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Antonio Gibelli: la guerra raccontata “dal basso”

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di MARIAPIA METALLO

Antonio Gibelli in "L’officina della guerra" riporta questo brano del diario di un soldato:


“Era circa le undici di notte: al lume dei razzi che salivano in aria come luti di fuoco di un incendio, mi appariva davanti agli occhi come un cinematografo. Correvano giù e su, davanti ai reticolati, per trovare il passo; qualche granata arrivava sul posto, che formava una grossa nuba di fumo e di terra asciutta; non vedevo più niente; alzato e scomparso il fumo, rivedevo soldati ancor...a lì, alcuno aveva preso nelle spalle qualche compagno ferito, lo portava al sicuro.”

La peculiarità del modo di fare storia di Gibelli consiste nella prospettiva "dal basso", che inserisce ampiamente nell'analisi e nella narrazione i punti di vista della gente comune – emigranti, soldati, bambini - utilizzando le loro testimonianze epistolari, diaristiche e memorialistiche. Le sue ricerche più significative vertono sulla storia della prima guerra mondiale. Ciò di cui milioni di uomini fecero simultaneamente esperienza tra il 1914 e il 1918 non era solo la guerra, ma il mondo moderno: un mondo pienamente pervaso dall'industrialismo e dai principi di efficienza e standardizzazione, in cui lo Stato si insediava capillarmente nella vita privata e nell'interiorità di ciascuno mobilitando sentimenti, immagini, nuove forme di comunicazione. Un mondo in cui si affermavano la scrittura e la fotografia, il grammofono e il cinema. L'esperienza della guerra è perciò vista in stretto contrappunto con quella del lavoro: il lavoro della guerra era una nuova manifestazione delle condizioni del lavoro nella società industriale. Il suo volume L'officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale ha profondamente innovato l'orientamento degli studi sul conflitto in una prospettiva di storia culturale, facendo uso per la prima volta di fonti come le relazioni degli psichiatri sui dissesti mentali dei soldati e le lettere dei fanti. È proprio nel corso della Grande Guerra, ricorda Gibelli, che le persone sperimentano in modo cruento la presenza diretta dello Stato “come potenza estranea e insieme vicina, l’estensione del suo potere, la sua rilevanza nella vita privata.” Per le classi subordinate, specialmente per i contadini, che rappresentavano la stragrande maggioranza degli uomini italiani chiamati alle armi, Stato e guerra erano praticamente sinonimi, accanto a tasse e coscrizione obbligatoria. Renitenza alla leva, vagabondaggio, emigrazione, diserzione furono le forme più diffuse di ribellione.


Fra i vinti la povera gente

faceva la fame. Fra i vincitori

faceva la fame la povera gente
egualmente.
La guerra che verrà di Bertolt Brecht