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Gli imperatori adottivi: Commodo

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di MARIA PACE

In realtà,  Commodo fu il primo Imperatore ad  aver ereditato  il trono per principio dinastico e non più per adozione: si interrompeva, dopo quasi un secolo,  quella forma di successione avviata da Nerva,  basata sul merito e non sul sangue.


Con la morte di Marco Aurelio si assiste ad un rapido e cruento succedersi di imperatori abbastanza inetti, fino a quando il potere non passò nelle mani di Diocleziano.

Con Commodo ha inizio un nuovo capitolo della storia di Roma, tormentata da trasformazioni economiche, sociali, politiche e militari e  la figura dell’Imperatore appare in una luce negativa  e cupa… ancor più negativa e cupa perché,  forse, non tiene conto di tali cambiamenti.

Si può affermare che la debolezza del suo governo, l’atteggiamento ostile nei confronti del Senato e di grande  accondiscendenza,  invece, verso la plebe, siano stati  proprio i fattori di instabilità  che  hanno contribuito  ad accelerare la crisi,  facendo precipitare l’Urbe ai tempi di Domiziano; anche la politica  saggia  ed accorta di Marco Aurelio e Antonino, parve vanificarsi.

Come già accaduto ad alcuni predecessori, Domiziano o Nerone, rimasti prigionieri del cliché di “degenerati e cattivi”,

anche per Commodo la condanna è senza appello. Egli  è passato alla storia come l’”Imperatore .Gladiatore” a causa di una  smodata passione per l’arena.

Ma perché e chi  attribuì all’ultimo degli Antonini, questa pessima  fama? Chi disegnò, con linee così cupe e fosche, la sua figura facendone un ritratto esagerato e non sempre fedele,  da cui emerge l’immagine di  una persona crudele e depravata?

Vizi che Commodo aveva, certamente,  ma che  in realtà non  era  il  solo ad avere.

Quale, invece,  il rapporto con la società romana?  Quale il giudizio dei contemporanei?

La relativa pace che segnò il suo regno era gradita a tutti gli ordini sociali. Tutti, sostanzialmente gli furono favorevoli. Non il Senato, però, verso cui Commodo ebbe un comportamento da rigido autocrata;  un Senato che non era più quello dell’età dei Claudii o dei Flavii.  Un Senato costituito  per lo più da elementi provenienti dalla provincia.  Un Senato che  osservava con una certa contrarietà questo giovanissimo imperatore il cui interesse era tutto concentrato  sulla vita cittadina  e quella di corte,  nonché i giochi gladiatori e per nulla,  invece,  verso  la provincia.

Il nuovo imperatore  si alienò presto il favore  del Senato, dunque, in un  rapporto che andò sempre più  deteriorandosi, fino a  spezzarsi del tutto,  con congiure,  repressioni e condanne.

Per contro, i rapporti con la plebe furono estremamente cordiali, favoriti dagli stessi gusti: arena e lupanari.

Quanto  al giudizio  dei contemporanei, questi hanno il pregio, per l’appunto, di essere immediati e non riportati, ma hanno anche il difetto di essere condizionati da personali simpatie o risentimenti.  Come Cassio, in cui si avverte una certa esagerazione, quando si scusa con il lettore per dover riferire  le turpi azioni  commesse dall’imperatore, che lui è “obbligato” a riferire per averle “viste personalmente”.

Ma chi era Commodo?

Lucio Elio Aurelio Commodo era figlio di Marco Aurelio e di Faustina Minore., figlia di Antonino Pio.

Dione Cassio racconta che durante la gravidanza, Faustina ebbe uno spaventoso incubo: dal suo seno nascevano due serpenti,  uno dei quali  era particolarmente feroce. Turbata da questo sogno pieno di presagi, Faustina aspettò trepidante il parto. Nacquero due gemelli, Commodo e Antonino,  a cui gli astrologi predissero un uguale destino di gloria.

Così  non fu.

