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Nelle parole del Papa il grido della Terra

Nelle parole del Papa il grido della Terra

di FLAVIO DIOGRANDE

Nel suo videomessaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, Francesco parla di «giustizia riparativa» e invita ad una più equa distribuzione delle risorse del pianeta, messe in pericolo dalle attività predatorie delle popolazioni più ricche

«Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell'ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d'allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi».

Sono passati cinque anni dalla pubblicazione dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” –  una lettera aperta attraverso la quale, per la prima volta, la Chiesa Cattolica si espose ufficialmente sui temi dell'ambiente e della sua salvaguardia – e da allora il vescovo di Roma non ha mai perso occasione per ricordare al mondo intero che alla battaglia ambientale e climatica non si può più riservare un posto marginale nei dibattiti politici. Lo ha fatto anche nei giorni scorsi, in occasione del suo Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato - "Giubileo per la Terra" - che apre il Tempo del Creato, esteso fino al 4 ottobre nel ricordo di San Francesco di Assisi.

Il Pontefice, che ha chiesto di guardare agli altri, «ai più poveri e ai più vulnerabili», in uno spirito non di «competizione scomposta», ma «in una comunione gioiosa, dove ci si sostiene e ci si tutela a vicenda», ha anche esortato a non dimenticare le disparità e le storiche disuguaglianze tra il Nord e il Sud del pianeta, sottolineando che «stiamo spremendo i beni del pianeta. Spremendoli, come se si trattasse di un’arancia. Paesi e imprese del Nord si sono arricchiti sfruttando doni naturali del Sud, generando un debito ecologico. Chi pagherà questo debito? Il debito ecologico aumenta quando le multinazionali fanno fuori dal loro Paese quello che nel proprio non è permesso. Fa indignare».

Francesco ha rivolto un accorato appello ai leader del pianeta, affinché questi agiscano in fretta per salvare la Terra dai sempre più frequenti disastri procurati dalle attività umane, prima che sia troppo tardi: «Oggi, non domani, oggi, dobbiamo prenderci cura del Creato con responsabilità. Preghiamo affinché le risorse del pianeta non vengano saccheggiate, ma condivise in modo equo e rispettoso. No al saccheggio, sì alla condivisione».

«Oggi – ha denunciato Francesco – la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi». Una dura critica, quella del Pontefice, che prova ancora una volta a rimettere in discussione i capisaldi del modello di sviluppo capitalista nel quale siamo immersi e che non ha saputo costruire la felicità per tutti. «I nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti – ha avvertito papa Bergoglio –. La continua domanda di crescita e l’incessante ciclo della produzione e dei consumi stanno estenuando l’ambiente. Le foreste si dissolvono, il suolo è eroso, i campi spariscono, i deserti avanzano, i mari diventano acidi e le tempeste si intensificano: la creazione geme!».

Il Santo Padre ha inoltre speso parole di speranza in relazione alle difficoltà legate al Covid e alle conseguenze che questa crisi determinerà a livello globale, invitando a trovare la forza per trasformare questa catastrofe in un’opportunità di rinascita e di trasformazione del ruolo dell’economia, e spiegando che «la pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni. Ci occorre oggi trovare stili equi e sostenibili di vita, che restituiscano alla Terra il riposo che le spetta, vie di sostentamento sufficienti per tutti, senza distruggere gli ecosistemi che ci mantengono. È necessario riparare la terra – ha osservato il Pontefice –. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano». Il ripristino della biodiversità «è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti».

Papa Francesco si è soffermato anche sul tema dell’indebitamento pubblico dei vari Paesi, di cui si dibatte da anni, seppur in modo sterile e discontinuo (per intenderci, già nel ‘90, Craxi intervenne dinanzi alla Conferenza parigina dei 41 paesi più poveri del pianeta, chiedendo la quasi totale cancellazione del debito che affossava le econome dei paesi più poveri o in via di sviluppo): «È il tempo di una giustizia riparativa – ha osservato Bergoglio –. A tale proposito, rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19».

