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Home Cultura Cultura Pasolini e la “tolleranza” che spesso nasconde una condanna più raffinata

Pasolini e la “tolleranza” che spesso nasconde una condanna più raffinata

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di MARIAPIA METALLO

“(...) Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante.

 

Sono, cioè, un "tollerato". Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una "tolleranza reale" sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si " tolleri” è anzi una forma di condanna più raffinata. Infatti al tollerato – mettiamo al negro che abbiamo preso ad esempio – si dice che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua "diversità" – o meglio la sua "colpa di essere diverso" – resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla.” (Pasolini)


Per Pasolini la tolleranza è solo e sempre puramente nominale, è una forma di condanna più raffinata. La “diversità” resta come una colpa o una condanna per chi ne è portatore: “Fin che il diverso vive nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati della tolleranza che gli concedono. Ma appena egli dice una parola sulla propria esperienza di ‘diverso’, (…) si scatena il linciaggio”. Infatti, da un punto di vista strettamente etimologico, la parola tolleranza discende dal latino tolero, "sopporto". Poiché si sopporta ciò che per motivi di forza maggiore non si può né evitare, né modificare a proprio vantaggio, appare subito evidente che il significato del verbo latino connota un atteggiamento sostanzialmente passivo, necessitato. Allora la tolleranza non è la disposizione, consapevole e volontaria, a riconoscere legittimità alle idee e ai comportamenti altrui? Che cosa ha a che fare la tolleranza, un atteggiamento cui la nostra cultura attribuisce un'indiscussa positività tanto da ritenerlo costitutivo dell'eticità contemporanea, con la sopportazione, atto che denota disagio, costrizione, limite? In realtà, come spesso accade, l'etimologia rende conto, proprio attraverso l'apparente divario tra il significato originario e quello derivato, della storia del termine, profondamente radicata nella storia degli uomini. Pur traendo origine da un verbo latino, utilizzato anche dagli autori cristiani medievali, il sostantivo “tolleranza” acquista spessore semantico e morale, identificandosi con il principio della libertà religiosa, a partire dal Cinquecento, quando la società europea sperimentò fino in fondo l'effetto devastante delle guerre di religione, prodotte da intolleranze contrapposte. Nella società contemporanea il termine ha indubbiamente un'accezione più ampia, che include il significato di tolleranza religiosa ma non si esaurisce in essa: oggi, l'idea di tolleranza è collegata per lo più alla convivenza con minoranze etniche, religiose, sociali o linguistiche o, in un significato ancora più comune, si identifica con una sorta di pluralismo dei valori e viene intesa, in maniera più vasta, «come comprensiva di ogni forma di libertà, morale, politica e sociale». In ogni caso, l'idea di tolleranza, centrale in un'epoca di globalizzazione e insieme di crisi delle certezze assolute, riappare con forza come categoria da rileggere e reinterpretare in un mondo, quale l’attuale, percorso da rinnovati contrasti etnici e religiosi, spesso ispirati a concezioni integraliste e in grado di produrre nuovi e tragici conflitti, insomma, ancora una volta, come già nel Cinquecento, la riflessione sulla tolleranza è stimolata dalla pratica dell'intolleranza.