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"Amor di sé ed amore per gli altri"

di ROSAMARIA FUMAROLA

 

Ogni giorno ci schieriamo, scegliamo continuamente da che parte stare.

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Le prospettive della terapia con plasma iperimmune nella Covid-19 e il protocollo italiano

di VINCENZA D'ONGHIA

Al momento attuale non è ancora disponibile un trattamento specifico per l’infezione da SARS-CoV-2. Sono oggetto di studio gli antivirali remdesivir e la combinazione lopinavir/ritonavir, il primo dei quali ha dimostrato di possedere un effetto antivirale in un paziente negli Stati Uniti ma sono necessari ulteriori studi per stabilirne la reale efficacia e la sicurezza. Anche la terapia con corticosteroidi per il danno polmonare da Covid-19 pone numerosi problemi per via del rischio di una ritardata clearance dell’infezione virale e delle complicanze. Dal momento che un vaccino non è ancora disponibile e che la pandemia è ancora in atto in buona parte del pianeta, è assolutamente necessario cercare strategie terapeutiche alternative per il trattamento di Covid-19, in particolare nei casi più severi. Nelle ultime settimane l’attenzione di ricercatori e clinici si è sempre più concentrata su di un’opzione terapeutica “datata” ma che apre interessanti prospettive sulla base di risultati ottenuti sul campo: l’utilizzo di immunoglobuline derivate da plasma di pazienti convalescenti da Covid-19 che dovrebbero possedere un elevato titolo di anticorpi neutralizzanti nei confronti di SARS-CoV-2. Secondo questo principio, il plasma viene raccolto tramite una comune procedura di plasmaferesi da soggetti guariti dall’infezione e frazionato per produrre globuline iperimmuni da infondere nei pazienti critici oppure, in alternativa, il plasma fresco congelato può essere utilizzato senza ulteriore frazionamento. Un titolo elevato di anticorpi neutralizzanti può ridurre la disseminazione dell’infezione nell’albero respiratorio e, se somministrato nelle fasi precoci di malattia, può impedirne la progressione, accelerando la guarigione dell’infezione e limitando l’isolamento del paziente.

La terapia con la somministrazione del plasma da pazienti convalescenti è stata adottata da più di un secolo per la prevenzione e il trattamento di alcune malattie infettive e negli ultimi decenni è stata utilizzata nelle epidemie di SARS, MERS (Sindrome Respiratoria Medio-Orientale) e Influenza A H1N1 del 2009 con efficacia e sicurezza soddisfacenti mentre risultati meno incoraggianti sono stati ottenuti nel caso dell’Ebola.  Le analogie microbiologiche e cliniche tra SARS, MERS e Covid-19 fanno propendere per un buon risultato dell’impiego di quest’opzione terapeutica anche nell’infezione da SARS-CoV-2.  A questo proposito risulta molto interessante uno studio cinese condotto su 10 pazienti critici cui è stata infusa una dose da 200 ml di plasma iperimmune da donatori convalescenti con un titolo anticorpale superiore a 1:640 in aggiunta al trattamento di supporto ed alla terapia antivirale. In primo luogo, il trattamento si è rivelato sicuro e senza effetti collaterali se si eccettua un fugace rash cutaneo in un paziente. Dopo l’infusione, il titolo anticorpale si è innalzato in quasi tutti i riceventi e, a partire da 3 giorni dopo la somministrazione si è osservato un significativo miglioramento del quadro clinico, un aumento della saturazione della ossiemoglobina, un sensibile miglioramento del quadro radiologico polmonare alla TC e la stabilizzazione dei parametri di laboratorio, in particolare la conta linfocitaria, la Proteina C-reattiva e le transaminasi epatiche. La carica virale, inoltre, scendeva a livelli non rilevabili in 3 pazienti 2 giorni dopo l’infusione, in altri 3 pazienti 3 giorni dopo e in un ultimo paziente 6 giorni dopo.

Dal punto di vista fisiopatologico, alcune osservazioni preliminari inducono a ritenere che l’infusione di plasma iperimmune nei pazienti critici sia in grado di bloccare la progressione dell’infezione verso la polmonite severa. Infatti il trattamento, oltre ad agire sull’infezione virale, sarebbe anche in grado di ridurre l’imponente risposta infiammatoria alla base della compromissione grave nella Covid-19, probabilmente attraverso il legame delle alte dosi di anticorpi a numerosi recettori inibitori in grado di scatenare una risposta antinfiammatoria. I molteplici meccanismi attraverso cui l’infusione di plasma iperimmune può controllare l’infezione da SARS-CoV-2 e le sue conseguenze richiedono ancora approfondimento ma emerge una relativa sicurezza del trattamento che, se confermata, aggiunge un vantaggio al suo impiego clinico.

