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Riflessioni su filosofia e democrazia

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di GIUSEPPE ROTONDO

Manca circa un mese al via delle elezioni politiche italiane, in un clima dominato dalla spettacolarizzazione del dibattito politico, ricolmo di promesse e di ingredienti di teatralità, di surrogati di azioni che non sembrano possibili da compiere, in cui la scarsezza di risorse politiche ed economiche è mascherata dalla volontà di far credere l’incredibile, dal mutevole scenario di opinioni.

Lo storytelling e la seduzione sono diventate le principali armi di una politica incapace di sanare lo scollamento tra governanti e governati, specchio fedele dell’insorgere dei populismi e della svalutazione della politica, come arte machiavellica e sporca per sua natura. L’irrazionalità, la rassegnazione, l’allerta che contrassegnano lo scenario politico italiano si ricollegano ad una crisi delle istituzioni e delle società occidentali che non ha certo finito di imperversare e che ha fatto parlare molti studiosi di una condizione ormai irreversibile di post-democrazia. E non è solo una certa retorica pessimistica a farlo pensare. I circa 2-3 milioni di italiani che non studiano e che non lavorano non sono solo il riflesso di una intrinseca e connaturata indolenza da bamboccioni, ma sono anche simbolo di una ben più radicale perdita di fiducia e speranza per il futuro. Di svuotamento e inaridimento esistenziale che ha trasformato il futuro da un segno positivo, denso di aspettative di progresso tecnico, economico e sociale ad un segno negativo, causa di un distacco sempre più massiccio dell’individuo dalla politica, che ha fatto pensare ad un nuovo fenomeno di smobilitazione delle masse, mai visto fino ad ora, in cui ciascuno viene ad un tempo lasciato libero di forgiare il proprio destino come meglio crede, ma privo delle protezioni sociali e dei modelli morali che erano invece forniti dai partiti etici del primo dopoguerra. La libertà negativa e diritti civili hanno ormai assorbito in sé le libertà e i diritti politico-sociali e la compattezza ideologica del dopoguerra sembra ormai svanita. Da un lato le promesse del capitalismo, per cui la ricerca del benessere individuale sarebbe dovuta coincidere con quello collettivo e tutti sarebbero diventati più ricchi sono svanite di fronte all’esplodere contraddizioni del capitalismo stesso: le bolle speculative, la finanziarizzazione dell’economia, l’accentramento in sole 140 persone delle ricchezze di circa 3 miliardi e mezzo di esseri umani.

Dall’altro lato la dissoluzione del socialismo reale, ha portato all’abbandono del modello e dell’ideale di uguaglianza e giustizia sociale sovietico. Ciò che con il crollo del muro di Berlino aveva fatto pensare a periodi illimitati di prosperità e pace per tutti si è rivelato una promessa mancata e l’umanità sembra aver smesso di fare la storia per esserne definitivamente dominato. Elementi ben conosciuti come la crisi finanziaria del 2008-2009, il terrorismo, le guerre medio-orientali, il riscaldamento globale rovesciano le prospettive passate e colpiscono violentemente le odierne democrazie. Se si pensa che l’economia finanziaria è oggi 7 volte maggiore dell’economia reale, si può facilmente concludere che il potere finanziario ha fagocitato in sé quello politico degli stati e delle nazioni, guidate sempre più dalle variazioni dei mercati e sempre meno dagli ideali della ragione e della giustizia di ciceroniana memoria. La politica si è trasformata da arte per governare gli stati finalizzata al bene comune a ragione di stato, ad arte con cui conquistare, rafforzare e mantenere un potere. Certo è che su queste basi era nato lo stesso Stato moderno, così come Machiavelli e Guicciardini l’avevano teorizzato. Ma le promesse della nascente democrazia moderna erano state ben diverse. Il parlamento nasceva in Inghilterra nel 1720, rendendo pubblici gli affari di Stato, l’estensione graduale del voto fino al suffragio universale dovevano fare in modo che il cittadino diventasse una persona in grado di scegliere e deliberare con cognizione di causa, secondo forme innovative di cittadinanza attiva. Ma la democrazia sembra aver mancato questa promessa e i rari esempi di mobilitazione delle masse, come quello roosveltiano americano o dei partiti etici italiani hanno lasciato spazio ad una deriva storica, laddove le opinioni e le fake news sono tali che la democrazia si è notevolmente indebolita, al suo esterno e non solo al suo interno. Si parla infatti di post-verità come un processo che si sviluppa in connubio a quello della post-democrazia. L’homo videns contemporaneo è paragonabile a quello del mito della caverna platonico, in cui il buio e le ombre sono scambiate per verità e si dissolvono le possibilità di cogliere il bene, inteso come vita ben vissuta ed indirizzata ad un fine. Proprio questo scollamento tra verità e bene, tra giudizi di fatto e giudizi di valore, tra ontologia e assiologia fa in modo che nessuno sia più in grado di decidere e di riuscire a trovare principi argomentativi basati sulla coesione e su delle sane basi logico-razionali. Lo svuotamento della democrazia non ha solo motivazioni oggettive o socio-economiche, ma più intrinsecamente è rappresentato da un guscio di spettacolarità riempito di una emotività povera di contenuti razionali. Di fronte a questo teatro evanescente l’individuo spettatore privo di coscienza critica e di passione civica è portato sempre più a farsi sedurre da forme sempre più banali e fugaci di orazione, laddove lo spazio pubblico è inondato da un modo rapido e semplificato di ragionare che proprio sulla debolezza dell’ascoltatore trova il proprio giovamento.

L’adescamento, la seduzione, il convincimento emotivo sono i nuovi caratteri del dibattito politico odierno. A questo elemento di liquidità, per cui ogni verità è facilmente trasformabile, ed è vero il motto relativistico per cui “tutto è il contrario di tutto” si aggiungono però nuove durezze: l’immodificabilità del mondo, l’impotenza e l’abbandono della politica dal basso la fanno da padrone.  Tutto ciò è emblema di una decadenza strutturale della democrazia odierna, di una infantilizzazione delle coscienze, che rendono la crisi della democrazia stessa un problema legato a fattori molto più radicali di quelli solitamente avanzati nel dibattito mainstrem. Urge così riscoprire forme di cittadinanza attiva, educando alla libera ricerca e allo spirito critico i cittadini, abituando questi ultimi al senso della complessità. Giacché la coscienza politica dei governati, in un orizzonte di senso camuffato dalle menzogne e dal dominio dell’opinione, può unicamente trovare in sé stessa la fonte per un riscatto ed un rinnovato splendore.