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I dodici Cesari: Domiziano

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di MARIA PACE

La teoria  del “potere che rende folli”, che un gruppo di studiosi sviluppò nel XIX secolo e che prese il nome di Cesarite, tornò ad essere discussa, con  Domiziano, il figlio minore di Vespasiano.

 

 


Uno studio accurato dei testi degli antichi storici ed un confronto delle varie fonti,  può, infatti,  permettere di arrivare alla verità, anche attraverso pareri contradditori, quando si tratta certi personaggi  stereotipati della Storia.

Proprio come per Domiziano, rimasto prigioniero del suo cliché di “cattivo”,  messo  continuamente a confronto con il fratello Tito,  incarnazione dello stereotipo del   “buono”… il “delizia del genere umano”.

Una condanna senza appello, quella di Domiziano.

Ma  perché e chi  attribuì all’ultimo dei Flavi, questa pessima  fama?  Fu soprattutto Plinio il Giovane che, nello sforzo  di comporre  l’elogio al regno di Traiano e contrapporne la mitezza e la tolleranza, disegnò con linee cupe e fosche  la figura di Domiziano, facendone un ritratto esagerato e non sempre fedele,  da cui emerge l’immagine di  una persona crudele,  depravata e misogina. Tutti vizi che Domiziano aveva, in realtà, ma non certo  in misura superiore e… forse, perfino inferiore…a quelli manifestati,.ad esempio da Caligola,  Nerone o altri.

Il concetto di “dinastia ereditaria”, come sappiamo, non era gradito ai romani e la figura di Domiziano costituiva proprio il più bell’esempio di “erede”…un erede per nulla amato, a causa di una arrogante tirannia da lui manifestata fin da subito  e di una morbosa paura di restare vittima di una congiura.

Nonostante la lunga durata del suo regno, più di 15 anni, poco si sa di questo Princes. I ritratti che di lui ci sono pervenuti, ce lo mostrano di aspetto avvenente, soprattutto da giovane, bello di volto ed atletico di fisico, un po’ somigliante ai tratti somatici del padre. Con il tempo, però, si imbruttì: faccia paonazza, calvizie e  pinguedine e un’espressione costantemente collerica, secondo Svetonio, crudele, invece, secondo il parere di Tacito. Soprattutto la calvizie, però, crucciava questo Princes , come si deduce dalle parole scritte ad un amico con lo stesso difetto:

“… anche ai miei capelli toccherà la stessa sorte che ai tuoi e pazientemente sopporto che essi, mentre io sono ancora giovane, invecchino”

Se Tito fu il modello di un governo equilibrato, capace di svolgere il compito di Princes e restare al contempo disponibile a tutti, compreso la famiglia, Domiziano, invece, chiuso e scontroso di carattere, finì per  ritirarsi dal mondo.

Misantropo e solitario, incapace di inserirsi nei rapporti sociali con cordialità e partecipazione,  Domiziano  assecondò sempre  la naturale tendenza ad isolarsi per brevi periodi, tendenza che negli ultimi anni  si trasformò in una vera  mania,  per i timori di congiure.

Questa tendenza, però, ad isolarsi e voler vivere lontano dal mondo, così come era avvenuto già per Tiberio, anche nel caso di Domiziano fu interpretata come un tentativo di voler nascondere qualcosa di cui vergognarsi e per rendere credibile  tale teoria, furono  usati toni esagerati e furono riportati perfino fatti inventati.

In questi suoi  ritiri, nella tenuta sui colli albani, in realtà, egli  si dedicava al tiro con l’arco ed alla passione preferita, ossia la caccia. Anche a Roma usciva assai di rado e,  se lo faceva, si faceva trasportare in lettiga perché, come disse Dione Cassio, era   “ incapace di sopportare le fatiche del corpo.”

Più simile a Tiberio, dunque, che al padre o al fratello e una delle sue letture preferite erano proprio “Le Memorie” di Tiberio.

