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Enea e le origini di Roma

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di MARIA PACE

Enea, eroe troiano, che cosa ha  in comune  con la  storia  di Roma e  delle sue origini?


La  tradizione vuole che  egli sia  il padre di Ascanio-Julo,  fondatore di Alba,  che diede i natali alla Città Eterna.

Lo volle soprattutto la famiglia  Giulia, che provvide  a dotare  Ascanio,  figlio di Enea, di un secondo nome: Julo.  Storici e poeti, dal canto loro,misero a profitto tutta la loro e abilità, per colmare la distanza tra la caduta di Troia  e la  fondazione di Roma.

Perché Troia?

Perché l’eroe troiano, caduta la città, racconta il mito, iniziò il suo viaggio verso  il suolo italico, dove approdò dopo un lungo peregrinare, assieme al padre Anchise  ed al figlio   Ascanio-Julo.

Ma chi era Enea? E chi  era  suo  padre Anchise?

Enea era  il grande  eroe troiano, secondo soltanto ad Ettore.

Figlio di Anchise  e, nientemeno che, di Venere,  Dea  dell’Amore,  era l’eroe senza macchia, nato da una notte d’amore della volubile Dea dalla Cintura  Rilucente.

Ma, come andò la cosa?

Venere, spinta da Giove, si  era innamorata di un   giovane ed  avvenente pastore frigio  che, sui  colli del Monte Ida, faceva pascolare le sue mandrie.  Assunte le sembianze di una bella fanciulla mortale, indossato un  peplo rosso fiammante,  giacque  con lui in una notte di grande passione. All'alba, però, la Dea si rivelò e predisse  al giovane, terrorizzato amante, la nascita di un bambino che avrebbe regnato sulla città di Troia ed  avrebbe avuto una lunga discendenza gloriosa. Gli suggerì, però, di nascondere la verità sulla nascita di quel figlio, altrimenti  Giove lo avrebbe fulminato con una delle sue saette.

E invece, Anchise, forse per colpa di qualche coppa di vino bevuta in più o per la sventatezza  della gioventù. se ne vantò con alcuni pastori, suscitando l’ira di Giove che gli scagliò contro uno dei suoi fulmini.

Per sua fortuna, Venere, sempre vigile, riuscì a proteggere l’amato, che rimase indenne. Qualche tempo dopo, la Dea mise al mondo, sul monte Ida, il figlio,  Enea, che affidò alle cure delle Ninfe.

Dell’educazione del piccolo, si presero cura il centauro Chirone e la nutrice Caieta, alla quale l’eroe era davvero assai  affezionato.

Diventato un grande guerriero, Enea partecipò alla guerra di Troia, benché all’inizio fosse stato contrario a quel progetto bellico, ma, finendo per diventare,  in seguito, grande amico di Ettore.

La notte dell’inganno  del cavallo, lo spettro di Ettore  gli  comparve dinanzi, annunciando la caduta della città e il viaggio verso la terra italica. Dopo una  strenua  quanto inutile difesa, infatti, con un gruppo di coraggiosi, egli lasciò la città  in fiamme con il padre Anchise,  la moglie Creusa e il figlioletto Ascanio.  Durante la fuga, però, Creusa perse la vita e il suo spettro  apparve all’eroe e gli rivelò  che, dopo lungo  peregrinare,  avrebbe raggiunto  il suolo italico e sarebbe diventato il capostipite di un popolo glorioso.

Enea, l’eroe  pio e senza  macchia!

Era necessario che si salvasse, poiché il Fato, già  nell’Iliade vi è un  accenno, aveva decretato che dovesse dare continuità alla stirpe troiana anche dopo la caduta della città.

In realtà, Omero non fa mai cenno ad un viaggio di Enea in  occidente. Forse  perché il  mito  voleva che l’eroe troiano, scampato all’ecidio della sua città, ne fondasse un’altra, ma sullo stesso suolo o nelle vicinanze.

Una connessione con il Lazio e con Roma,  però, era già stata tramandata da due storici antichi come Ellanico di Lesbo e Damaste di Sigeo e antichi miti  celebravano  già da tempo  l’origine del nome della città.

La tradizione antica narra di una prigioniera troiana di nome Rome, segregata a bordo di una delle navi di Ulisse insieme ad altre compagne, e costretta a peregrinare con l’eroe attraverso i mari. Quando una tempesta costrinse le navi ad approdare sulle coste del Lazio, Rome, stanca di viaggiare, incitò alla rivolta le compagne, che incendiarono le navi,  costringendo Ulisse e i suoi uomini a fermarsi sul posto,  precisamente sul Palatino, dove venne fondata una città che prese il nome dalla prigioniera troiana.

Sempre secondo un mito greco, Rome, sarebbe stata,  invece, uno dei numerosi figli di Ulisse o addirittura figlia di Telemaco e della maga Circe.

Secondo un altro  mito  ancora,  Rome era il nome di una figlia o,  forse, della moglie di Ascanio,  figlio di Enea che,  dopo le  vittorie  su Turno,  re dei Rutuli, fece costruire un tempio alla dea Fede e per questo, alla città che venne poi costruita, fu dato il suo nome.

Del  mito di Enea parlarono anche gli scrittori latini Ennio e Nevio, ma fu soprattutto Fabio Pittore che riuscì ad avvicinare la data dell’arrivo di Enea nel Lazio a quella della fondazione della città.

Ci pensò, infine, Virgilio che, con la sua “Eneide” celebrò  le origini della città  e, soprattutto,  esaltò la gens Julia che faceva risalire a Romolo la propria origine: Romolo, discendente del Re di Alba e discendente  del suo capostipite,  Ascanio-Julo,  da cui il nome Julia.

Discendenza divina, dunque: Romolo figlio di Marte  e prima  ancora,  Enea, figlio di Venere.

Enea è l.’anello di congiunzione! Cosicché,  anche nell’Eneide, egli ritorna ad essere l’eroe celebrato dell’Iliade, in contrapposizione ad Achille  che combatte spinto solo dall’esaltazione  personale, dalla gloria e dal furore della battaglia; Enea,  invece,  combatte in obbedienza al Fato, nel rispetto del quale ha origine la “Virtù romana” ossia  la devozione e il rispetto verso gli Dei. Devozione  e  rispetto che condurranno l’eroe, dopo la  morte in battaglia, all’apoteosi ed  alla divinizzazione  con il nome di Iuppiter Indiges.

Suo figlio Ascanio.-Julo, qualche decennio dopo,  fonderà la città di  Alba Longa e la storia prenderà il suo corso.