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Intervista ad Olga Ricci, giornalista

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di DALE ZACCARIA

Quando le violenze e le molestie sulle donne avvengono sul posto di lavoro

“In Italia lavora soltanto la metà delle donne. Questo dato da solo rende la portata della gravità del gap di genere di fronte a cui ci troviamo. Perché lavoro significa reddito che, come hanno detto molte donne del passato, rappresenta l’unico modo per potere riuscire ad essere libere” Olga Ricci

Olga tu racconti attraverso il tuo blog la tua esperienza personale che tratta di molestie che una donna subisce sul lavoro, come vivi questo fatto di raccontare pubblicamente una tua esperienza che tocca la tua intimità e dignità di donna?

Non è semplice, soprattutto ora che sono a un punto di snodo. Ma raccontare è stata anche fin da subito una forma di catarsi e anche un modo per aumentare il livello di consapevolezza rispetto a quanto mi era accaduto. Soltanto dalle apparenti minuzie si riesce a comprendere quanto una violenza possa penetrare nella carne di chi la subisce. Raccontando, leggendo i commenti dei lettori, rispondendo alle domande dei giornalisti, soffrendo per le critiche e le calunnie che mi sono arrivate, accade qualcosa di nuovo: la violenza diventa narrazione, diventa discorso, che fuoriesce da me ed entra nel mondo. Prima invece era tutto prigioniero dentro, era come se il mio corpo fosse avvolto da una pellicola impermeabile, incapace di fare uscire il dolore, la rabbia, la tristezza, il rammarico, il rancore, lo sconforto, il senso di colpa. Perché quello che si dice delle vittime di violenza è vero: c’è una parte che pensa sempre e comunque che avresti dovuto fare di più per cambiare la situazione e fare in modo che quel che è accaduto non accadesse.

L’Italia non è un paese per donne, questo emerge da recenti ricerche, il nuovo Presidente della Camera Boldrini lancia l’allarme su la violenza alle donne anche attraverso il web, come giornalista, ma anche donna, quali pensi possano essere strategie, punti di fuga e possibilità per un futuro come dire più “roseo”

In Italia lavora soltanto la metà delle donne. Questo dato da solo rende la portata della gravità del gap di genere di fronte a cui ci troviamo. Perché lavoro significa reddito che, come hanno detto molte donne del passato, rappresenta l’unico modo per potere riuscire ad essere libere. Se non si lavora e non si è ricche di famiglia (con una propria rendita), si devono chiedere i soldi all’uomo con cui si vive, che anche se sembra il migliore del mondo, attuerà una serie di strategie di oppressione. Questo accade anche alle donne che dipendono economicamente da altre donne perché sono in una relazione d’amore. Un bel film riguardo a questo è “I ragazzi stanno bene” (The kids are all right) con Julianne Moore e Annette Bening. Per migliorare la situazione bisogna fare in modo che tutte le donne abbiano accesso al reddito, attraverso il lavoro oppure attraverso il reddito di cittadinanza. Inoltre è necessario cambiare la cultura profondamente sessista e patriarcale che ancora ci invischia tutti e tutte. Ricordiamoci che anche le donne sono condizionate da questa cultura.

In un momento di crisi economica molto forte, la categoria più discriminata anche sul lavoro, è sempre quella femminile, le prime ad essere licenziate sono le donne, per non parlare della maternità, che mette a rischio il posto di lavoro, una politica, istituzioni in mano al mondo femminile come ci conferma il governo islandese guidato da una donna, secondo te aiuterebbero e risolverebbero la difficile situazione italiana?

Io non credo che le donne in quanto donne siano meglio degli uomini. Credo però che donne preparate su tematiche quali la parità di genere, l’educazione al genere, il diritto, siano fondamentali nei luoghi di potere. I Paesi del Nord riescono a mantenere un gap di genere inferiore al nostro perché donne competenti e consapevoli coprono molti ruoli di responsabilità. Per fare questo è stato fatto ricorso alle quote, senza tante inutili discussioni. Si è estesa la paternità agli uomini, rendendola qualcosa di conveniente, non come da noi che è ridicola. Purtroppo in Italia è andato per la maggiore un femminismo separatista, che riteneva che la politica così come si presentava non fosse cosa da donne, che le donne potessero creare una loro politica, cambiare la società da fuori. Un progetto che è fallito. Perché se non fosse fallito, a me e a tante altre donne che conoscono non sarebbero capitate le cose che racconto nel blog.

Se fosse una donna, chi vorresti come Presidente della Repubblica e chi come Presidente del consiglio?

Vorrei una donna come Audre Lorde, che in Italia pochi conoscono perché da noi i libri sul femminismo che all’estero spopolano vengono accuratamente scartati dalle case editrici. Per chi volesse saperne di più ecco il link a Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Audre_Lorde

Perché secondo te nel mondo femminile c’è così poca solidarietà tra le donne, spesso in antagonismo tra loro, e divise da invidie e gelosie, e dalla tua esperienza quale riscontro hai avuto?

Come dicevo prima, molte donne hanno introiettato il sessismo del sistema patriarcale che ancora permea la nostra società. Il patriarcato non è morto. E’ vivo e vegeto e noi donne più giovani – che non abbiamo il posto assicurato come invece hanno avuto molte donne che negli anni Settanta e Ottanta sono riuscite ad inserirsi in un mercato del lavoro ben diverso, che prevedeva tempi indeterminati e scale mobili – ne facciamo le spese. Le critiche più feroci al blog mi sono arrivate proprio da donne. Fare conoscere il blog non è stato facile, e ancora non lo è perché comunque da parte dei media c’è una forte resistenza (visto che parlo male del loro sistema). Ho cercato di contattare varie donne per chiedere loro aiuto nella diffusione. Nella maggior parte dei casi sono stata brutalmente ignorata, nonostante le email e le sollecitazioni. Come se il blog fosse un luogo mio. Ma non è così. E’ l’unico luogo in Italia dove si parla di violenza sul lavoro con una prospettiva di genere, anche se non è dichiarata.

Un messaggio che vorresti dare alle donne ma anche ai giovani

Non ho grandi messaggi di speranza. Quello che racconto nel blog è passato ma la mia vita non è particolarmente migliorata. Sono ancora precaria, dopo quel porco ne ho incontrato un altro, in un giornale di sinistra, di quelli che gridavano allo scandalo per Berlusconi, che pretendeva che uscissi a cena con lui per farmi pubblicare gli articoli. Conservo ancora le sue email. Ho parlato anche con un avvocato ma mi ha detto che non ci sono gli estremi per denunciarlo perché io andavo “consenziente” alle cene. Capisci che è sempre colpa mia? Che è sempre colpa nostra? Anche dopo questo secondo porco ho perso il lavoro. Ho cercato di ricostruirmi faticosamente, ma la situazione è

difficile, il curriculum non vale nulla. Io a un giovane direi di imparare bene l’inglese e andarsene via. Questo Paese non merita altra sofferenza.

  • Nel 2015 E’ uscito per Chiarelettere il libro di Olga Ricci Toglimi le mani di dosso.