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"Pizzi, pizzi Trangola ", Prima di Facebook: il romanzo autobiografico di Cosimo “Mimmo” Quaratino


di MADDALENA CELANO

«Pizzi pizzi trangola/ la morte di San Trangola/ San Trangola e Pipì/» è una filastrocca popolare tarantina,  rievocata dall’autore, Cosimo «Mimmo» Quaratino, durante l’ultimo saluto a Renato Nicolini, amico e compagno di tante battaglie. Un addio che è divento necessità di rimembranza, ricostruzione di memoria, identità e “senso”. Un addio che riannoda ben 70 anni di storia. Così nasce Pizzi pizzi Trangola. Prima di Facebook (Edizioni Fuorilinea, prefazione di Luciana Castellina, pag. 450, 16 euro per un guadagno augurabile destinato a sostenere scuole autogestite in Gambia): un memoriale originale, sospeso tra pubblico e privato, che respinge il rimorso per intravedere ascolto e dibattito plurigenerazionale. La strategia del libro è un’inchiesta sulle proprie origini, simboleggiata dalla foto inter-testuale, presente in copertina, di un bambino in canottiera e cappellino bianco che ha in bocca la pipa del nonno Mimì, cui il bimbo è devoto e affezionato. Da lì parte un continuum di rimembranze che lo ricongiungono alla complessità di una vasta e allargata famiglia tarantina, dove le origini operaie si mescolano a quelle borghesi e a una città, Taranto, risplendente tra due mari:

A Taranto avevamo due case, quelle dei nonni. O meglio tre, giacché ho avuto tre nonni e tre nonne. Infatti Albina, mia madre, fu adottata da Giuseppina, una delle sorelle di Paolina, sua madre naturale. All’epoca, e soprattutto al sud, si usava talvolta così nelle famiglie, se una donna non poteva avere figli. Quando con auto e carrozza a cavallo arrivavamo dalla stazione, ci si fermava sempre nell’ abitazione di nonno Lillo, Angelo Valente, e nonna Pina, Giuseppina Natale, genitori adottivi di mia madre. Quella casa borghese, nel centro di Taranto non esiste più dal 1963, il palazzo fu demolito per fare posto a un più moderno, alto e anonimo condominio. Si trovava nella piazza principale della città nuova, piazza della Vittoria, al civico 11, di fronte al monumentale sacello dedicato ai caduti del 1915-’18,  la lampada votiva rossa sempre accesa, e all’edificio color mattone del Tribunale,  con il grande orologio della stazione meteorologica in cima alla torretta.[1]

Da un simile esordio che non può fare a meno di rievocare l’intera infanzia, si dipana ciò che l’autore chiama «pesca a strascico»: infatti,  arrivato a Roma, dove le castagne do’ prevete diventeranno mosciarelle e i focheracci ecciteranno altri desideri, attraversa tutti gli anni Sessanta e Settanta, fino a conquistarsi un lavoro da impiegato statale e il protagonismo, in prima linea,  di una solida militanza politica ed internazionalista:

A metà del 1947 papà si è trasferito da Taranto a Roma. Qui, già l’ho ricordato, aveva superato il concorso per funzionari della Ragioneria Generale al ministero del Tesoro, contemporaneamente, e non è tanto per dire, al taglio del mio cordone ombelicale nella casa tarantina di piazza della Vittoria. Tanta parte del Paese versava nella miseria. Il quadro descritto dall’indagine del Parlamento era preoccupante. Circa sei milioni e duecento mila persone (l’11% della popolazione, con punte del 50% a sud) vivevano in condizioni “subumane”, quasi altrettanti in condizioni “disagiate”. Avevo nove mesi quando mamma e io lasciamo Taranto per riunirci a marito e padre, e definitivamente stabilirci a Roma. La guerra era finita appena da tre anni, i miei avevano come tutti molte speranze e tuttavia si viveva in ristrettezze. Non potevamo permetterci di prendere in affitto una casa e così fummo accolti e ospitati da zio Giulio (Lombardi) e zia Elenuccia (Natale), sorella di nonna Paolina, nonna Pina, zia Adalgisa e zia Marietta, affittuari di un piccolo appartamento al nono e ultimo piano del “palazzo dei ferrovieri” in via Prenestina, 174.[2]