Quello dell’indebitamento pubblico è un problema che affonda le sue radici nei primi anni del 19esimo secolo e segna, secondo molti studiosi del fenomeno che hanno costituito la rete Attac (uno dei più grandi movimenti globali di opposizione e alternativa al neoliberismo), l’ascesa e la larga diffusione del modello capitalistico nel mondo, «coi paesi imperialisti che – per dirla con le parole di Eric Toussaint, storico e politologo belga, autore de “Il sistema. Storia del debito sovrano e del suo ripudio” – utilizzano il debito pubblico come  un’arma di dominazione dei paesi poveri con la complicità delle loro rispettive borghesie. In due secoli, il sistema debito ha prodotto molteplici reazioni arrivando al ripudio del debito, sulla base del fatto che il prestito non era servito agli interessi della popolazione».

rainews.it

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“Maledizione Sardegna” o solo poco rispetto delle norme anti Covid-19?

di BARBARA MESSINA

La notizia del contagio arriva il 2 settembre, dopo rumors che si rincorrevano da giorni. La data probabile del contagio, invece, potrebbe essere quella del 19 agosto, almeno così si apprende dai fedelissimi del Presidente Berlusconi.

Nel giorno del ricovero di Flavio Briatore, il 25 agosto, lo stesso Cavaliere s'era sottoposto al tampone, dopo l'incontro tra i due in Sardegna, il 12 agosto il test che aveva dato esito negativo. Da ambienti azzurri si è inoltre saputo che sin dall'inizio della pandemia, il Presidente FI, con cadenza settimanale, ha controllato il suo stato di salute. E allora? Quando e come si è ammalato? Una data possibile sembra quella del 19 agosto quando, si legge sulle pagine di  Repubblica, dopo i tamponi positivi della figlia Barbara, del figlio Luigi e di qualche nipote si è reso conto di essere "circondato da familiari positivi al Covid-19".  E’ così che l’ex Presidente del Consiglio abbandona la Sardegna e si rifugia ad Arcore, dove le misure di sicurezza imposte dalla primogenita Marina per andarlo a trovare sono strettissimi,  gli appuntamenti concessi, rarissimi, erano sempre subordinati all'esibizione di un certificato che attestasse la negatività dell’ospite al tampone. Il problema è nato pertanto in Sardegna dove il protocollo strettissimo adottato da inizio pandemia non regge all’impatto dell’ondata di Covid-19 che si abbatte su Villa Certosa come una maledizione.

Rientrato ad Arcore, in quella brianza che da sempre è casa, Berlusconi si isola totalmente, teme il contagio, teme l’arrivo di quei sintomi che hanno colpito molte persone a lui vicino. Sintomi che non arrivano. Dopo due tamponi negativi, consecutivi, per l’ex presidente del Consiglio sembra passato il pericolo. E’ così che prima del rientro definitivo dalle ferie  torna in Francia, dalla figlia maggiore, per qualche giorno e poi, ad inizio settimana, ancora in Italia, dove l’aspetta l’ulteriore controllo precauzionale, delle note ufficiali, controllo a cui non da granché peso, prima della doccia fredda di mercoledì.

Silvio Berlusconi, si scopre positivo al Covid-19 come i figli, Luigi e Barbara, anch’essi  positivi al coronavirus. L’ex cavaliere è “asintomatico, in isolamento a domicilio”, fa sapere  il Prof. Alberto Zangrillo,  suo medico personale. Il tampone, fa sapere  il Primario di Anestesia e rianimazione dell’ospedale San Raffaele, gli è stato effettuato dopo il recente soggiorno in Sardegna. Tampone resosi indispensabile dopo che molti amici che l’ex presidente del Consiglio, erano risultati positivi, fra i tanti anche l’imprenditore Flavio Briatore, anche lui risultato positivo la scorsa settimana e ricoverato per alcuni giorni al San Raffaele.

