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I dodici Cesari: Tito

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di MARIA PACE

Quella forma di esagerazione e talvolta anche di deformazione dei fatti, ad opera di certo cinema e letteratura, che tanta presa ha fatto nella mente del grande pubblico, in fondo, ha fatto riferimento alle biografie dei Cesari scritte dagli antichi storici. In tal modo, però, si sono creati dei miti che hanno contribuito a sviluppare dei luoghi comuni in cui ciascuno di questi personaggi è rimasto prigioniero. Così, se Cesare era l’ambizioso conquistatore o Nerone il mostro incendiario, l’immagine di Tito è rimasta cristallizzata nella figura del Princes ideale: Amore e delizia del genere umano.


Un cliché assai lusinghiero, ma che non tiene conto dalla complessità di una personalità aperta ad esperienze e sensazioni,  come era, nella realtà, la  personalità del primogenito di Vespasiano.

Intorno a questo Princes si è sviluppato, dunque, un mito che ha messo un po’ in ombra la sua reale personalità.

Chi era Tito Flavio Vespasiano?.

Era il figlio primogenito di Vespasiano e di Flavia Domitilla  e succedette al padre nella conduzione del potere.  Fu una nomina senza ostacoli, favorita dall’ottimo governo del padre e dal ricordo ancora vivo dei diciotto mesi di orrori e sangue della guerra civile: l’Anarchia Imperiale. Così viva nella mente dei romani, da impedire loro di  preoccuparsi del problema della successione.

I successi delle campagne belliche del padre, gli  permisero anche  una  educazione intellettuale e fisica di prim’ordine , accanto a Britannico,  l’allora principe ereditario, figlio di Claudio. I due ragazzi crebbero insieme e Tito si trovò al banchetto in cui il povero Britannico rimase ucciso per avvelenamento ed anche lui si trovò a correre qualche rischio.

Dotato di una intelligenza brillante e vivace e di una memoria eccezionale, Tito riuscì a formarsi una grande cultura. Era assai portato nelle lingue, quella greca in particolare, ma anche nel canto e nella musica, assai   in voga a quei tempi.

Come molti altri Cesari, anche Tito fu uno scrittore di buon livello; scrisse molte opere, soprattutto in lingua greca, tra cui Poemi e Tragedie, come riportato da Plinio il Vecchio e Tacito, anche se non ne resta gran traccia.

I suoi gusti e le sue inclinazioni non mostrarono mai niente di  particolare o di strano ed erano tutti orientati  verso il teatro e i giochi  gladiatori. Una vera passione che una volta lo spinse perfino a scendere nell’arena per una simulazione di combattimento con un certo Alieno.

Amava molto anche gli spettacoli di danza e canto e i banchetti prolungati, ma vi rinunciò con l’avvento al potere.

Fisicamente era di aspetto piuttosto   avvenente, bello di viso,  atletico e prestante,  cosicché , sia  Tacito, che Svetonio,  ne fecero una descrizione  apertamente idealizzata:

“… bellezza non senza maestà nel volto” dice Tacito.

“… bel sembiante in cui erano insieme, autorità e grazia” rincara  Svetonio.

Una personalità davvero complessa, quella di Tito. Prima dell’avvento al trono, infatti, la vita da lui condotta era stata assolutamente  sregolata, immoderata e dissoluta. Non meno di Nerone od Otone e il suo Principato era annunziato come quello di un nuovo Nerone: lauti banchetti e sfrenati piaceri.

L’immenso potere di questi uomini non poneva freni al loro operato. Lecito o illecito. E si manifestava anche in una libertà sessuale. D’altra parte, la società era tutt’altro che austera: libertina e dai costumi piuttosto rilassati.  Coscché, anche Tito, come altri Princes, fatta eccezione del padre Vespasiano, non sfuggì alla regola. Quando arrivò al potere, aveva alle spalle gran fama di libertino.

Dirà Tacito:

“Gli anni suoi verdi ricreò con i piaceri: più misurato durante  il proprio regno che non sotto quello del padre.”

E ancora più eplicito sarà Svetonio:

“Davvero nessun altro salì al Principato con peggior fama di lui”

Cambiò, però, fermamente e decisamente,  appena ebbe il potere tra le mani, proprio come aveva fatto prima di lui Otone che aveva cambiato radicalmente sistema di vita.  Il cambiamento avvenne soprattutto quando si trovò da solo al potere, dopo la morte di Vespasiano, con il quale aveva regnato più come  responsabile che come erede. Al ritorno dalla Giudea, infatti,  fu strettamente associato al padre nella guida dello Stato e i suoi due  anni di potere, che seguirono ai dieci del padre, segnarono un periodo di stabilità che costituì un modello di governo per il futuro.

Qualcuno, come Dione Cassio, insinua che il suo regno fu troppo breve,  così come lo erano stati i pochi mesi di Otone.  Troppo breve per avere il tempo di cambiare, così come invece avevano fatto Caligola e Nerone dopo un eccellente inizio per entrambi… quello di Nerone fu considerato addirittura il quinquennio più felice della storia di Roma.

Naturalmente non si possono fare ipotesi né supposizioni.

Tito si sposò due volte. Sposò prima Arrecina Tertulla di cui rimase presto vedovo e convolò a seconde nozze con Marcia Furnilla, da cui ebbe una figlia e da cui divorziò dopo poco.

La sua grande passione, il grande amore della sua vita, fu  la regina d’Oriente Berenice,  vedova di Erode di Calcide., donna bellissima ed estremamente ambiziosa, di oltre dieci anni più anziana di lui. I romani, però, non approvavano quella scelta, già come era stato per Cesare e Cleopatra  e allora, riferisce Tacito, Tito la rimandò  indietro.

