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Tarpea e le donne Sabine

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di MARIA PACE

Sappiamo tutti della Rupe Tarpea, tristemente nota perché gli Antichi Romani vi scaraventavano di sotto i condannati rei di tradimento.


Da chi prese il nome?

Da una giovane un po’ venale e vanitosa e con la predisposizione al tradimento. Il suo nome era Tarpea, figlia del custode del Campidoglio.

Tarpea aprì l’Arx ai Sabini di Tito Stazio e li fece entrare in città, in cambio dei braccialetti d’oro che i soldati sabini portavano al braccio sinistro.

Non solo quelli, però, i soldati le consegnarono, ma anche gli scudi sotto cui la schiacciarono, disgustati dal suo atto di tradimento.

Ma torniamo un po’ indietro.

Perché i Sabini erano in guerra con i Romani?

Allorquando Romolo ebbe terminato di edificare la sua nuova città, per aumentarne il numero degli abitanti accolse gente proveniente da ogni parte e introdusse leggi che garantivano uguali diritti a tutti, sia che chiedessero asilo o che fossero schiavi in fuga e perfino ladri. Dopo di ciò, inviò messaggeri alle popolazioni vicine per creare alleanze e contrarre matrimoni.

La crescente potenza della giovane città, però, non accolse consensi, soprattutto riguardo i matrimoni e così Romolo ricorse ad un espediente. (che peraltro conosciamo tutti). Istituì una grande festa in onore di Konsuo, dvinità campestre, la Festa Consualia, nella Valle Murgia a cui invitò tutto il vicinato; otto mesi erano trascorsi dal popolamento della nuova città.

Accorsero in tanti: Ceninesi, Crustumini, Sabini ed altri.

Al culmine della festa, però, i Romani rapirono le donne dei loro ospiti i quali giurarono di vendicarsi e mossero guerra alla città.

Con la città di Cenina fu vittoria totale, quanto ai Crustomini, scamparono al saccheggio solamente grazie all’intercessione di Ersilia, moglie di Romolo, anche lei tra le donne rapite, ma che nel frattenpo si era innamorata del marito, a cui aveva dato un figlio.


I Romani avevano sbaragliato la modesta resistenza dei Latini, ma i Sabini erano tutt’altra faccenda: i Sabini erano un popolo fiero di stirpe guerriera, discendenti di un gruppo di spartani emigrati. La loro resistenza fu assai più dura e strenua, soprattutto per le straordinarie capacità strategiche del loro comandante, Mezio Curzio.

La battaglia per il ratto delle donne, in realtà, era una guerra per il dominio dei Sette Colli e Stazio era più che certo della vittoria. Egli prima inviò ambasciatori per richiedere il rilascio delle donne (una trentina o poco più) poi passò alle armi.

Proprio qui si inserisce la tragica figura di Tarpea. “Collaborazionista”… l’avremmo chiamata oggi.

Gli storici sono impietosi con lei; un po’ più pietosi, i poeti.

Implacabili saranno, invece, proprio quelli che lei aiutò: Tazio, soprattutto, che lei amò fino al tradimento:

“…Sposami ed entra nel mio letto regale – disse - e quando ebbe parlato, la seppellì sotto gli scudi dei compagni…” racconterà Properzio.


Ma sarà tutta qui la verità? Ad “offrire” ai Sabini di Tito Stazio la vittoria sarà stato davvero il tradimento di una ragazzetta innamorata o non, invece, il valore delle armi?

In realtà, il tradimento di Tarpea (sarà realmente esistita?) sembra più un alibi per giustificare la facilità con cui avvenne la conquista della rocca del Campidoglio. Durante un durissimo combattimento le donne sabine, ormai mogli dei romani, si frapposero fra i combattenti mostrando i figli ai loro padri e fratelli e favorendo la riconciliazione dei due popoli.

Le condizioni di Tazio, però, furono davvero pesantissime e durissime. Tanto per cominciare, si fece Re assieme a Romolo e regnò con lui (prima di essere ucciso) per cinque anni, ma, soprattutto, aprì le porte della città al popolo Sabino che vi si stabilì a pieno diritto.