Una nota ufficiale del San Raffaele, fa sapere che tutti coloro che sono venuti a contatto con il Presidente, dai familiari, all’assistente personale fino ai più stretti collaboratori (a cominciare da quelli che sono presenza fissa a Villa San Martino), sono stati sottoposti anche loro al test, come previsto dalle prescrizioni sanitarie legate all’emergenza. A quanto si sa dalle note ufficiali gli unici risultati positivi sono i figli Luigi e Barbara, quest’ultima con  sintomi durati un paio di giorni.

Fonti di Forza Italia assicurano “Il Presidente continua a lavorare nella sua residenza di Arcore”, dove trascorrerà il previsto periodo di isolamento come previsto dalle norme  “continuando in ogni caso a sostenere i candidati di Forza Italia e del centro-destra alle elezioni regionali ed amministrative”. Previsioni rispettate, nella serata di mercoledì, infatti, poche ore dopo l’ufficialità della sua positività, è proprio Berlusconi stesso che intervenendo a un evento del partito, l’ex ha assicurato che sarà presente in campagna elettorale “secondo le limitazioni imposte” dalla positività: “Purtroppo mi è successo anche questo ma continuo la battaglia”.

Già nell’occasione della positività di Flavio Briatore l’entourage dell'ex Cavaliere aveva spiegato che l’ex premier si era sottoposto al tampone per escludere il contagio. Quel giorno rientrò ad Arcore come da programma e riprese il lavoro per la campagna elettorale in vista delle elezioni regionali. Un nuovo test è stato effettuato solo “in via precauzionale” nelle scorse ore e questa volta ha dato esito positivo.

Tra i primi ad augurare al parlamentare europeo è stato Nicola Zingaretti, che gli ha augurato una “pronta guarigione a nome di tutta la comunità dei democratici”,  “combatterà con forza anche questa battaglia. A presto”, ha scritto su twitter il segretario del Pd. “Un affettuoso abbraccio a Silvio Berlusconi con l’augurio di tornare presto in campo. Forza Presidente”, sono stati gli auguri del leader di Italia Viva Matteo Renzi.

Auguri di pronta guarigione che si aggiungono a quelli  dei gruppi di Fi alla Camera e al Senato, e dei leader dei partiti della coalizione di centrodestra hanno augurato al fondatore di Forza Italia di riprendersi quanto prima. “Auguri di pronta guarigione e un abbraccio virtuale all’amico Silvio Berlusconi” ha pubblicato Matteo Salvini, mentre Giorgia Meloni, a nome di tutta Fratelli d’Italia, lo definisce “un leone”, “lo ha dimostrato tante volte: siamo certi che supererà brillantemente anche questo”.

La maledizione dell’estate in Costa smeralda, dunque, non perdona, neanche chi si credeva ormai in salvo in “continente”. Silvio Berlusconi è solo l’ultimo nome importante colpito dal contagio da Sars-Cov-2 quando già si riteneva sfuggito ai “venti sardi”, come li ha battezzati Flavio Briatore. Dopo la grande fuga da Porto Cervo e dintorni e mentre è sempre più serrata la caccia agli avventori di Billionaire, Phi Beach e Sottovento, soprattutto di quelli che hanno lasciando all’ingresso nomi e recapiti falsi, l’onda lunga del Covid Smeraldo, colpisce democraticamente tutti, ricchi e poveri. Colpisce sia quelli sbarcati a Civitavecchia dai traghetti stracolmi dove tanti sono saliti con la febbre, come denunciato dall’assessore alla sanità del Lazio, e colpisce quelli scappati con l’aereo privato, come Briatore e Berlusconi.

Quelli a far notizia sono i nomi famosi,  quasi tutti giovani e asintomatici, come Aida Yespica, Antonella Mosetti o il parrucchiere dei vip Federico Fashion Style. L’ ex tronista Nilufar Addati e quattro ex corteggiatori della trasmissione Uomini e Donne. È positivo e asintomatico Sinisa Mihajlovic, mister anche della partita di calcetto con Briatore. Sono positivi dieci calciatori di Serie A,  fra cui Kevin Bonifazi, Andrea Petagna, Miralem Pjanic e Antonio Mirante. È positivo e senza sintomi anche il pugile Daniele Scardina.