Il fratello gemello morì presto, come  anche il  fratello  minore, nominato Cesare insieme a lui, e Commodo rimase l’unico erede.

Ricevette una buona istruzione perché il padre, convinto dell’importanza di una buona educazione, gli pose al fianco i migliori precettori dell’epoca, soprattutto riguardo lo studio di  latino, greco, filosofia e retorica.

Il futuro imperatore, però, non dimostrò  mai eccessivo entusiasmo per lo studio. Al contrario, mostrava una vera passione per tutte le attività ludiche e, meglio  ancora,  se giochi di forza,  con preferenza per i giochi gladiatori, verso cui mostrò una passione veramente smodata.

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Commodo iniziò presto la sua  carriera.

All’età di 5 anni partecipava già  agli onori imperiali  ed aveva  solo quattordici anni  quando Marco Aurelio lo  dichiarò maggiorenne e lo presentò all’esercito, dopo  avergli conferito la carica  di Imperator. L’anno successivo arrivò  il titolo di Augusto e con esso il potere: il padre, infatti, lo  associò  a sé, .

condividendo con lui il potere.

In quello stesso anno Commodo ottenne anche il Tribunato, poi  fu Console per la prima volta, e questo a soli 15 anni, diventando il più giovane console nella storia romana fino a quel momento.

Durante il regno assieme al padre, il suo operato fu normale; introdusse perfino significative riforme,  come il calmiere sul grano. Sposò poi Bruzia Crispina e seguì  il padre nelle guerre contro i barbari.

Quando Marco Aurelio morì, Commodo,  a soli 19 anni, si trovò unico imperatore. Seguì il consiglio paterno, condusse a buon fine  la campagna contro le popolazioni barbariche poi tornò  a Roma, dove fu accolto con grande entusiasmo.

Qui, dopo gli omaggi resi al padre con una cerimonia di divinizzazione e la costruzione di una grande colonna celebrativa, Commodo, dimostrò ben presto le sue eccentricità, prima fra tutte  la smodata passione per i giochi circensi,  ereditata dalla madre  e dallo zio,  soprattutto  quello dei combattimenti con le bestie o la caccia  agli  struzzi,  che pericolosi proprio non erano: il diletto  era quello di decapitarli e guardarli correre ancora per un breve lasso  senza  testa. Amava, però, anche misurarsi  nei combattimenti tra uomini, spesso persone poco allenate,  che lo vedevano protagonista e non solo spettatore.

Gli si riconosceva anche una certa destrezza sia nella lotta  che nel tiro all’arco, ma era pur sempre un comportamento apertamente disapprovato  dai romani, i quali ponevano i gladiatori sul  gradino più basso della scala sociale. Un comportamento,  in  verità  che appariva  così “strano”  agli occhi  dei romani da far sorgere favole e leggende  intorno alla sua nascita, leggende  assolutamente  prive di fondamento, come quella  secondo cui egli non fosse figlio di Marco Aurelio, ma di uno dei gladiatori che sua madre, donna dai  costumi libertini, frequentava solitamente

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In realtà, la sua vigoria fisica glielo permetteva ed era anche celebrata dalla piaggeria di cortigiani che lo paragonavano ad Ercole.  Ed Ercole era proprio  la Passione ossessiva di questo giovane imperatore,.

Oltre che di Ercole, Commodo era anche devoto seguace degli dei egiziani Iside  ed Anubi e venerava il culto orientale di Mitra e fu anche  estremamente tollerante con i  seguaci del cristianesimo.

Per alcuni, Commodo era semplicemente pazzo, per altri invece uno squilibrato caratteriale, un sociopatico senza alcun rispetto per le regole e i sentimenti altrui, cresciuto, dice Cassio,  in un ambiente troppo rigido e austero, a cui si ribellò non appena ne ebbe l’occasione.

Sempre secondo il parere di Cassio, egli non era di indole malvagia, ma, a causa  di un carattere debole e  impressionabile, si lasciò trascinare verso il male dalla gente  che frequentava.

