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Michele Angiolillo il “Giustiziero”

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di MARIO GIANFRATE

L’anarchico foggiano uccise il Governatore spagnolo Canovas


“Signori, voi non avete dinanzi un assassino, ma un giustiziero”. Michele Angiolillo, l’anarchico foggiano autore dell’uccisione del Governatore spagnolo Canovas del Castello, conclude così la sua fiera arringa difensiva, dal banco degli imputati.

La sua voce è ferma, mentre pronuncia davanti ai giudici la sua autodifesa: nessun pentimento che attenui la condanna, nessun cedimento di fronte alla pena di morte. L’autodifesa non chiede clemenza per l’azione delittuosa, ma, anzi, diventa un duro atto di accusa di un potere repressivo e sanguinario che Angiolillo identifica, nel contesto in cui agisce, nel Canovas.

. Nato a Foggia il 5 giugno del 1871 da una famiglia di modeste condizioni economiche, in età scolastica frequenta l’Istituto Tecnico e, poco più che adolescente, si iscrive al Partito Repubblicano Intransigente, divenendo segretario politico del Circolo della città “Aurelio Saffi”.

Chiamato alle armi nel 1892, viene accusato di propaganda antimilitarista per aver contestato l’on. Matteo Imbriani, deputato radicale, nel corso di una manifestazione celebrativa della Repubblica partenopea del 1799. Per questo, sarà degradato da allievo ufficiale a soldato semplice e trasferito da Napoli prima a Borgo san Donato, nel parmense, quindi è assegnato alla V Compagnia di disciplina di Capua dove è sottoposto a un regime quasi carcerario.

Congedato e rientrato al suo paese di origine, attraverso una revisione critica delle sue idee aderisci ai principi dell’anarchismo. Arrestato con l’accusa di “eccitamento all’odio di classe”viene, poi, rilasciato nel corso dello stesso anno.

. Nuovamente condannato in contumacia, ripara a Marsiglia per raggiungere successivamente Barcellona.

Nella città catalana, - dove risiede un cospicuo numero di emigranti italiani - il 7 giugno del 1896, durante la processione del Corpus Domini, un attentato dinamitardo provoca la morte di 12 persone e decine di feriti, tra i quali, molti bambini. Viene immediatamente indicata la pista anarchica – in realtà l’azione criminosa è opera di agenti provocatori della polizia – per giustificare una spietata repressione del movimento anarchico e socialista in Spagna. Seguono varie condanne a morte di alcuni indagati e una sessantina di condanne all’ergastolo.

E’ in tale contesto che Angiolillo – rifugiatosi in Francia dove è incarcerato per aver fornito false generalità e, conseguentemente, espulso dalla Francia – raggiunta Londra, matura l’idea che occorre reagire alla repressione del governo spagnolo con un’azione dimostrativa.

L’8 agosto 1897 è una domenica, come tante. L’anarchico italiano è alla stazione termale di Sant’Aguida, a Madrid; è lì che Canovas, assieme alla moglie, assiste alla messa. Non gli rimangono, ormai, che pochi istanti di vita. Non appena si allontana dalla consorte, al termine della celebrazione della funzione liturgica, Angiolillo – che rinuncia a usare l’esplosivo di cui è fornito per la presenza di tantissimi bambini – estrae un revolver e scarica addosso al presidente spagnolo quattro colpi: tre vanno a segno e Canovas, seduto a una panchina, lascia cadere dalle mani il giornale che sta leggendo, accasciandosi su di un lato.

L’orologio segna l’una.

Michele Angiolillo è garrotato alle ore 11 del 20 agosto 1897, nel cortile del carcere di Vergara, dopo aver urlato: “Germina!”, un prorompente grido di libertà che sarà poi usato come testata di numerosi giornali anarchici.

Il suo corpo sarà sepolto, senza nome, in terra sconsacrata.