Quello che emerge è un quadro complesso, da cui si evince che il virus circola e non bisogna abbassare la guardia, nell’attesa del agnato vaccino.

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"Philippe Daverio: il sapere è piacere"

di ROSAMARIA FUMAROLA

Non molto tempo fa, nell'ottobre 2019, i media hanno dato notizia di un episodio sgradevole che ha visto protagonista il critico d'arte Philippe Daverio, il quale avrebbe nella votazione finale di una nota trasmissione televisiva, contribuito alla attribuzione illegittima del titolo di "borgo dei borghi" a Bobbio (del quale era cittadino onorario), piuttosto che a Palazzolo Acreide, la cittadina siciliana che nella votazione popolare aveva ottenuto una schiacciante maggioranza rispetto al borgo piacentino.

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"Perché il jazz"

di ROSAMARIA FUMAROLA

Ciascuno di noi ha conosciuto almeno una volta nella propria vita il grande amore. Più raramente quel sentimento, se corrisposto, ha dato origine ad una famiglia.

Per quanto mi riguarda il rapporto che ho sempre avuto con la musica e con il jazz in particolare è stato dapprincipio simile quello che si ha con una madre, con ciò da cui traiamo origine, per diventare poi relazione d'amore ed infine appunto famiglia.

So bene che descritta così può apparire cosa ai limiti della ragionevolezza, eppure non troverei oggi parole diverse per descriverla che quelle che ho usato e se la mia sensibilità verso il mondo dei suoni non è dipesa da una scelta, quella che ha riguardato il jazz è arrivata alla fine di una precisa ricerca intrapresa, non solo da un punto di vista artistico ma filosofico.

Dopo l'adolescenza sono sempre stata infatti vicina agli ambienti che un tempo venivano definiti "alternativi" ed al cui interno era possibile incontrare chi per  destino o più spesso per moda sembrava interessarsi ad altro che non fosse il posto fisso e che guardava alle regole della società del tempo come qualcosa di rigido, nel quale faticava a trovare uno spazio proprio. In tali ambienti incontrare giovani che suonassero, scrivessero o dipingessero non era difficile.

A quel tempo ero persuasa che certe frequentazioni dipendessero da una simpatia per un ragazzo, che magari appunto suonava.

Oggi so che era l'esatto contrario e cioè che quel ragazzo era ai miei occhi interessante perché suonava, sebbene non fossero pochi i giovani che facessero parte di una band, di un gruppo musicale ed andare ad ascoltarli era quasi sempre andare al concerto di quelle che oggi si chiamerebbero "cover band", gruppi cioè che proponevano il repertorio di un artista famoso, il più delle volte un rocker. Gli anni settanta erano però lontani ed il filo conduttore che aveva tenuto assieme una generazione di artisti era ormai definitivamente spezzato. Ciascuno avrebbe percorso una propria strada autonomamente, individualmente, non attingendo più ad un bacino comune di idee. Ai miei occhi la cosa appariva  tristemente ed inevitabilmente chiara e dunque mi domandavo quale fosse il senso di una musica, che sembrava affidarsi ancora all'ispirazione, visto che a me pareva che quest'ultima non potesse più considerarsi il nucleo fondante della creatività come lo era stato per il passato. Quell'idea e quanti la sostenevano (e la sostengono) erano per me degli ingenui, innamorati di un'arte che trova più spesso posto nelle favole che nella realtà. Il dinamismo inaffidabile dell'ispirazione non poteva più essere la risposta di chi si trovava negli anni novanta a riempire una pagina vuota con qualcosa che non fosse priva di senso. Era necessario affidarsi ad un'estetica diversa, dotata anche di una parte stabile, di un tessuto che fosse più il frutto di un lavoro artigianale che dell'imprevedibile alea dell'ispirazione artistica. Ecco dunque sinteticamente chiarite le ragioni filosofiche del mio avvicinamento al jazz, che è in primo luogo saper suonare, avere cioè appreso un linguaggio da utilizzare per esprimere qualsiasi cosa si abbia voglia di dire. Ovviamente il jazz non è solo questo (dubito che il suo senso possa essere sintetizzato in un articolo come in un libro intero) e un altro degli elementi che hanno rappresentato per me un'attrattiva irresistibile è stato il suo essere radicale, l'ergersi cioè a qualcosa che ambisce a competere con la "natura" fino a spezzarne a proprio piacimento il discorso. Cosa c'è infatti di più creativo che distruggere i gangli dell'esistere consuetudinario per proporne di nuovi e diversi cambiando il ritmo alla vita e così finendo per cambiarne un po' anche il senso? In questa radicalità va per me individuata la chiave della longevita` di un linguaggio capace di cambiar pelle, di evolversi senza mai estinguersi quale il jazz ha finora magistralmente dimostrato di essere.

