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“Lo sviluppo è libertà”, di Amartya Sen

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di MARIAPIA METALLO

La crescita economica come sviluppo della libertà umana

“La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l'una con l'altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza.” Amartya Sen

Il concetto di partenza di Amartya Sen (premio Nobel per l’economia nel 1998) è che la crescita economica abbia come fine ultimo lo sviluppo della libertà umana, intesa in senso lato: libertà di non morire prima del tempo, di non ammalarsi per malattie curabili, di riuscire a capire il mondo in cui si vive, di poter esprimere il proprio pensiero, di vivere in un ambiente sano. In sostanza, secondo l’autore, lo sviluppo consiste proprio nel mettere ogni essere umano nelle condizioni di cercare di realizzare lo stile di vita cui ambisce. Nel prosieguo della trattazione, l’autore sostiene che la libertà, oltre a rappresentare il fine ultimo dello sviluppo economico, costituisce anche un fattore che, a sua volta, contribuisce ad una stabile e duratura crescita dell’economia. In tal senso, afferma, la democrazia non va intesa come un "lusso" che ci si può permettere solo dopo aver raggiunto un determinato livello di prodotto interno lordo pro capite. Illuminante, in tal senso, è il fatto, sottolineato da Sen, che nessuna carestia sia mai stata registrata in un paese dotato di un minimo di libertà; l’economista spiega, in maniera convincente, come le carestie nei paesi del terzo mondo non siano frutti inevitabili di cali della produzione agricola, bensì abbiano come cause determinanti un’ineguale distribuzione dei redditi e l’esistenza di un potere centrale che non deve rispondere del proprio operato. Sen attacca, con molta pacatezza ed altrettanta lucidità, anche certo relativismo culturale, secondo cui la libertà e la democrazia sarebbero valori "occidentali", inadatti alle popolazioni di altre civiltà. È diffusa, in Asia, la teoria che asserisce che i popoli di quel continente sarebbero naturalmente più propensi a dare un maggiore rilievo all’ordine e alla disciplina autoritaria che non alla libertà personale. Altro punto centrale per l’autore è che il reddito monetario non sia una variabile sufficiente per identificare la povertà. Fanno riflettere i dati, riportati nel volume, che mostrano come la popolazione nera degli Stati Uniti, pur avendo un reddito medio molto maggiore, abbia una speranza di vita inferiore a quella degli abitanti del Kerala, uno degli stati più poveri dell’India, dove però le autorità locali hanno, da molti anni, attivato progetti di alfabetizzazione e di assistenza sanitaria su larga scala. L’idea di fondo che emerge dalla lettura del volume è che l’economia non può occuparsi solo di alcuni aggregati, trascurando informazioni e obiettivi più generali che contribuiscono a caratterizzare le condizioni di vita della comunità. Forse, però, a questo punto, accanto allo studio accademico, si manifesta anche una sensibilità alla riforma sociale, cui Sen non sembra volersi sottrarre del tutto. Se queste sono le basi di partenza, non possiamo che attendere con interesse ulteriori frutti.