Per quanto riguarda l’Italia, i primi centri a sperimentare la terapia con plasma iperimmune di 46 pazienti guariti dalla Covid-19 sono stati il Policlinico San Matteo di Pavia e l’Ospedale di Mantova con risultati che vedono la mortalità nei pazienti critici scendere dal 15 al 6%. Numerosi centri in varie regioni stanno intraprendendo in questi giorni la sperimentazione del trattamento e, al fine di garantire la massima sicurezza dei riceventi, il Centro Nazionale Sangue ha stabilito dei criteri che permettano a soggetti guariti da Covid-19 di donare il plasma. In primo luogo, il paziente/donatore, con diagnosi documentata di Covid-19, deve risultare guarito da almeno 14 giorni secondo criteri clinici e laboratoristici, ossia non deve presentare sintomi e risultare negativo in due test consecutivi per la ricerca di SARS-CoV-2 effettuati a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. Possono donare solo uomini o donne nullipare cui non siano mai stati trasfusi emocomponenti e che, dopo un’attenta valutazione clinica, presentino uno stato di salute compatibile con la procedura di aferesi. I pazienti/donatori devono presentare parametri laboratoristici compatibili con la donazione secondo la normativa vigente e devono risultare negativi anche per la ricerca dell’RNA del virus dell’Epatite A ed E nonché del DNA del Parvovirus B19. Inoltre, dal momento che ancora non vi sono dati univoci sul titolo di anticorpi neutralizzanti da adottare, è necessaria una presenza adeguata di anticorpi neutralizzanti anti-SARS-Co-2, con un titolo di almeno 1:320 solo per pazienti affetti da immunodeficienze primarie ed acquisite. In aggiunta, ciascuna unità di plasma raccolta da donatore convalescente deve essere processata tramite un metodo di riduzione dei patogeni di comprovata efficacia, etichettata con la dicitura “Unità di plasma da paziente/donatore convalescente con diagnosi virologica di Covid-19” e conservata separatamente da qualsiasi altro emocomponente di uso clinico. È infine fondamentale l’acquisizione del consenso informato di donatore e ricevente, il rafforzamento dell’emovigilanza e il coordinamento tra il Centro Nazionale Sangue e i centri regionali di coordinamento per la donazione di emocomponenti affinché siano costantemente aggiornati i dati sulle quantità di plasma raccolte e disponibili per l’infusione nei pazienti selezionati per il trattamento.

 

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Armi italiane, Egitto primo acquirente

Armi italiane, Egitto primo acquirente

di FLAVIO DIOGRANDE

Pecunia non olet. I latini dicevano che il denaro non ha odore e vale a prescindere da quale sia la sua origine. Il denaro ha un valore assoluto anche quando la sua provenienza ha il retrogusto amaro di scelte politiche basate su un cinico pragmatismo che rifugge da ogni premessa ideologica o morale.

Se le parole possono rivelare buoni propositi, i numeri riportano fatti ed è a quelli che bisogna attenersi per analizzare l’annuale relazione governativa sull’export di armamenti presentata nei giorni scorsi al Parlamento, come richiesto dalla Legge 185/90 che disciplina la vendita estera dei sistemi militari italiani e riassume l’attività del settore industriale della difesa per l’anno scorso. Il rapporto è stato trasmesso alle Camere con grave ritardo sui termini previsti dalla legge, così come accade ormai da diversi anni, pregiudicando di fatto la possibilità per Camera e Senato di poter esercitare un controllo democratico sul mercato delle armi.

Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace hanno potuto visionare in anteprima il capitolo introduttivo del Rapporto annuale sull’export di armamenti, redatto dalla Presidenza del Consiglio, che riassume i documenti dei dicasteri coinvolti nell’iter autorizzazione. Esaminando i dati raccolti le due associazioni constatano che nel 2019 il Governo ha autorizzato l’esportazione di materiale bellico per un valore di 5,17 miliardi di euro e il cliente migliore è stato proprio l’Egitto con 871,7 milioni di euro di commesse. Il Paese nordafricano, che conta 60mila prigionieri politici – tra cui lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki arrestato a inizio febbraio – e in cui Giulio Regeni ha perso tragicamente la vita nel 2016, è il principale cliente dell’industria militare italiana, seguito dal Turkmenistan (guidato da un governo dittatoriale, dove l'omosessualità è ancora criminalizzata per intenderci), destinatario di licenze per un valore di 446,1 milioni di euro e dal Regno Unito con 419,1 milioni di euro. L’esportazione di armi di produzione italiana verso il regime di al-Sisi è più che centuplicato nel giro di quattro anni, dato che nel 2016 erano state autorizzate licenze per 7,1 milioni: «Questo è l’elemento più preoccupante – commenta Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo –. Dobbiamo registrare che quasi 900 milioni di euro di licenze sono destinate all’Egitto, che non solo è implicato nei casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki, ma ricordiamo è anche uno degli attori che destabilizzano maggiormente la Libia. Peraltro l’Egitto è anche sospettato di violare l’embargo internazionale delle armi verso il conflitto Libico. La responsabilità ovviamente è a metà tra il Governo Conte 1 e il Governo Conte 2, e per questo abbiamo chiesto anche di capire quando sono state date queste autorizzazioni, anche per valutare se ci sia stato un cambio di rotta».

In generale, dai dati emerge che il business dell’esportazione di materiale bellico gode di buona salute – valore complessivo di 5,174 miliardi di euro e ben 84 paesi destinatari – con un calo minimo rispetto al 2018 (-1,38%) e più vistoso se paragonato al triennio d’oro 2015-2017 (8,2 miliardi nel primo anno, poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017): «Non siamo ai livelli dei record avuti nei 3 anni precedenti, che sono arrivati fino a 14 miliardi di euro – commenta Vignarca – però siamo all’80% in più di quanto si aveva prima di questo picco. Trainato da queste grosse commesse degli ultimi anni ormai il livello di autorizzazioni e il livello di export italiano è cresciuto in maniera stabile”

Tra le prime dieci destinazioni in cui l’Italia ha autorizzato l’export di armi, nel 2019, ci sono quattro Paesi della Nato (due dei quali appartenenti anche all’Unione Europea), due Paesi dell’Africa Settentrionale (Egitto e Algeria), due asiatici (oltre al Turkmenistan, la Corea del Sud), l’Australia e il Brasile: «Due terzi dei sistemi militari esportati sono destinati a paesi che non fanno parte delle alleanze politiche, economiche e militari dell’Italia, come Ue e Nato – ha affermato Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi Opal di Brescia –. Dimostra, ancora una volta, che i prodotti della cosiddetta “industria della difesa” servono molto poco alla difesa comune. Spesso sono forniture militari che sostengono regimi autoritari e repressivi e alimentano conflitti contribuendo all’instabilità di intere regioni. Negli ultimi anni il parlamento ha dedicato scarsissima attenzione all’esame della Relazione governativa».

Seguono, in questa particolare classifica, l’Arabia Saudita, con 105,4 milioni di euro, e gli Emirati Arabi Uniti che si collocano al dodicesimo posto con 89,9 milioni, dimezzando il volume d’affari rispetto al record del 2018, mentre il Kuwait e il Baherin, anch’essi facenti parte della coalizione a guida saudita attiva militarmente in Yemen, hanno ricevuto rispettivamente armamenti per circa 82 milioni e 12,5 milioni. «L’Italia è ancora protagonista negativa dei flussi di armi verso i Paesi coinvolti nel sanguinoso conflitto in Yemen – osservano amaramente le due organizzazioni – con altissimo tributo di vittime civili, distruzione di infrastrutture vitali e di un impatto umanitario devastante anche a causa di numerose ed accertate violazioni di diritti umani con possibili crimini di guerra. Una situazione inaccettabile e per la quale chiediamo immediati chiarimenti ed interventi a Governo e Parlamento».

Per quel che riguarda le imprese, al vertice della classifica delle autorizzazioni ricevute c’è la Leonardo Spa, ex Finmeccanica, il cui principale azionista è il ministero italiano dell’Economia, con il 58%, seguita da Elettronica (5,5%), Calzoni (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%).

Quanto alle importazioni di armi registrate nel 2019, il valore totale è stato pari a 214 milioni di euro, con Stati Uniti (68%) e Israele (14%) che primeggiano tra i principali fornitori dell’Italia (va notato che in queste cifre non compaiono gli import da UE e area economica europea non più soggetti a controlli UAMA).

Matteo Salvini, il 13 giugno del 2018, al Corriere della Sera disse che «comprende bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto».

Prima gli affari, appunto.

nena-news.it

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