Questo, però, non gli impedì, ancora ragazzo, di ordinare di bruciare vivo un servo che gli aveva preparato un bagno troppo caldo; soltanto uno stratagemma  impedì al disgraziato una fine orrenda; e non si faceva troppo scrupolo ad uccidere, senza neppure un processo,  persone che non aveva in simpatia.

La decisione, inoltre, di interrompere le azioni belliche  con un trattato di pace sfavorevole, concordato con le tribù  barbariche con cui  era in guerra, non fu certo un atto di  abile  strategia politica, ma solo il desiderio di tornare a Roma e alla nuova vita di piaceri che lo attendeva..

Non tardò, dunque, a mostrare la sua vera natura, attraverso una serie di comportamenti  dissoluti e licenziosi che videro il  Palazzo Imperiale trasformarsi in un  postribolo di lusso.

Così come Nerone ai  tempi delle  sortite notturne,  anche Commodo  si aggirava di notte tra postriboli e taverne, raccogliendo bricconi  e prostitute che portava  a Palazzo per crapulare e gozzovigliare tutta la notte,  con  gran  dispendio ed attingendo alle casse dello Stato.

Questa condotta depravata e dispendiosa, assommata allo scriteriato gesto di allontanare da sé i vecchi e saggi consiglieri, già collaboratori del padre, che gli erano stati messi al fianco, finì  per suscitare la preoccupazione del Senato.

L’abitudine, poi, a circondarsi di persone inette raccolte per  strada  e nelle taverne, a cui affidava incarichi importanti e , per contro, l’allontanamento dalla corte di  persone serie  e capaci, destò prima la costernazione  e  innescò poi la reazione dei Senatori i quali vivevano, ormai,con una spada di Damocle sul capo..

Per di più, gli atteggiamenti da monarca assoluto presi da Commodo a seguito di un incendio che aveva distrutto una parte della città, risultarono per il Senato così offensivi  ed inaccettabili,  da spingerli verso la prima congiura contro l’Imperatore.

Ma che cosa era successo?

Dopo averla ricostruita. Commodo  provvide a rinominare la città  e tutte le sue istituzioni. Non più Roma, ma “Colonia Commodiana” e così l’esercito, che divenne “Esercito Commodiano”  e la flotta che si chiamò “Classis Commodiana”; perfino il Senato, che diventò”Senato della Fortuna Commodiana.”  Egli  stesso  assunse il titolo di “Fondatore di Roma” e cambiò il nome Marco, ricevuto con la nomina, in Lucio, avuto alla nascita. Assunse,  inoltre,  nomi di divinità, quali Giove o Marte, ma soprattutto Ercole, facendosi  rappresentare con pelle di leone e clava.

Ebbe inizio un periodo di terrore: congiure represse nel sangue, sospetti  e denunce.

La prima  congiura, soltanto due anni dopo l’assunzione del potere, vide coinvolti un gruppo di membri familiari: la sorella Lucilla, il  nipote Quintiniano, il cugino paterno Marco Numidio e  la sorella Cornifica Faustina,

Quintiniano saltò  fuori dal nascondiglio brandendo un pugnale  con cui cercò di colpire Commodo, gridandogli:

"Qui c'è il pugnale che ti spedisce il Senato" senza riuscire,  però, nemmeno a sfiorarlo perché le guardie furono più veloci di  lui e lo disarmarono.

Quadrato e  Quintiniano furono  messi a morte;  Lucilla,  sua figlia Faustina  e  Crispina, moglie di Commodo, accusata d'adulterio, vennero esiliate nell’isola di Capri; un anno dopo, Commodo inviò un centurione sull’isola con l’ordine di ucciderle  tutte  e tre.

Altri complotti coinvolsero Roma, una bufera che si abbatté sull’aristocrazia romana, coinvolgendo numerosissime famiglie e mietendo un numero impressionante di vittime.  Intere famiglie sterminate, anche estranee ai complotti, per il solo fatto di essere ricche, mentre in altre si cercavano  complici della congiura. Sopratutto fra i senatori.

