Il SudEst

Thursday
Jun 21st
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Cultura Cultura Cincinnato

Cincinnato

Email Stampa PDF

di MARIA PACE

“Spes unica imperii populi romani” (Unica  speranza  per l’autorità del popolo romano).

 

 


Deve essere stata davvero di notevole spessore la personalità dell’uomo meritevole di tale  elogiativa considerazione.

L’elogio  è dello storico  Tito Livio e  la persona cui  si riferisce è Cincinato,  l’uomo che più di ogni altro  ha incarnato il  modello dell’antico  romano: integerrimo, virtuoso,  valoroso e consacrato alla patria.

Chi   era  Cincinnato?

Lucio Quinzio Cincinnato,  del  più  illustre patriziato romano, apparteneva alla gens  Quinctia,  risalente  all’epoca del re Tullo  Ostilio.

Tito Livio, la fonte più autorevole delle nostre notizie, ce lo presenta in un momento assai particolare  e cruciale  della  storia di Roma.  Ce lo presenta mentre, intento ad  arare il  suo campo, fu raggiunto da una delegazione del Senato che voleva parlamentare  con lui.

Si dice che alla vista degli  ambasciatori,  Cincinnato  abbia lasciato il lavoro e sia andato loro incontro chiedendo:

“Va tutto bene, vero?”

In realtà,  non andava  affatto bene  e la Repubblica di Roma, in quel momento, versava in condizioni piuttosto sfavorevoli, minacciata all’esterno dalle  città  rivali e compromessa all’interno dalla tensione sempre  più grave tra patrizi e plebei, che  aveva finito per indebolire lo Stato.

La guerra contro gli Equi  aveva preso una piega decisamente  sfavorevole e così,  il Senato giunse alla  decisione di rivolgersi all’unica persona capace di affrontare  la situazione.

Non era la prima volta, infatti, che Cincinnato aveva  salvato la Repubblica ed eccolo, una volta ancora, scelto dai romani come guida dello  Stato.

In realtà, i romani non si erano propriamente mostrati generosi,  in passato,  nei suoi confronti; non solo poco generosi,  ma  addirittura ingrati, tanto da  indurlo a rifiutare una seconda  carica istituzionale per non provocare  nuovi dissidi fra i suoi sostenitori  e gli avversari  e decidere  di tornare  ai suoi campi.

La prima volta,  in passato, fu quando suo figlio Cesone, fu ingiustamente accusato  do aver ucciso un Tribuno della Plebe durante una  rissa: un processo politico, in realtà,  basato sulla testimonianza di un altro Tribuno della Plebe;  una plebe verso cui  il giovane Cesone, campione dei patrizi romani, nutriva malcelata insofferenza.

Chiaramente, una mossa degli avversari,

Cincinnato intervenne personalmente nel processo  in difesa del figlio e chiese clemenza per lui in nome della  propria rettitudine:

“… non ho  mai offeso nessuno né  con le parole, né  con  le azioni…” recitò.

Cesone ebbe salva la vita, ma  dovette subire l’esilio e Cincinnato,  si ritrovò  quasi in miseria a  causa  dell’ingente somma pagata a titolo di risarcimento e garanzia  per  suo figlio.

Tito Livio riferisce che, costretto  a vendere  tutti i  beni di famiglia, gli era rimasto solo un podere fuori Roma,  dove,  per l’appunto,  fu raggiunto dai messaggeri    del Senato

Cincinnato,  dunque, eroe  del quotidiano: il  contadino che lascia l’aratro  per farsi  soldato  e diventare uomo politico. Tutti gli scritti ce lo presentano così,  come un uomo  dedito alla vita  agreste,  che si preoccupa della cura della terra  e del raccolto, ma Cincinnato era ben altro: era uomo di grande  acume politico e giuridico, come  avrà  modo di dimostrare nei diversi  mandati .

Veramente  eccellente  il suo cursus honorum. Fu console la prima volta nel 460, sostenuto dai patrizi, ma contestato dalla plebe, a causa di un presunto  risentimento nei loro confronti che gli veniva  attribuito per i fatti legati  alle vicissitudini  giudiziarie  del figlio Cesone.