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Otranto Onta o terra alba dei popoli?

di NICO CATALANO

Quella che sta volgendo al termine, verrà ricordata ai posteri come una strana estate. Una stagione contrassegnata dal caldo afoso, dalle mascherine indossate in spiaggia e dalla paura costante di una nuova ondata di quel terribile virus che invisibile e subdolo, durante la scorsa primavera ha provocato un numero impressionante di ricoveri e lutti. Una probabile pandemia autunnale che favorita da comportamenti estivi così superficiali quanto incivili, purtroppo diffusi in una società sempre più preda dell’edonismo sfrenato, potrebbe provocare tra i suoi funesti effetti un nuovo lock down tanto nefasto da compromettere in maniera definitiva l’economia del nostro sistema Paese, peraltro già da tempo vacillante per diversi aspetti. In questa bella stagione del tutto esaurito registrato nelle varie località turistiche italiane, capita sotto l’ombrellone, di leggere sul quotidiano il Foglio, un articolo a firma di Camillo Langone dal titolo “Otranto Onta” che ha come oggetto proprio la cittadina del sud Salento. Conoscendo la vena provocatoria dell’articolista, non sorprende, ma fa tanto arrabbiare il fatto, che la città di Otranto, venga ingiustamente paragonata dallo stesso, ad una gabbia per criceti o peggio ancora ad un centro di concentramento per turisti. Quello che invece sorprende è l’ironia fuori luogo sull’obbligo di indossare la mascherina, definita nell’articolo, addirittura come un tristissimo oggetto. Riteniamo il dott. Langone persona di intelligenza tale da non fidarsi delle varie teorie complottistiche che definiscono una bufala la presenza del virus. Sminuire la pericolosità del Covid e ridicolizzare le misure che potrebbero rallentare o fermare la sua diffusione, così come già avvenuto in Lombardia nei mesi scorsi con la campagna promozionale “Milano riparte” è un errore che non possiamo più permetterci. Inoltre, identificare Otranto esclusivamente con negozi di paccottiglia o ristoranti lussuosi intitolati a feroci Pascià Saraceni, dove scorrono fiumi di bevande globalizzate, significa continuare a pensare la terra del Salento, solo come un luogo da depredare in una catarsi consumistica, un processo ormai insostenibile che ha prodotto solo cementificazione e desertificazione di quel territorio. Otranto è un simbolo, che va ben oltre l’odierna società dell’avere, rappresenta l’essere, per la bellezza del Barocco delle sue chiese, per l’azzurro del suo cielo, per l’armonia del suo dialetto, per gli occhi delle sue ragazze, per i colori e gli odori dei suoi vicoli. A pochi chilometri da Otranto, in un luogo chiamato Porto Badisco, la leggenda narra che sia sbarcato addirittura Enea, proveniente da quell’Oriente, lontano ma allo stesso tempo vicinissimo. Don Tonino Bello, un grande figlio di quella terra, nato ad Alessano, un paesino del Capo di Leuca, non molto lontano da Otranto, amava definire la Puglia e in particolare il suo Salento, un’arca di pace nel mare Mediterraneo. Ecco, scrivere di Otranto e non citare tutto ciò, è un’operazione intellettualmente disonesta, tanto vale appunto restare a Jesolo e bere Prosecco.

Fonte della foto: personal reporter

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