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Home Cultura Cultura Un duplice assassinio politico nella Roma antica con molta analogia con l’attualità dei tempi moderni

Un duplice assassinio politico nella Roma antica con molta analogia con l’attualità dei tempi moderni

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di MARIO GIANFRATE

Un doppio delitto politico nell’antica Roma che ha molto in comune con l’assassinio di John e Bob Kennedy, nell’America degli anni sessanta. Un destino per molti versi analogo, sul piano delle dinamiche che su quello motivazionale. In entrambi i casi, si tratta di due fratelli: il primo che riveste una carica pubblica e il secondo che lo sostituisce; in entrambi i casi, si tratta di due intellettuali “progressisti”; in entrambi i casi è il potere della casta che, intaccata nei suoi privilegi, li sopprime.

 

 

 

 


I protagonisti della vicenda sono i Gracchi, Tiberio e Caio, figli di Cornelia. Lei, la celebre matrona, è una donna colta, di una intelligenza non comune e i suoi salotti richiamano tutti coloro che hanno a cuore la crescita sociale dei Romani, con particolare propensione alla condizione dei proletari. Oggi, non avrebbe annoverato molti ospiti.

Ed è a questi principi di giustizia e di libertà che i due fratelli vengono educati. Tiberio, il maggiore dei due, rientrando dalla Spagna ha potuto constatare le condizioni di vita di estrema povertà diffusa tra la popolazione; non esita, quindi, a schierarsi apertamente dalla parte della plebe. E’ un trascinatore di folle: i suoi discorsi infiammano, gli procurano consensi e approvazioni che gli consentono di essere eletto tribuno.

E’ l’anno 133 a.C. e tra i primi atti legislativi di Tiberio, vi è la proposta di riforma agraria. E’ una legge rivoluzionaria in senso – oggi diremmo – socialista: prevede, infatti, che nessun cittadino possa possedere più di 500 iugeri – 2500 metri quadri di terra circa, quanto si prevede possano essere arate da due buoi in un sol giorno -, con l’incremento di 250 per ciascun figlio. La legge prevede, inoltre, la nomina di una Commissione per la destinazione ai poveri delle terre eccedenti.

La reazione dei ceti agiati – aristocratici e latifondisti - è immediata. Intorbidano le acque, gettano discredito, accusano addirittura Tiberio di voler instaurare una sorta di dittatura. In realtà ha messo in discussione, per la prima volta in Roma, i rapporti di produzione esistenti tra i cittadini, muovendosi nella direzione di un loro equilibrio. La sua fine è dietro l’angolo. Una squadraccia, con a capo Scipione Nasica, dopo aver creato un tumulto, lo assale e lo massacra. Il suo corpo viene gettato nel Tevere.

E’ il turno di Caio Gracco che gli subentra nell’incarico “istituzionale”.  Caio, oltre a essere di una onestà esemplare – come il fratello, d’altronde – è anche un acuto politico: individua nella difesa degli interessi della plebe e in quelli dei cavalieri, ceto piccolo borghese – anticipa di fatto quell’alleanza tra proletariato e ceto medio a cui si ispirava il socialdemocratico Saragat – il motivo conduttore della sua azione politica e legislativa.  Per lenire la miseria, promuove elargizioni semigratuite di grano e riconosce ai cavalieri il diritto di far parte dei  giudici di tribunali. Il tentativo, però, di estendere i diritti e i benefici derivanti dalla cittadinanza romana agli italici, suscita proteste anche tra i suoi sostenitori.

Ancora una volta si mettono in moto i poteri “occulti” scatenando una serie di tumulti: Caio Gracco con i suoi seguaci si rifugiano sull’Aventino ma vengono circondati dalla truppa guidata dal console Lucio Opimio. Il tribuno riesce a eludere gli avversari e a fuggire ma, sul Gianicolo, comprendendo che ormai la sua sorte è decisa, ordina a un suo schiavo di ucciderlo. Dopo aver compiuto la tragica esecuzione, lo schiavo si suicida. Siamo nell’anno 121 a.C.