Il SudEst

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May 21st
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Pirro

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di MARIA PACE

Una “Vittoria di Pirro”.

Conosciamo tutti questo detto e il suo significato negativo perché serve a definire una vittoria ottenuta con molti sacrifici e scarsi risultati.

In realtà è un detto del nostro tempo, poiché non risulta riportato in nessuna fonte antica.

Di che cosa si trattò?


Si trattò di vittorie conseguite da Pirro, re dell’Epiro, sull’esercito romano, nel corso di una lunga guerra di conquista; vittoria ottenuta anche grazie al panico scatenato tra le truppe romane dalla carica di venti elefanti.

Le perdite furono pesanti, ma non solo per gli sconfitti, bensì, anche per i vincitori: lo furono così profondamente pesanti, da indurre il grande condottiero a riconoscere  che:

“… ancora una vittoria così e saremo spacciati.”

E’ quanto riporta lo storico Plutarco.

Che cosa é accaduto tra i due popoli separati dal mare?

Dopo un periodo di pace relativa, la politica espansionistica di entrambi i popoli, aveva rotto il gioco degli equilibri: Pirro, chiamato in causa da Taranto che si sentiva minacciata da Roma, aveva accolto  la richiesta di aiuto ed accettato  di difenderla.

Per meglio comprendere il delicato equilibrio delle alleanze, diamo uno sguardo alla situazione generale dell’epoca.

Cinque anni durerà il conflitto tra la Repubblica romana e l’esercito del Re dell’Epiro, Pirro, tra il 280 e il 275 a.C. e il risultato finale sarà l’egemonia romana sulla Magna Grecia.  A scatenarlo fu la reazione di Taranto, florida città della Magna Grecia, all’intensa attività espansionistica di Roma in direzione del sud della penisola italica. Roma era particolarmente interessata a sviluppare rapporti  commerciali con  mercanti greci.

Non solo i mercanti, in realtà, premevano verso il sud e sostenevano con forza quel progetto, ma anche la plebe rurale, che dalla distribuzione della terra coltivabile delle precedenti conquiste, non aveva avuto alcun vantaggio o beneficio.. Negli ultimi decenni, per contro, gli equilibri sociali dell’Urbe erano profondamente mutati. Lo sviluppo economico aveva permesso alla classe plebea un riscatto politico e sociale ed alla società romana un progressivo avvicinamento alla cultura greca, soprattutto da parte del patriziato.

La politica espansionistica romana aveva cominciato  ad impensierire Taranto, la più  fiorente delle colonie della Magna Grecia, la  quale,  sollecitata  dai continui attacchi  di Lucani e Voschi,  chiese l’aiuto del re dell’Epiro che godeva di grande fama di uomo politico, quanto di  grande condottiero.

Per Annibale, Pirro sarà il più  grande condottiero della storia. Più grande  anche di Alessandro il Macedone.

Ma chi era Pirro, il Re dell’Epiro?

Pirro fu un personaggio talmente straordinario, che, se non fosse davvero esistito, la penna di qualche  bravo scrittore o poeta  lo avrebbe inventato: la sua vita fu una straordinaria combinazione di eventi e circostanze leggendarie, tali  da poterne fare un romanzo storico-avventuroso.

Come ogni corte che si rispetti, anche quella del’Epiro era teatro di manovre politiche e militari, intrighi, congiure e complotti.

Intrappolato in uno di queste  congiure rimase anche Pirro figlio di Eacide,  re dell’Epiro.

Pirro  nacque nel 319. a.C., ma a soli 5 anni, a seguito di una sommossa di palazzo, il piccolo principe  fu costretto alla fuga, dopo essere scampato ad un eccidio. Fu accolto da Claucia, re dell’Illiria il quale lo allevo come un figlio fino all’età di dodici  anni  e nel 307,  forte di un potente esercito, lo ricolloco sul trono d’Epiro.

Le traversie del piccolo Re, però, non erano terminate: cinque anni dopo fu nuovamente deposto ed allora cercò rifugio presso Demetrio il Poliocerte (espugnatore di città), marito della sorella Deidamia, che lo avviò alle  arti militari in cui il principe mostrò di eccellere.

Ancora una volta, però, il Fato decise di mettere alla prova la sua forza d’animo: nella battaglia di Ipso, combattuta nel 201 a.C. contro re Tolomeo d’Egitto, si distinse per valore e ardimento. La battaglia, però, si concluse con la sconfitta di Demetrio e il giovane Pirro fu inviato in Egitto in qualità di ostaggio. Ma ancora una volta, il giovane principe fu trattato con tutti i riguardi dovuti al suo rango. Partecipò a gare e partite di caccia e assai presto si distinse. Per di più, di bell’aspetto, modi nobili  e garbati, il giovane  esule finì per  entrare nelle grazie  della bella e potente regina Berenice, la quale gli dette in sposa la figlia Antigone.