Quaratino, intrecciando elementi di vita pubblica e sentimenti privati, scolpisce e definisce infine la propria personalità: il bambino soprannominato dal nonno Mimì «Oblomov» per la sua pigrizia indolente, si tramuta in un irrequieto organizzatore politico:

Il clamoroso consenso raccolto dalla mozione alternativa mi portò a fare parte della delegazione romana al 12º congresso Nazionale del PCI che si tenne a Bologna a inizio febbraio del 1969. Ero emozionato, anche un po’ in soggezione a ritrovarmi tanti dirigenti noti, alcuni leggendari per essere stati comandanti partigiani. Luigi Longo, segretario generale del partito, lesse soltanto poche frasi introduttive della sua relazione, seduto sopra lo scranno sistemato dietro il podio. Era stato colpito da un ictus poco tempo addietro, cosicché quel congresso, già si sapeva, gli avrebbe affiancato un vice. La relazione fu quindi svolta da Armando Cossutta, il più convinto sostenitore dell’indissolubilità del legame con il partito comunista dell’Unione Sovietica. Il dibattito durò alcuni giorni. Le differenze di posizione, anche quanto sfumate, si coglievano al volo. Aldo Natoli, Rossana Rossanda e Luigi Pintor invocarono una svolta, per una completa autonomia dei sovietici e per l’accelerazione di un percorso alternativo, sociale, oltreché politico,  al potere democristiano. Quarantasei anni dopo, nell’intervista già citata di Valentino Parlato all’Unità, si racconta che quando Rossanda terminò il suo intervento (aveva condannato severamente l’invasione di Praga e la delegazione del Pcus era uscita dalla sala per protesta). Enrico Berlinguer le fece: “Non è utile quello che hai detto”. E lei: “Ma è vero!”. Di rimando, Berlinguer: “Peggio, sono dei banditi”.

(…)  intanto, durante le lunghe giornate congressuali, ero stato invitato da Natoli ad alcuni incontri riservati che si tenevano dopocena in una saletta dell’albergo dov’era alloggiato. Conobbi così Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Lucio Magri, Massimo Caprara, Eliseo Milani, Liberato Bronzuto e poi anche Valentino Parlato, Ninetta Zandegiacomi, Filippo Maone. Si discuteva di dare vita a una rivista mensile, autonoma dalle iniziative editoriali del partito, che favorisse l’approfondimento politico teorico nel campo della sinistra. Il nome, così fu deciso subito, sarebbe stato il manifesto. Il primo numero uscì qualche mese dopo il congresso, il 23 giugno 1969, e andò a ruba.

(….)  A me toccò un percorso lungo. La mia sezione di appartenenza, quella di Monte Sacro intestata ai Dieci martiri della Resistenza dell’ Oltre Aniene,  riunì la commissione dei  proibiviri, che all’unanimità si dichiarò contraria ad assumere provvedimenti di censura nei miei confronti. Furono allora convocati gli scritti, ben quattrocento, che maggioritariamente votarono contro qualsiasi iniziativa disciplinare, in ossequio al principio del libero confronto tra posizioni differenti. D’altro canto è risaputo che Berlinguer voleva evitare che si procedesse anche contro compagni più giovani. Insomma, alla fine, fu la Federazione romana ad assumere il provvedimento di radiazione a me destinato. Contro le misure disciplinari scoppiarono proteste in tantissime sezioni. Molti scritti si dimisero dal Partito in segno di segno di solidarietà con noi del manifesto.  Ci fu persino una manifestazione spontanea davanti alla sede di via dei Frentani.

Rabbia e lacrime. In me prevalsero le lacrime.  Accusai il colpo della separazione dal Partito che avevo incontrato sei anni prima e nel quale avevo imparato a stare dalla parte dei lavoratori e, in generale, dei più deboli e sfruttati.  Era la mia comunità.[3]

Disinteressato e non compreso all’inizio della sua avventura al Manifesto, Quaratino, con Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Luigi Pintor, Lucio Magri, Valentino Parlato, Filippo Maone e Aldo Natoli, diventerà uno maggiori riferimenti e referenti del quotidiano il manifesto. Con il Pci comunque l’autore continuerà a tessere relazioni e collaborazioni con militanti “dal basso” come Sergio Ferrante, Giulietto Chiesa, Luciano Jacovino e  Franco Mulas, per ricordarne solo di alcuni. Nel frattempo, mentre il Pci cambiava pelle, oscillante tra la fedeltà all’Urss e le derive “innovative” di alcuni riformisti, esplode il ’68 e l’autunno caldo operaio del ’69. Con grande capacità organizzativa, Quaratino divenne il principale motore della protesta a sostegno del popolo vietnamita contro la guerra imperialista degli USA. In seguito si occuperà del conflitto Israelo-Palestinese recandosi personalmente in Libano e, infine, di questioni latino-americane, però solo in questi ultimi anni. Ricordando la stagione della guerra in Vietnam che durò almeno otto anni, Quaratino scrive:

Continuai nel mio sostegno attivo a favore della causa del popolo vietnamita, verso il quale era cresciuto un immenso sentimento di ammirazione e perfino di affetto a distanza. Con quei contadini poverissimi, che combattevano per l’indipendenza fin dal tempo dell’occupazione da parte del Giappone alleato con la Germania nazista, poi del colonialismo francese, definitivamente sconfitto nel 1954, e che ancora si battevano contro l’esercito americano, il più potente del mondo, mi sentivo istintivamente fratelli. Soprattutto ammiravo Ho Chi Min, presidente e padre, patriota, poeta, combattente affidabile. E Giap, indiscusso stratega, imbattibile generale, mago della guerra di popolo. In quei mesi i vietnamiti avevano chiesto al mondo democratico di intensificare la mobilitazione a favore sia dell’indipendenza sia della riunificazione della loro patria, temendo che a URSS e Cina potesse bastare che il tavolo dei negoziati in corso a Parigi si concludesse sì con il ritiro dei soldati americani ma lasciasse tuttavia invariato l’assetto dei due Viet Nam,  uno del Nord, l’altro del Sud:  una soluzione alla “coreana”. Un giorno fui contattato da un diplomatico della rappresentanza nordvietnamita a Roma,  che finalmente è stata riconosciuta al governo italiano. Concordammo un incontro presso la loro sede in piazza Barberini. C’erano i responsabili di Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, comitato Viet Nam di Milano e io per il quotidiano il manifesto. L’incontro cominciò con un confronto aspro fra Guido Vitale (Lotta Continua) e me. [4]

Il dolore della guerra del Vietnam è stato celebrato in innumerevoli film, diari, storie e canzoni ispirati all’evento storico, ma, lo strappo, la lotta feroce, la disperazione e il vuoto della guerra, nel cuore del Vietnam, si mescola a questo romanzo biografico, piroettando tra nostalgia, intimismo e attivismo politico. L'autore, che è stato ispirato dalla propria esperienza per scrivere questa storia, desidera ricordare la propria gioventù, che era contemporaneamente un tutt’uno con le rivolte del ’68 e la guerra in Vietnam, ma erano anche tempi d'amore, amicizia, speranze, avventure e idealismo. Trenta anni dopo la caduta di Saigon, dopo il ritiro delle truppe USA e l'inattesa sconfitta della superpotenza, l’elefante USA si è rialzato ed ha ricominciato a mordere, attaccando altri paesi sovrani come l'Afghanistan, l’Iraq, la Libia e, in questo momento, la Siria:

Per come la vedo io, il tempo di oggi, metaforicamente il tempo di Facebook, è purtroppo anche quello dell’ambiente planetario malato, della disuguaglianza crescente che umilia la stragrande maggioranza delle persone, Dei conflitti armati che sfrecciano e spezzano le vite a varie latitudini. Quest’ultimo dramma, in particolare, mi si presenta più spesso con il suo portato di angoscia. Per esempio, quanto mi dico che vorrei ritornare in qualche luogo lontano conosciuto anni fa, non di rado mi trovo a registrare chi anche lì è arrivata la guerra. Sarà un caso che ciò accade nel tempo della globalizzazione, in cui i ceti dominanti, sempre più ristretta casta, hanno raggiunto un grado di potere incontrastato sui destini dell’umanità promuovendo mercati senza regole, che governano le ricchezze del mondo? A me pare che tutto ciò abbia steso sul presente e sul domani un’ombra terribile, anche perché non s’ intravede il filo relazionale di un’ autentica civiltà, che possa tenere assieme i popoli e gli stati. [5]

[1] Quaratino C., Pizzi, pizzi Trangola. Prima di Facebook, Fuorilinea, Monterotondo,  2016, p. 35

[2] Ivi, p. 101.

[3] Ivi, pp.286-288.

[4] Ivi, pp.291-292.

[5] Ivi, pp. 443-444.

 

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