In realtà,  avrebbe  potuto  un risentimento non proprio presunto:  forse,  quella gente  non aveva neppure torto  a  sospettare. Il neo eletto Console, infatti, Cincinnato, attaccò duramente l’accusatore di suo figlio, paragonandolo ad un traditore.

Un’ulteriore contestazione dei Tribuni della plebe riguardò, invece, l’esercito.  In vista di una guerra contro gli Equi, Cincinnato aveva chiesto al Senato  di radunare l’esercito, ma  i Tribuni erano insorti, facendo presente che non lo si  poteva radunare  senza il loro consenso.

Alla fine, Cincinnato si rimise alla volontà  del Senato e il Senato si pronunciò stabilendo  che  l’esercito non dovesse essere convocato, ma che   nemmeno Magistrati e  Tribuni venissero più  rieletti.

Accadde, però,  che mentre i Magistrati smisero di  presentare  le loro candidature,  i Tribuni,  invece,   suscitando le vivaci proteste dei patrizi,   si presentarono  al Senato con i loro candidati.

I Patrizi,  allora,  reagirono  proponendo  anch’essi  il loro   un candidato e si trattava proprio di Cincinnato il quale, però, rifiutò,  con un discorso in cui invitava  i Senatori al rispetto delle Leggi  e rampognava la plene  per la  sua malafede,  poi  tornò  alle sue  attività  agresti assieme alla moglie Racilia...

Soltanto due  anni dopo,  però,  la situazione  tornava  a degenerare  e Roma ebbe ancora bisogno di lui e il Senato inviò la sua delegazione ad offrigli la Dittatura con pieni poteri e unanime consenso.

Tito Livio ci parla minuziosamente dell’episodio e noi  possiamo   immaginarlo mentre,   detergendosi il sudore,  prega la moglie di portargli la toga,  per ascoltare  le richieste dei messaggeri  e poi  accingersi  a seguirli  e raggiungere Roma.  Qui,  fu  accolto da parenti e amici e “dalla maggior parte dei senatori”  e messo al corrente  della situazione.

“… la maggior parte dei senatori”!

Che cosa significa? Forse, che  vi furono contestazioni? Qualunque  cosa sia avvenuta  in Senato,  successivamente, Cincinnato fu scortato a casa- racconta sempre Tito Livio - scortato dai littori  e accompagnato da una folla di amici, ma anche di avversari: quella plebe che nutriva dubbi e timori nei suoi confronti.

Il suo comportamento,  però,  rassicurò  tutti; egli prese subito la situazione in mano  e  corse in aiuto dell’esercito romano rimasto accerchiato  dagli Equi sul Monte Algido,  infliggendo loro una grave sconfitta;  premiò  il valore  dei suoi soldati e punì l’incapacità dei soldati  assediati e  del  loro comandante e Roma gratificò il suo neo Dittatore con un Trionfo e una corona d’oro.

Tutta la vicenda  si era svolta in pochissimo  tempo: solo sedici giorni, mentre la carica di Dittatore durava almeno  sei mesi. Cincinnato, però,  depose la  carica per tornare al suo podere: una decisione che ancora oggi viene citata  come  esempio di virtù, modestia e dedizione al  dovere.

Cincinnato, dunque,  uomo politico e uomo privato.

Che fosse un uomo dedito alla famiglia lo abbiamo capito subito, dall’episodio in cui rimase coinvolse il figlio Cesone, che ce lo mostra come ottimo  padre:  generoso e presente.

Oltre a  Cesone,  Cincinnato fu padre di altri  tre figli;  il più  noto, a causa delle sfortunate vicissitudini è senza dubbio Cesone,  ma anche gli altri erano noti per la forza e le virtù di carattere e tutti con un ottimo cursus honorum.

In realtà, non  è al suo cursus honorum che è  ricordato il nome di Cincinnato,  quanto invece,  al suo spirito di abnegazione, giustizia  e amor patrio.