Quattro anni dopo,  nel 297, Pirro, forte di un potente  esercito  e con l’appoggio di re Tolomeo, tornò in Epiro  dove riconquistò il trono e poté dedicare spirito  e forze al progetto da sempre accarezzato e cioè, la conquista della Grecia, sulle orme del grande Alessandro Magno.

Altri, però, miravano allo stesso progetto: Lisimaco…, Antipatro…  e lo stesso Demerio Poliorcete.

Pirro riuscì a conquistare i primi territori e ad annetterli al suo regno, ma questo suscitò l’ira del cognato che,  in sua  assenza  invase l’Epiro devastandolo.

La reazione di Pirro fu immediata e degna della mente di uno scrittore di romanzi di avventure guerresche: sfidò  a duello  il più prode dei generali di Demetrio   e mise tale impeto e tanto ardimento nel combattimento,  da spingere le sue truppe ad attaccare l’esercito nemico e sopraffarlo.

Era nata la leggenda di Pirro, il re del’Epiro ed era giunto il suo momento, quello dell’attesa della buona occasione e il  Casus belli glielo offrì Taranto,  chiedendo il suo  aiuto contro Roma.

Che cosa era accaduto di così  grave da indurre la più importante città della Magna Grecia a sfidare Roma?

In realtà, la provocazione era partita proprio da Roma che, accettando un accordo con la città di Thurii ed inviando laggiù  una garnigione, mostrava largamente le sue mire.

Taranto considerò quell’accordo una violazione ai Patti stipulati qualche anno prima dalle due città, tra cui la linea di demarcazione di un’area di competenza e Taranto temeva in uno  confinamento e in una minaccia al suo patronato sulle città confinanti.

Il fatto accadde nell’autunno del 282 a.C..in un teatro  affacciato sul mare. Taranto  stava celebrando una festa in onore di Dioniso, quando all’orizzonte si vide                                           avanzare una piccola flotta romana.  Erano le navi dell’ammiraglio Lucio Valerio Flacco in viaggio verso Thurii  o forse verso la stessa Taranto, ma senza alcuna intenzione minacciosa.

I tarantini, in preda ai fumi dell’alcool, credettero invece ad un attacco ed a loro volta  attaccarono, affondandone  quattro e catturandone una; altre cinque riuscirono a fuggire.

Prima che Roma rispondesse o potesse reagire  e convinti di un atteggiamento ostile dei romani, i  tarantini attaccarono Thurii  e la saccheggiarono, mettendo in fuga la guarnigione romana come anche i maggiorenti della città.

Roma, però,  non reagì.  Non subito. Né sottovalutò la situazione. Al contrario,  optò per un’azione diplomatica piuttosto che muovere subito guerra a Taranto..  Appena giunta notizia a Roma dell’accaduto, infatti, Il Senato Romano aveva inviato a Taranto una delegazione di ambasciatori  per parlamentare. Le loro richieste erano chiare: la restituzione dei prigionieri e la consegna di coloro che avevano attaccato le navi romane.

I tarantini, però, oltre a dare poco ascolto alle argomentazioni presentate dagli ambasciatori romani,  che accolsero proprio in quel teatro da cui avevano visto arrivare le navi, presero anche a sbeffeggiarli e schernirli a causa della cattiva padronanza della lingua con cui si erano espressi,  ossia il greco.

Li riaccompagnarono subito fuori e un uomo, un certo Filinide, in preda ai fumi dell’acool. urinò sulle loro toghe,  con il chiaro intento di oltraggiarli.

I romani, sdegnati, promisero che presto  quell’onta darebbe stata lavata nel sangue, poi lasciarono la città  e tornarono a Roma e, nel lasciare il teatro, il capo della delegazione,  a quanto riferisce Dionisio di Alicarnasso,  lanciò la sua sfida:

“Ridete. Ridete finché potete, Tarantini, ridete! In futuro dovrete piangere a lungo.”

Tornati a Roma, gli ambasciatori, il Senato si riunì per decidere il da farsi.

Pirro, il Re dell’Epiro,  godeva  già fama di valoroso guerriero e  mirava ad ampliare i confini del proprio regno. Egli si gettò nell’impresa con grande entusiasmo e con il sogno di emulare in Occidente,  il progetto  di Alessandro Magno e riuscì a raccogliere  il consenso degli  Italioti,  ossia i Greci della Magna Grecia.

Il suo piano era quello di aiutare Taranto e respingere i Romani al di là del meridiano italiano, per poi  porre sotto la propria influenza la Sicilia  ed attaccare Cartagine,  nemica storica dei greci della Magna Grecia.  Si schierò, dunque con Siracusa contro Cartagine, ma dovette abbandonare il progetto  e non per sua volontà ma per l’incapacità  degli alleati.

Si trovò, dunque, a comandare un esercito, a dire di  Plutarco,  di  28.500 uomini più 22 elefanti da guerra.

