollate e gruppi familiari che contano molti soggetti in sovrappeso appartenenti a diverse fasce d’età, la trasmissione del virus possa essere potenziata, situazione favorita dal disagio socio-economico che, paradossalmente, aumenta la prevalenza dell’obesità, aggravata da malnutrizione e da un inadeguato controllo glicemico. Tutti questi fattori orientano verso una maggiore gravità dell’infezione, come si osserva in genere nei soggetti di età superiore ai 70 anni dove si assiste al fenomeno della senescenza del sistema immunitario.

Le recenti acquisizioni sul rapporto tra Covid-19 ed obesità sono di fondamentale importanza per classificare i soggetti con un IMC elevato tra i pazienti a rischio di manifestazioni cliniche severe dell’infezione. Tale associazione deve essere comunicata, con le dovute modalità e senza generare panico, ai pazienti potenzialmente a rischio affinché adottino uno stile di vita volto a ridurre il peso corporeo con un’alimentazione sana e controllata ed una costante attività fisica, soprattutto nella attuale fase di lockdown, in cui alla sedentarietà forzata si è aggiunto, in molto casi, un fenomeno di iperalimentazione favorito da una particolare vulnerabilità psicologica dovuta alla pandemia. L’obesità rappresenta infatti uno dei principali fattori di rischio per malattie metaboliche, cardiovascolari e neoplastiche nel mondo occidentale e, per effetto della globalizzazione, sta diventando un problema diffuso anche in paesi dove si rilevava un’incidenza minore negli scorsi decenni. La maggiore gravità dell’infezione da SARS-CoV-2 rilevata nei soggetti obesi deve essere considerata un problema di salute pubblica che rende ancora più urgente l’adozione di politiche locali, nazionali ed internazionali per la prevenzione del sovrappeso, il controllo della qualità degli alimenti, l’incentivazione dell’attività fisica e la promozione di stili di vita improntati alla riduzione del fenomeno dell’iperconsumo passivo e dell’eccessiva introduzione di grassi e zuccheri raffinati a scapito di cereali integrali, legumi, frutta, verdura e pesce. Le forme severe di Covid-19 si aggiungono quindi al lungo elenco di condizioni patologiche favorite da sovrappeso e obesità e rappresentano una ragione in più per incentivare l’informazione finalizzata alla percezione del rischio ed alla prevenzione.

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