Fu una decisione sofferta, ma ferma, che Tito, però, prese senza che gli furono fatte pressioni di sorta: solo  per  la ragion di Stato.

Forse, però, le parole che egli pronunciò sul letto di morte, chiariscono la misura di questa rinuncia.  Forse Tito si riferiva proprio alla regina Berenice quando disse che non rimpiangeva nessuna delle sue azioni, all’infuori di una.

Questo generale… il Generalissimo, dalla forte personalità, amatissimo dai suoi uomini, non subì il trattamento scorretto degli storici contemporanei, così come avevano fatto  con altri Princes , riportando fatti esagerati o addirittura  inventati e contribuendo  alla loro pessima  fama.  L’immagine che gli storici ci hanno trasmesso è quella dell’imperatore ideale, generoso e pronto all’abnegazione.

E Tito ebbe davvero modo di dimostrarlo coi fatti, poiché i suoi due anni di regno furono funestati da diversi fatti catastrofici, come l’eruzione del Vesuvio, che seppellì Pompei ed Ercolano o come il disastroso incendio che distrusse mezza città e ancora,  la grave pestilenza che ammorbò la regione. Tutti eventi luttuosi e drammatici che lo videro particolarmente coinvolto e personalmente impegnato nell’opera di soccorso dei suo concittadini.

Un comportamento, quello di Tito, che si aggirava tra rovine e case pericolanti, che dovette stupire molto i romani, dopo le vessazioni e gli egocentrismi di Caligola oTiberio… e, come disse Dione Cassio:

“e trattò il popolo tutto con grande condiscendenza,”

Condiscendenza significava permesso alla plebe di  fare il bagno  nelle sue terme, lanciargli  doni e regali durante  giochi e spettacoli, ecc… gesti che  gli guadagnarono l’incondizionato favore del popolo.

Fu molto amato anche dai suoi uomini, in Giudea, come Generalissimo dell’esercito  di cui  si guadagnò la stima, tanto da far dire a Tacito che

“Tribuni, centurioni e la milizia  tutta si sentivano  attratti verso di lui, chi per zelo, chi per  l’amore dei piaceri, e ciascuno in armonia con l’indole propria.”

Amato e stimato da tutti, Tito, però, aveva  un nemico in casa: il fratello Domiziano roso dalla gelosia nei suoi confronti e dal rancore verso il padre che accusava di favorirlo.

Domiziano intrigò e complottò contro di lui in ogni modo, fino ad impugnare il testamento alla morte del padre. Odiava a tal punto il fratello, da considerare uno sminuire la  propria persona  quando qualcuno elogiava il fratello, cosicché, nessuno osava più farlo in sua presenza.

Questo sentimento d’odio era così palese ed evidente, al punto da spingere qualcuno ad ipotizzare  che la morte di Tito non fosse  stata naturale,  ma procurata dal fratello per avvelenamento.

Morì il 13 settembre dell’81 dell’era cristiana. Aveva 41  anni ed era in pieno vigore fisico.

Morì di malaria acuta. Dovette essere un attacco febbrile assai violento, avvenuto durante un viaggio per mare e la morte sopraggiunse appena giunto nella casa paterna.

Le condizioni dovevano essere davvero assai  gravi se il fratello Domiziano, ansioso di agguantare il potere,  osò  spingersi al punto da ordinare che lo abbandonassero  per morto.

Morì rimpianto dal popolo.

Svetonio ne fa un racconto drammatico e struggente insieme:

Si commosse  fino al pianto – scrisse – allo spettacolo cui aveva assistito e subito dopo si recò nella Sabina. Alla prima tappa fu colto da febbre altissima e fu trasportato in lettiga. Si rese immediatamente conto che la vita gli stava sfuggendo e con gesto malinconico –continua il racconto dello storico – sollevò le cortine  e guardò fuori il cielo e molto si dolse che gli fosse tolta la cita,  giacché,  di nessun atto doveva pentirsi, tranne una uno solo. Quale fosse, non lo svelò.”

Anche Dione Cassio parla di questo rimpianto in punta di morte:

“Quanto a Tito, in punta di morte disse: ho commesso un solo errore.”

Quale errore? L’aver rinunciato all’amore? L’aver dovuto lasciare l’impero nelle mani di un uomo come il fratello, la cui indole egli conosceva perfettamente?

Una fine triste, ma naturale, dunque. Nessun mistero, nessun dubbio

Non tutti, però, erano di questo avviso.  Non il popolo ebraico, nemico giurato che, spinto da un odio feroce verso il responsabile della caduta del Tempio di Gerusalemme, tinsero  questa morte di  fantasioso mistero.

Eccone l’improbabile racconto , così come  è descritto nel Talmud,  una raccolta di testo sacri ebrei.

Durante il ritorno – sta scritto – si sarebbe levata sul mare una violenta tempesta e dal cielo sarebbe giunta la voce del Signore che era appena  stato  offeso.

“Tu puoi  Toccare terra, uomo maledetto,  ma sappi che c’è una creatura insignificante contro cui non potrai combattere.”

Questa creatura era una zanzara che attraverso le narici gli era entrata nel cervello e in sette anni glielo aveva divorato,  prendendo il suo posto e rendendolo pazzo. Alla sua morte,  prosegue oil racconto -  gli fu aperto il cranio e al suo interno fu trovata una gigantesca zanzara.

In realtà,  questa morte fu accolta dal popolo con grandissimo cordoglio.

“Come per un proprio lutto familiare” dirà Svetonio

E Vittore si spingerà oltre dicendo:

“… fu per le Province una tale causa di afflizione che , chiamando Tito, la  delizia del genere umano,  esse piangevano sul mondo diventato  orfano…”