Accuse e i processi.  Tra gli altri, quello di Tarrutenio Paterno, comandante dei Pretoriani, già valente generale di Marco Aurelio, accusato dal collega  Perenne,  rimosso dalla carica e condannato a morte.

A seguito di questi fatti,  la diffidenza e la paura di Commodo, di natura codarda  e paurosa, crebbe al punto da costringerlo a rinchiudersi a Palazzo e spingerlo,  tra il sollievo generale della città,  ad affidare l’amministrazione dell’impero, insieme  a tutti gli impegni di imperatore,  a Perenne, Prefetto del Pretorio, uno degli ultimi collaboratori di Marco Aurelio.

Il principale accusatore di Paterno era stato proprio Perenne, il quale, rimasto da solo  a capo delle coorti pretoriane, si trovò a governare l’Impero.

Non per molto.

Caduto anch’egli in disgrazia e accusato di complottare per  favorire la nomina ad imperatore di uno dei suoi figli, fu abbandonato da Commodo nelle mani dei suoi accusatori  che non esitarono ad ucciderlo insieme a moglie, sorella e due figli.

Fu sostituito da un liberto, Cleandro,  che al pari di Perenne si trovò ad amministrare gli affari dello stato, accumulando immense ricchezze.  Neppure per lui, però, tardò la resa dei conti. In quello stesso anno una violenta sommossa popolare scosse  Roma, a causa di una carestia e Cleandro, accusato di speculare , fu ucciso dalla folla inferocita.

Da questo momento il governo passò nelle mani di un trio formato da Marcia, concubina di Commodo, dal liberto Ecletto e dal comandante del pretorio Emilio Leto.

Sollvato da ogni incarico, intanto, Commodo si godeva i privilegi del suo status, dandosi ad ogni tipo di eccesso, nella ricerca di piaceri e godendo dei favori, si dice, di 300 concubine, una delle quali  era proprio Marcia, scelte non solo fra le prostitute, ma anche tra nobildonne romane e perfino  ragazze comprate o  fatte rapire.

Furono anni bui, funestati dalla natura sospettosa del sovrano e dagli intrighi di corte che decimavano le famiglie patrizie;   furono  gli anni  dello sperpero del denaro pubblico per la soddisfazione dei capricci del Princes: spese destinate ai giochi gladiatori, ben più elevate di quelle destinate all’approvvigionamento di grano.

Non fu difficile a  Emilio Lete, che si era opposto agli ultimi eccessi dell’imperatore e temeva per la propria vita,  coinvolgere la bella Marcia nella congiura da lui organizzata con numerosi senatori, anch'essi esasperati dalle stravaganze di Commodo.. Approfittando dell’intimità della  donna con l’imperatore, si sperava che lei riuscisse a somministrargli del veleno.

Si fissò la data per il per  il 31 dicembre durante un  banchetto. Sentendosi appesantito, Commodo chiese di essere  accompagnato a vomitare. Questo, però non lo salvò dalla morte perché  i congiurati si rivolsero a Narcisso,  maestro dei gladiatori, il quale quella sera stessa,  dietro forte ricompensa, lo strangolò in bagno.

Fu dato l’annuncio della morte il giorno successivo  al Palatino, poi Leto ed  Ecleto  si recarono dal Prefetto, Publio Elvio Pertinace,  generale di Commodo,  e gli offrirono la porpora imperiale.

La notizia si sparse immediatamente in città e il popolo chiese,  a gran voce che il  cadavere di Commodo, dichiarato dal Senato “nemico della Patria”  fosse trascinato con un uncino e precipitato nel Tevere, così come voleva un'antica usanza;  il suo cadavere, però, fu sepolto nel mausoleo di Adriano.

Una fine  ben  miseranda per un uomo che si era paragonato  ad un Dio.