In realtà, il suo non fu un vero ritiro, come aveva fatto Tiberio, ma un isolarsi, di tanto in tanto, nella sua villa sui colli albani.

Al contrario, dunque, di altri Princes, come Nerone, Caligola e lo stesso Tito, Domiziano non apprezzava la folla e appariva poco in pubblico e sempre accigliato e tormentato.

Tormentato anche nella vita e nei rapporti intimi e familiari oltre che in quella pubblica.

Una vita sessuale tormentata e convulsa. Una vera tirannia che ebbe inizio già nel 69, all’epoca della vittoria del partito flaviano su quello vitelliano, all’età di 18 anni.

Secondo Plinio il Giovane, egli fu un uomo “sommamente lussurioso”.  Sedusse molte donne sposate e intrattenne, contemporaneamente, rapporti con prostitute e  ragazzi.

Un comportamento che scandalizzò i romani.

Ma perché mai, se altri Cesari avevano avuto lo stesso comportamento ed anche più sfacciato?

Perché,  spiega Svetonio:

“mentre sguazzava tra le più divulgate meretrici” egli aveva fatto emanare Leggi atte a difendere la moralità.

I suoi comportamenti, perciò, erano in netto contrasto con:

“… l’uomo che si dava arie di censore ed era piuttosto severo”

E’ sempre Svetonio a dirlo, ma anche  il giudizio di Plinio il Giovane era piuttosto severo nel riferire queste sue attenzioni particolari verso i ragazzini e le prostitute, i cui rapporti, sempre secondo Plinio,  Domiziano spudoratamente definiva “ginnastica da letto”.

Un quadro davvero desolante di questo Princes, dedotto, però, da notizie piuttosto vaghe ed indiziarie.

Per certo si sa invece che Domiziano fu vittima di quella sfavorevole tendenza, di cui si è parlato all’inizio: si voleva a tutti i costi cercare negli atteggiamenti e nei comportamenti della vita privata, i comportamenti della vita pubblica e politica: trovare, cioè, il tiranno anche nella vita privata.

Di lui, però, non si segnalano stranezze o anomalie. Nemmeno a tavola. I suoi banchetti, benché sontuosi e magnifici, erano piuttosto brevi e non si protraevano mai oltre il tramonto e come dice Svetonio:

“…senza mai far gozzoviglia, ché, fino all’ora di coricarsi, altro non faceva se non passeggiare solo e in disparte…”

Anche con il matrimonio fu piuttosto morigerato: si sposò una sola volta, con Domizia, che portò via al marito, Lucio Lama Elio e che ripudiò, quando fu preso da passione sfrenata ed incestuosa per la nipote Giulia, figlia di Tito che, anche questa volta, portò via al marito. Un  ritorno di fiamma, però, lo indusse da lì a poco a  riprendersela e ad intrattenere  relazione con entrambe le donne, oltre  che con altre  numerose “concubine”

Un ritratto fosco e un po’ perverso, dunque, per mettere in risalto il carattere di un Princes solitario, tirannico e poco amato.

Ma Domiziano era anche un uomo dalla smisurata ambizione. Ambizione che si mutò presto in frustrazione e rabbioso rancore  verso il fratello, ma soprattutto verso il padre  che accusava di favorire il figlio maggiore lasciando lui nell’ombra.

In realtà, per sette anni, Tito, il fratello maggiore era stato associato al padre nella conduzione del Principato e questo aveva causato nel giovane Domiziano un profondo stato di frustrazione e disagio psichico,  sfociato ben presto in rancore e desiderio di rivalsa.

Si trovava da solo a Roma quando, il partito flaviano sconfisse definitivamente quello di Vitellio. Tito era in Giudea e Vespasiano si trovava in Egitto. A Domiziano, dunque, il solo della famiglia presente a Roma, fu conferito il titolo di Cesare.

