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I dodici Cesari: Vespasiano

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di MARIA PACE

Nessun autore e nessuno storico è… o può essere,  veramente imparziale, ma, i fatti che riguardano i Cesari, raramente vengono alterati. Piuttosto interpretati e questo a, spesso, a causa di preconcetti. Occorrono, perciò, ai moderni studiosi, diverse fonti da controllare e confrontare ed occorre un buon dizionario greco o latino, per tradurre.


Fatta questa premessa, si capisce perché alcuni Cesari, come Nerone o Caligola, furono stigmatizzati  ed altri, come Commodo,  protagonisti  delle stesse eccentricità, invece,  no.

Non  è  il caso di Vespasiano, capostipite della gens Flavia, di cui gli storici fecero un quadro piuttosto insufficiente.  Nonostante le importanti  opere  e le innovazioni  fatte durante il suo regno, questo Princes rimane poco conosciuto.

Accade, perciò,  che  a volerlo rappresentare in una immagine che possa  caratterizzarlo, ecco  che si sente pronunciare sempre lo stesso motto: “NON  OLET”,  cioè, “Il denaro non puzza”… un po’  come Nerone, ricordato sempre e solo con la cetra in mano di fronte all’incendio di Roma.

In questo modo si mette in ombra  la personalità di questo Princes che era tutt’altro che  semplice.

Dopo la megalomane attività edilizia di Nerone,   Vespasiano vuole restituire alla città  le sue aree.  Aumenta, così, il Pomerio, ossia  il confine sacro della città e si dà inizio al famoso anfiteatro flaviano, meglio conosciuto come  Colosseo, che prende il nome da una colossale statua di Nerone che sorgeva nei pressi.

Fa redigere la famosa tavola della  “Lex de imperio Vespasiani ,  testo epigrafico che stabiliva una serie di diritti dell’imperatore, pone mano ad una importantissima riforma agraria, ecc..

Riguardo il rapporto  di questo  Princes con il denaro, bisogna tenere conto  delle disastrose finanze dello stato prosciugate dalla guerra civile.

Iniziò con Vespasiano, infine, un breve periodo in cui si dette un limite a quegli  atteggiamenti di falsa lode e di  adulazione sfrenata  da parte di un Senato totalmente  asservito, a cui Roma si era abituata. Lasciata per sé ogni decisione ultima, egli riconsegnò al Senato nuova  onorabilità e dignità…  naturalmente,  sempre con  quel  rispetto reverenziale generato dal timore di un potere tanto enorme detenuto da una sola persona.

La notizia della presa di potere di  questo Princes fu accolta a Roma in un clima di grande gioia popolare e con la speranza che durasse il più a lungo possibile. Il regno durò dieci anni. Dieci anni di saggezza  durante i quali fece dimenticare gli orrori di una guerra civile: Anarchia Imperiale, come fu chiamata.

La lunghezza di questo regno permise anche di risolvere un problema assai scottante per i romani:, quello della ereditarietà. Vespasiano aveva due figli, Tito e Domiziano e fece in modo che  potessero succedergli.

Chi era Vespasiano?

Non si sa molto sulle sue origini. Si sa invece che possedeva un grande senso dell’ironia e prendeva in giro quegli adulatori che  volevano nobilitare e divinizzare le sue origini facendole risalire, come  già avevano fatto i suoi predecessori, a Divinità o eroi e si burlava di quelli che volevano farle risalire addirittura ad Ercole.

Vespasiano  apparteneva ad una  modesta famiglia ed era un uomo che doveva la propria ascesa alla massima carica, solo alla propria capacità.

Non fu ben visto, però,  né da Caligola, né da Nerone. Quest’ultimo giunse ad allontanarlo dalla corte perché frequentava poco le sue esibizione di canto e quando era presente si addormentava.

Perché, allora, ci si chiede,  Nerone gli affidò il comando del potente esercito  in Giudea,  le Legioni X e  XV?  Lo fece per la sua provata capacità militare, naturalmente,  ma anche perché, come dice Svetonio:

“… per l’umiltà della famiglia e del nome, non era in nessun modo da temere…”

Fin o a quel momento, infatti  il potere era sempre stato  nelle mani di  famiglie illustri. E invece, anche i legionari della Giudea, come quelli di Spagna e Germania, imposero il loro generale.

Grande uomo d’armi,  Vespasiano  mise ben presto  in luce le proprie qualità,  favorendo così  la propria carriera in diverse campagne militari prima di arrivare in Giudea e cioè: Tracia, Germania,  Bretagna, Africa, ecc..

Qual era l’aspetto di questo Princes?

Gli unici ritratti,in verità, ce li forniscono Svetonio e Giuseppe Flavio, il prigioniero ebreo che gli predisse la porpora imperiale. Fisicamente  lo descrivono tarchiato e massiccio, forte e resistente e con la testa calva; arguto e mordace nella lingua e con uno stile di vita assolutamente frugale e  sobrio.

Con la presa del potere, non solo  egli non  mutò quello stile di vita, ma si trasformò in un attento e scrupoloso amministratore del proprio tempo,  con una giornata minuziosamente scandita da impegni  e  affari si Stato.

Contrariamente ai predecessori, che vivevano a Palazzo, Vespasiano preferiva abitare nella sua villa di Sallustio, dove riceveva con più calma e tranquillità  tanto i Senatori,  quanto il più umile dei cittadini.

Anche a tavola conservò la sobrietà di sempre:  niente lunghissimi  e costosissimi banchetti.

Così scrive di lui Aurelio Vittore:

“… con i suoi consigli e l’esempio di vita, egli fece scomparire molti vizi.”

