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Attualità di un romanzo…

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di MARIA PIA METALLO

Franz Kafka, “Il Processo”: l’ottusità della burocrazia giudiziaria


Josef K., procuratore di banca, viene processato e condannato per un’accusa che non sarà mai  chiarita. Sarà ucciso senza aver mai potuto conoscere appieno il proprio capo d’imputazione e senza essersi mai potuto difendere.


K., a tutta prima, potendo agire da uomo libero, cerca dunque di darsi da fare per risolvere la questione con razionalità e pragmatismo, ma inizia subito a scontrarsi con quella macchina processuale complessa e irrazionale che non riuscirà mai a capire e con la quale non potrà comunicare in alcun modo fino alla fine, nonostante tutti i suoi sforzi.


Non riuscirà neanche a conoscere tempi e modalità del processo. Durante la prima udienza, in un’aula di giustizia anonima di un edificio anonimo di un anonimo quartiere, incontra il giudice istruttore, che mostra di non avere neanche idea di chi sia l’imputato. K. fa un’accorata arringa contro la burocrazia giudiziaria, davanti a una sala piena di gente che ora applaude, ora ride, come davanti a uno spettacolo, non a un tragico destino. Sembra, come sempre nel romanzo, che qualcuno lo stia a sentire ma, in realtà, le sue parole non faranno mai breccia su nessun uomo di giustizia.


Del resto, tutti i personaggi che K. incontrerà e ai quali parlerà del proprio caso reagiranno con la stessa rassegnazione, parlando di quanto capitato a K. come di qualcosa che può capitare. La passiva accettazione dell’ineluttabilità del meccanismo di una giustizia che trascende l’umano è totale. Tra questi, il pittore Titorelli, che abita nel solaio di un edificio del tribunale, risponde semplicemente a K. che quando il tribunale viene avviato difficilmente recede dalle accuse mosse all'imputato. Lo dice come si potrebbe spiegare un fenomeno fisico.


Neanche l’avvocato Huld, “difensore dei poveri” da K. incaricato della difesa, sarà mai chiaro sulle proprie azioni volte a risolvere questa situazione. Si limita a rassicurare K. genericamente sull’impegno che profonde nel proprio lavoro. E K. finirà per licenziare l’avvocato, rinunciando definitivamente alla difesa e andando incontro alla condanna a morte.


Alla vigilia del suo trentunesimo compleanno, due signori si presentano a casa di K. e lo portano via. Lo trascinano vicino a una cava, dove lo accoltellano al cuore, come macellai.
Insomma: il tribunale, inarrivabile, ha emesso una sentenza di condanna, secondo logiche autoreferenziali e insondabili.


Le ultime parole del romanzo sono strazianti.


“Dov'era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov'era l'alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le dita.


Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre l'altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. ‘Come un cane!’, disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere”.