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Vixerunt… La congiura di Catilina

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di MARIA PACE

"Vixerunt" ossia Vissero... Vissero ed ora non ci sono più. Sono morti.
Un tragico, drammatico comunicato di avvenuta esecuzione. Tutto finito. Tutto consumato!


E' il crepuscolo della sera ed a lanciare questo sintetico, lapidario annuncio è il console Marco Tullio Cicerone ad una folla inquieta, eccitata e divisa da contrastanti sentimenti, raccolta davanti al Mamertino, il Carcere della città. E' l'annuncio di una sentenza di morte appena eseguita e la tensione è alta. Anzi,altissima. Ci sono i favorevoli a quella condanna, ma ci sono gli amici dei condannati e si teme un colpo di mano per liberarli.
Ciò non è avvenuto... Al contrario, la voce tonante del Console, caduta in un silenzio glaciale, è seguita da un fragoroso applauso: il popolo di Roma esprime soddisfazione.
Ma chi erano i condannati? Quali i loro reati?

Erano cinque giovani appartenenti al più bel patriziato romano e il reato era quello di tradimento ed attentato alla Repubblica di Roma. I loro nomi erano Lentulo, Cetego, Statilio, Gabinio e Cepario... Tutti congiurati. Tutti partecipanti alla congiura di Catilina.
La congiura di Catilina!

Correva l'anno 691, il 63 dell'era cristiana; sei di sera del 3 dicembre e tutto è concluso. Si trattava, però, dell'epilogo di una tragedia in atto da giorni e il dibattito finale era in corso fin dall'ora nona di quello stesso giorno. Un dibattito carico di tensione, iniziato con una litania di capi d'accusa:
"Questi uomini - aveva declamato con la consueta maestria il grande oratore - volevano rovesciare la Repubblica, sollevare gli schiavi, sgozzare i Senatori, incendiare la città e consegnare l'Italia intera a Catilina, affinché la devasti e saccheggi"
Ed era terminato con la sentenza di morte:
"Sia data la morte a questi cinque sciagurati che in nome di Catilina hanno tramato contro lo Stato"
E morte fu data.

Ma che cosa aveva spinto quei cinque giovani... e molti altri,ad abbracciare la congiura di Catilina?

Più che una congiura, in realtà, quella di Catilina era una contestazione sociale, una contestazione verso il sistema, diremmo oggi. Una protesta. Una protesta sociale!

Lo afferma chiaramente Caio Manlio, ufficiale dell'esercito di Catilina, nella lettera inviata al Senato

"Gli Dei e gli uomini sono testimoni che noi non abbiamo preso le armi contro la patria per rovinare Roma..." scrive e prosegue:
"...Relegati ai margini della società, a nessuno di noi è stato concesso di beneficiare della legge poiché essa è fatta dalla classe dominante per mantenere i propri privilegi... Ma noi non chiediamo né dominio né averi, ma solo quella libertà che nessun vero uomo sa perdere se non con la vita..."

Ciò che si chiede con quella contestazione, dunque, è libertà e giustizia. Non si tratta di lotta sociale o rancore di classe, ma solo di dignità e giustizia e i cinque accusati, in nome di Catilina, proprio quello rimproverano al Senato: di permettere che pochi "rigurgitino di ricchezze" e che ai molti "manchi perfino il necessario"
I cinque, tutti aristocratici esclusi dal potere, sono spinti da risentimento verso le ingiustizie sociali, che da desiderio di conquista: "Anarchici", li definiremmo oggi. "Caduti nelle mire di Catilina - afferma il loro grande accusatore - l'uomo che mira ad attentare all'ordine costituito della Repubblica.
Il dibattito è teso e acceso e si conclude con la condanna, condanna da eseguire immediatamente, in un clima, però, di grandissima tensione.

Mentre i triumviri capitalis preparano l'esecuzione, il grande accusatore si reca a prelevare i condannati seguito da una rappresentanza del Senato e protetto da una numerosa schiera di armati: si teme un colpo di mano da parte di sostenitori ed amici dei cinque condannati.

Il mesto corteo attraversa il Foro in mezzo ad una folla contrariata ed inquieta.

I condannati raggiungono il Carcere Mamertino; vengono fatti scendere nel Tulliano, la sinistra zona riservata alle esecuzioni. L'uno dopo l'altro, i cinque sono affidati al boia che esegue la sentenza: morte per strangolamento.

"Vixerunt!"
il console Cicerone si affaccia sulla piazza antistante e fa l'annuncio, poi, lentamente prende la via di casa.

Ma dove si trova Catilina mentre i suoi amici vengono giustiziati?
Il grande contestatore, l'ispiratore di ognuna delle contestazione sociale a venire, colui che inventò il colpo di Stato, preparava le Legioni per marciare su Roma.

Fu il suo grande errore. Ricorrere alle armi abbandonando il terreno della legalità fu un grossissimo errore perché gli tolse la patente di combattente per la libertà.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di scoprire chi era Catilina e cosa lo spinse a quell'impresa particolare: lui, esponente dell'aristocrazia, a capo del "partito" dei poveri e degli scontenti.

"Fino a che punto,  Catilina, abuserai della nostra pazienza?"

La celebre frase passata alla storia con cui Cicerone apre la prima delle quattro arringhe contro Catilina, accusato di aver congiurato contro lo Stato.