Un titolo solo ad honorem, in realtà, benché egli avesse cominciato a comportarsi come un vero Princes, ma in aperta ostlità nei confronti del padre e del fratello, più grande di lui di oltre dieci, che costituivano il solo ostacolo fra lui e il potere.

Il fatto che i due governassero insieme lo faceva sentire escluso e rifiutato e questo esacerbava molto il suo animo.

Estremamente geloso dei successi del fratello,  face tutto per eguagliarne la fama, ma anche  per screditarlo,  mettendo in atto una serie di complotti, il più grave dei quali fu quello di farsi affidare dal Senato il comando di Ceriale in Giudea, in aperto contrasto con il padre.

I rapporti fra i due fratelli, dunque, non furono mai buoni,  né prima, né dopo la morte di Tito. Se prima Domiziano non cessò mai di brigare e complottare contro il fratello, dopo, non tollerava neppure che lo si nominasse e riteneva un’offesa e una mancanza di riguardo verso la sua persona, la lode verso il fratello:

“Alcuni lodavano Tito – scriverà Dione Casso – se erano certi che Domiziano non potevano sentirli; sarebbe stato rendersi colpevoli come se l’avessero ingiuriato in sua presenza.”

Uno dei motivi di quell’astio fu anche l’infanzia e parte della fanciullezza vissute quasi in povertà, come scrisse Svetonio. A causa della giovane età, egli non beneficiò di quella educazione che il fratello aveva ricevuto a corte  al fianco di Britannico. Nonostante ciò, però, il ragazzo diede mostra della sua tendenza verso la Poesia, soprattutto quella di genere epico di cui, però, non rimangono  che le poche tracce riportate da Marziale e Plinio il Govane, il cui argomento erano la Guerra in Giudea e la Guerra civile  in  Roma.

Quintiliano, però, lo riteneva davvero  un ottimo poeta. Secondo il parere di Tacito e Svetonio, egli vi si dedicò con una certa passione, più che  altro, per rivaleggiare con il fratello che in quell’arte era veramente bravo.

Non altrettanto bravo nella eloquenza;  sempre secondo i due storici, egli si faceva aiutare da Muciano nella stesura  dei discorsi e nel redigere i testi ufficiali..

Il carattere di una persona, si sa, si  rivela più attraverso i suoi passatempi che non attraverso l’esercizio delle sue funzioni. Non mancò di organizzare giochi sontuosi e grandiose costruzioni, allestire banchetti da offrire al popolo e fare donativi che, in qualche modo ricordava il comportamento di Nerone, ma, al contrario di Nerone, Domiziano resta poco conosciuto.

Ma chi era Domiziano?

Il ritratto che gli storici antichi ci consegnano di lui è quello di un uomo invidioso, orgoglioso, presuntuoso ed arrogante e dal carattere fondamentalmente chiuso e riservato. Soprattutto durante la giovinezza. Successivamente, durante il Principato, riferiscono ancora gli storici, conservò l’abitudine ad isolarsi

“… di quanto in quanto, altro non facendo che acchiappare mosche ed infilzarle con un acutissimo stilo”

Tale aberrante abitudine non poteva arrivare che dalla stessa tendenza alla solitudine. Solitudine trasformata in una vera fobia che andò aumentando con gli anni, rendendolo sempre più  intrattabile ed inavvicinabile.

Scrive Plinio:

“Nessuno osava avvicinarsi e parlargli, sempre alla ricerca, com’era, di oscurità e isolamento…”

Un uomo invidioso, dunque. Vizio che lo spinse a incassare denaro attraverso una fortissima pressione fiscale, non tanto per riempire le casse dello Stato, quanto perché animato da invidia: una vera campagna di confisca dei beni.

Un uomo dall’ego gigantesco. Orgoglioso al punto da pretendere di essere chiamato “Dominus” (Signore) o con  la formula: ”Dominus et Deus noster “

Arrogante e presuntuoso. Con tutti, ma soprattutto con intimi e parenti, al punto, scrisse Svetonio, da rendersi odioso a tutti.