A convincerlo, in realtà, fu soprattutto la promessa degli Italioti di affidargli il comando di 350.000 uomini e 20.000 cavalieri.

I rinforzi effettivamente giunti furono assai inferiori, ed allora si rivolse a Tolomeo II, d’Egitto, che gli fornì uomini ed elefanti che peraltro Pirro lasciò in Epiro a controllare la zona.

Roma, intanto, dopo un breve assedio entrava in Taranto e la conquistava. Correva l’anno 281 a.C.

L’anno dopo   Pirro salpò verso le coste italiche, durante la traversata, però, fu sorpreso da una tempesta che lo costrinse a sbarcare ed  proseguire via terra verso Taranto dove si acquartierò. Quando le navi lo raggiunsero, lasciò Taranto e si spostò   verso il sud, forte di un esercito di 25.500 uomini  e 3000  cavalieri, fornitogli dai tanti alleati e si accampò nei pressi di Heraclea.

I Romani avevano previsto l'arrivo di Pirro e mobilitarono otto Legioni: 80 mila uomini circa; schierato su più  fronti, era composto da circa 20.000  soldati, all'incirca pari  all'esercito di Pirro.

Fu proprio qui,  ad  Heraclea,  l’odierna Policoro, che avvenne il  primo scontro tra Romani ed Epiroti e si risolse in una sconfitta per i romani, anche  a causa dell’uso di elefanti da guerra.

Quella battaglia, però, fu  un disastro anche per i vincitori, che riportarono numerosissime perdite… perdite  difficilmente rimpiazzabili,  al contrario dei romani.

Fortunatamente per Pirro, le perdite vennero presto rimpiazzate dai soldati di Lucani, Bruzi e Messapi,  nonché  da città greche che decisero di unirsi a lu.i.

Pirro cominciò l’avanzata su Roma. Grande stratega, man mano che proseguiva,  sollevare lo scontento  tra gli alleati dei Romani  e furono in  molti ad  unirsi a lui.

Giunto nei pressi di… , deviò su Napoli per spingere anch’essa  alla ribellione contro Roma, ma fallì e e si allontanò.  Proseguendo,  si accorse di una manovra a tenaglia dei romani per fermarlo. Decise di ritirarsi, ma  con l’obiettivo  di ottenere dal Senato Romano  il consenso a mantenere il dominio sui territori meridionali conquistati fino allora e una proposta di pace. Allo scopo inviò ambasciatori  Roma e insieme  ad essi anche un gruppo di romani fatti  prigionieri.

Roma respinse ogni proposta di pace e finanche i prigionieri, colpevoli di essersi arresi con le armi in pugno.

A Pirro non rimaneva che cercare uno scontro decisivo con Roma.

La sua fama lo precedeva e lo seguiva. E non solo per il suo   estro strategico, ma anche per gli atti di cortesia che si scambiava con sovrani e consoli romani.

Lo scontro avvenne ad Ascoli Satriano.

Correva l’anno 279  a.C. e fu un evento disastroso per entrambi.  Anche se ad essere sconfitti furono i Romani, gli Epiroti ne uscirono oltremodo malconci. Così malconci da non poter, in verità, considerare  quella una  vera vittoria.. Per di più, la conseguenza di quel disastro fu l’alleanza di Roma e Cartagine contro il nemico comune  e il nemico comune er lui, Pirro, il Re dell’Epiro.

Per lo scontro definitivo con Roma,  però, Pirro dovrà aspettare  il  275 e una serie di imprese belliche che lo videro muovere verso la Sicilia con un esercito di quasi 37 mila uomini, conquistarla e farsi nominare Re.  Soltanto l’anno dopo, però, fu costretto a lasciare la Sicilia e rifugiarsi in Italia, mentre Roma, rifornita da Cartagine, riconquistava tutto il territorio perduto, ponendo nuovamente Taranto sotto assedio.

Era  il 275 a.C. e Taranto chiedeva nuovamente l’aiuto di Pirro  e nuovamente  Pirro giunse in suo aiuto.

Lo scontro definitivo avvenne a Maleventum  e si risolse in una  disastrosa disfatta per Pirro il quale, per non cadere prigioniero dei Romani,  tornò  in patria, dove  tentò ancora di  conquistare la supremazia sulla Grecia.

Dopo quell’evento, la città prese il nome di Beneventum.

Sorretto da una irrefrenabile irrequietezza che lo spingeva sempre verso nuove imprese, diceva che la vita era vuota e fastidiosa senza qualche scontro bellico.  E fu proprio a seguito di una battaglia che  Pirro trovò la morte.  Non, però, sul campo di battaglia, come certamente sognava di morire, ma per mano di  un uomo che,  dopo averlo soccorso,  lo riconobbe e lo uccise,  per poi consegnare  il suo corpo  al nemico di turno: Antigono Gonata.