La reputazione di questo giovane patrizio, ambizioso e ribelle, che aveva osato sfidare il potere era davvero pessima. Cicerone, il più accanito dei suoi accusatori, così diceva di lui:

"Non c'è in Italia nessun avvelenatore, gladiatore, truffatore, adultero, prostituta, corruttore di giovani e rinnegato che non ammette di aver intrattenuto rapporti con Catilina"

E Sallustio rincarava la dose affermando che:

"Catilina era un uomo di grande forza, sia fisica che mentale, ma di indole malvagia e depravata che dedicò tutta la vita ad organizzare guerre intestine, stragi e rapine."

Sempre secondo Sallustio, Catilina era un uomo audace e temerario,  grande oratore, ma altrettanto grande istigatore e lo scrittore lo indica quale  simbolo della corruzione dei tempi e gli attribuisce ogni genere di vizio  e azioni abominevoli, tra cui quella di aver sedotto una vestale.

Ancora più infamante quanto riportato da Plutarco e cioé, di aver avuto rapporti incestuosi con la sorella e di mille altre ignobili azioni.

Ancora secondo quanto  pervenutoci dagli scritti di Sallustio,  Catilina sarebbe stato un grande corruttore che cercava la compagnia dei più giovani perché  più facili da adescare, per  poi addestrarli ed utilizzarli secondo i suoi piani criminosi. Ma, sempre secondo Sallustio, a fermare i progetti di questo grande "nemico della Patria" , che erano quelli di distruggere lo Stato, fu proprio l'imperizia e la dabbenaggine di questi  suoi seguaci,  di cui, però, si sa davvero poco.

Qualcosa di più si conosce  si conosce a proposito di uno di loro: Cornelio Lentulo, il più  vicino a Catilina, depravato quanto lui... sostiene  Sallustio, e  sedotto dal miraggio di potere e ricchezze promesse   da Catilina e soprattutto- sostiene sempre Sallustio - da una profezia fatta mettere ad arte in circolazione da Catilina, secondo cui a reggere le sorti di Roma stava per giungere un terzo Cornelio, dopo Cinna e Silla e questo Cornelio non poteva essere altri che Cornelio Lentulo.  Durante il processo, il giovane Lenulo fu accusato di aver organizzato un piano per  uccidere tutti i senatori e dare Roma alle fiamme. Accuse pesanti e spaventose, che lo condussero al patibolo assieme agli altri congiurati

Una letteratura fiorì, dunque, all'epoca attorno alla figura di Catilina, ad opera di scrittori e storici contemporanei,  con accanimento e  dovizia di particolari, tanto da creare intorno a lui  una leggenda losca, torva e malvagia : un mostro che non si fermava davanti a nulla, nemmeno davanti al sacrificio umano che, secondo Sallustio, Catilina avrebbe praticato per tenere legati a sé i suoi seguaci.

Una fama che Catilina si è portato per secoli e che solo oggi viene discussa e vagliata,  scoprendo che le fonti appaiono tendenziose e di parte e per questo, poco credibili. Questo ha spinto gli storici moderni a ribaltare completamente il giudizio degli storici antichi.

Chi era, dunque, Catilina?

Uno sguardo alla situazione politica dell'epoca, il I° secolo d.C. , ci  rivela  un quadro critico: anni di guerra civile avevano esasperato i contrasti sociali, aprendo il campo alle ambizioni personali di personaggi di grande carisma come Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone.

Catilina, un giovane come tanti, appartenente al più bel patriziato, aveva tentato di inserirsi in questo quadro adottando il ruolo di "difensore del popolo" e attirandosi   l'astio di molti influenti cittadini. Per ben quattro volte tentò, ma inutilmente di ottenere il Consolato, senza peraltro ricorrere al commercio dei voti, molto in uso a quei tempi.

Gravò sulla sua reputazione anche l'accusa di aver sedotto una vestale, accusa da cui fu prosciolto grazie all'abile  e brillante difesa di un giovane avvocato, Quinto Catulo, Nonostante l'assoluzione, però, quest'accusa restò come una macchia indelebile e  fu  utilizzata dagli avversari per screditarlo.

Giovane di grande carisma, idealista e gran trascinatore, secondo il giudizio di  storici moderni,  egli seppe  riunire attorno a sé non solo gli ideali di giovani aristocratici come lui, ma soprattutto  lo scontento di contadini rovinati da espropri e cittadini impoveriti e minacciati dallo spettro della schiavitù.

L'errore più grande  lo commise dandosi alla fuga a Fiesole, a seguito dell'ultima elezione per il Consolato, dove lo aspettava  il suo braccio destro, Manlio, con le sue squadre di insorti.

Cosa spinse Catilina verso quel passo?

Fu l'inganno bene orchestrato tesogli da  Cicerone. Questi, saputo da una donna, di una riunione di Catilina con i suoi, lo denunciò al Senato con un famoso atto di accusa passato alla storia, carico di minacce  ed invettive e assai ben confezionato, ma di cui il grande oratore, in realtà, non  non aveva alcuna prova certa. Un bluff, diremmo oggi, ma che funzionò assai bene.

Catilina fuggì, dando sostanza alle accuse.

Era il 7 novembre del 63. Un mese dopo, la sera del  3 dicembre, i congiurati venivano messi a morte.