E Plinio rincara dicendo che alla sua morte il popolo manifestò in piazza:

“…facendo salti di gioia e dandosi ad abbattere a colpi di accetta le centinaia di statue, in una sorta di liberazione e di ebrezza collettiva.”

Domiziano, in realtà, avvertiva perfettamente questa avversità nei suoi confronti e la conseguenza fu che il timore di attentati e congiure divenne morboso terrore, ingigantito dal suo carattere diffidente e misantropo. Questo lo spinse a creare il vuoto intorno a sé. Fece sopprimere tutte le persone che potevano in qualche modo costituire un pericolo, creando un clima di tensione e terrore e sviluppando una vera e propria forma di psicosi, con manie di persecuzione e deliranti atteggiamenti, tutti riconducibili alla paura di soccombere in un complotto.

E la Morte arrivò. Arrivò il 18 settembre del 96, all’età di quarantaquattro anni e lo colse nella sua stessa camera.

Era l’epilogo scontato di un’esistenza consumata in una atmosfera di odio, rancori, terrore ed angoscia. E non soltanto nella vita pubblica,ma anche  in quella privata ove i congiunti nutrivano nei suoi confronti gli stessi timori che lui nutriva verso di loro.

La congiura maturò proprio in seno alla famiglia. Partì dai liberti addetti agli appartamenti privati del Princes, Sigerio e Partenio, in accordo con i Prefetti Norbano e Petronio; a questi si unirono altri, tra cui Stefano, il liberto dell’imperatrice Domizia e la stessa Domizia, la quale temeva per la propria vita.

E’ di Svetonio il racconto più preciso delle ultime ore di vita di Domiziano e dell’atmosfera penosa ed angosciante di quelle ore, nelle quali i congiurati cercavano disperatamente un erede, per evitare disordini. Non ricevettero, però, che rifiuti, per la paura di cadere in una trappola tesa da Domiziano.

Un oracolo aveva predetto al Princes che

“… il suo sangue sarebbe colato proprio quel giorno”. Era il 18 settembre del 96 e Domiziano trascorse quelle ore in preda all’inquietudine più totale e ad un’irrequietezza irrefrenabile, facendosi perfino sanguinare  una verruca, che gli fece dire:

“Fosse almeno questo solo”.

Un momento delicatissimo, teso e pericoloso per un eventuale attentatore; Domiziano diffidava di tutti  e s’era posto sulla difensiva.

Fu scelto Stefano, quale esecutore materiale, per la prestanza fisica.  Per evitare sospetti, nei giorni precedenti, il liberto si era fatto vedere in giro e si era presentato al suo cospetto con un braccio fasciato, fingendo di essere ferito. Era tra quelle bende che avrebbe nascosto il pugnale al momento dell’attentato.

Stefano si fa annunciare con il pretesto di denunciare una congiura.  Riferisce che Flavio Clementi, un cugino che  Domiziano aveva fatto giustiziare, non fosse morto ed avesse organizzato una congiura e che fosse pronto a colpire.

La notizia sconvolse Domiziano, già  molto eccitato da quell’attesa e, mentre leggeva il documento, Stefano lo assalì, assestandogli un colpo di pugnale all’inguine.

Domiziano reagì con furia quasi bestiale, riferiscono i racconti degli storici. Sorretto dal vigore dell’età e dal furore e dal terrore, si difese strenuamente e con estrema violenza, con le mani e con i denti, avendo, il liberto di camera, nascosto il suo pugnale.

Stefano stava per avere la peggio, ma i congiurati corsero in suo soccorso e lo abbatterono come una bestia selvaggia: liberti, servi di camera e un gruppo di allievi della scuola gladiatoria.

Finiva con lui l’era dei CESARI.