Anche dal punto di vista sentimentale e sessuale, questo Princes conservò un comportamento modesto,  né approfittò della sua posizione per procurarsi leciti o illeciti piaceri.

Sposò  Flavia Domitilla  da cui ebbe due figli maschi, Tito e Domiziano e una figlia femmina, Domitilla; madre e figlia morirono giovanissime, prima ancora del suo arrivo al potere.

La sola donna che  contò veramente nella sua vita fu la liberta Cenide, donna di grande fascino e cultura, già  segretaria e amica della moglie di  Claudio,  la quale  viveva a corte.   Cenide continuò a vivere a Palazzo, al fianco di Vespasiano, anche dopo  la presa di potere  ed assolse alle funzioni ed agli obblighi da imperatrice, quasi fosse sua moglie.

Uomo dalle semplici abitudini e soldato di grande valore e onorabilità,  egli disprezzava  tutti quelli  che  vivevano oziando e gozzovigliando.  La  sua vita scorreva , infatti, normale e senza eccessi,  occupandosi esclusivamente degli affari di Stato e della famiglia.

Non conosciamo  i suoi hobby, ma sappiamo per certo che,  al contrario dei suoi predecessori, egli non apprezzava molto i giochi violenti come quelli gladiatori.

Di aspetto fisico piuttosto florido, i suoi ritratti  offrono l’immagine  di un uomo nel pieno vigore fisico. Volto sorridente e sguardo fermo,  Vespasiano  possedeva un profondo senso dell’umorismo.  Umorismo di cui non faceva difetto neppure quando lo tacciavano di avarizia… In verità, questo  suo difetto era più una virtù che un vizio… Anzi, era proprio una virtù, essendo dettato dalla necessità di  riempire le casse dello Stato dissanguate dalla guerra civile.  Parsimonioso, si potrebbe dire, più che avaro e soprattutto, spinto da un senso  di sollecitudine per le gravi condizioni in cui versavano le casse dello Stato.

E non era la mania dell’accumulo della ricchezza  per il  piacere del possesso,  proprio dell’avaro.

Come disse lo storico Eutropio:

“… le usava con maggiore cura possibile per forme di generosità rivolte soprattutto agli indigenti…”

G eneroso, dunque,e la generosità non  fa parte del carattere dell’avaro.

Vespasiano fu anche una persona affabile , gentile e capace. Proprio  la persona che occorreva per far dimenticare gli orrori di una guerra civile e il suo arrivo a Roma fu trionfale. Un vero tripudio di popolo.

Un Princes capace, coerente e modesto.  Modesto nel condurre la propria vita privata e coerente con le idee che aveva sempre  seguito.  Come quella   di rifiutarsi  una discendenza divina.

I suoi predecessori si erano sempre  preoccupati  di dimostrare una certa  vicinanza con  l’Olimpo, facendo risalire le proprie origini a questa o quella Divinità o eroe. Manovre che lo avevano sempre fatto sorridere e su cui aveva sempre ironizzato attirandosi le ire di Nerone,  ma soprattutto di Caligola.

Vespasiano rifiutò  sempre,  dicendo che la sua famiglia, pur modesta, si  inseriva di diritto nel  contesto sociale  per  i servigi resi allo Stato.  Anche poco prima di morire continuò ad ironizzare su questo, dicendo che forse stava davvero per diventare un dio.

Accorto, parsimonioso, modesto ed ironico. Vespasiano fu tutto questo,  ma fu anche un uomo estremamente superstizioso. Appassionato di astrologia, credeva fermamente nel destino, tanto da  non preoccuparsi di nulla, poiché, diceva, il Fato aveva già disposto  ogni cosa, ossia l’intero cammino di un uomo.

Chi era, dunque,Vespasiano?

Era  soprattutto un soldato ed un amministratore che nulla faceva senza prima aver consultato l’oracolo. Iniziò la carriera sotto la protezione di Narciso, il potente liberto di Claudio che appoggiò la sua candidatura e gli fece assegnare il comando di una Legione in Germania e successivamente in Britannia,  per cui gli furono  riconosciuti  gli Onori imperiali, il Consolato prima e il Preconsolato dopo e infine l’incarico di reprimere la rivolta in Giudea.

Come già Galba, anche Vespasiano arrivò al potere spinto più da ambizioni altrui che dalle proprie, ed  anch’egli era sinceramente convinto di agire per il bene dell’impero minacciato da anarchia e guerra civile.

All’alternativa  di avere  alla guida dell’impero un gaudente e incapace come Vitellio,  quasi tutti gli eserciti  furono concordi nell’assegnare a Vespasiano la porpora imperialei

Accadde che un soldato nell’incontrarilo per strada lo salutò chiamandolo: “Imperator”. Tutti gli altri fecero lo stesso.

Questo Princes, soldato di valore, parlava da soldato  ai suoi uomini, contando sul loro valore e sulla fedeltà, sinceramente convinto che la situazione politica e sociale dell’impero fosse  seriamente minacciata.  Egli, infatti non aveva pensato mai al potere supremo, preferendo una vita tranquilla piuttosto che quella movimentata e rischiosa di Palazzo.

Morì, però, di morte naturale il 23 giugno del 79 ai Rieti, a seguito di una febbre mal curata. Costretto a letto per qualche giorno, parve riprendersi; si recò nella casa di Rieti ma qui nuovi attacchi di febbre lo condussero in pochi giorni alla morte.

Conservò fino all’ultimo l’umorismo che lo aveva accompagnato in vita.

“Ahimé – esclamò, quando si rese conto che quelli erano davvero i suoi ultimi giorni  -  Credo che sto per diventare davvero un Dio.”