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Appio Claudio e Lucio Virginio

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di MARIA PACE

Se lo stupro e il conseguente suicidio di Lucrezia avevano portato alla cacciata dei Tarquini ed accelerato la caduta della Monarchia, un altro fatto grave fece precipitare la situazione dell’Urbe, minacciando una seconda secessione della plebe ed ottenendo dal Senato la fine del decemvirato e il ritorno alle vecchie istituzioni.

E, come disse Tito Livio a proposito del conflitto tra patrizi e plebei:

“… nello stesso tempo, sia i consoli aizzavano il senato contro il tribuno, sia  il tribuno aizzava il popolo contro i consoli… erano più focolai di guerra all’interno della città che all’esterno.”

Mentre otto dei dieci decemviri conducevano l’esercito in una campagna bellica contro Volsci  ed Equi, Appio Claudio si occupava della difesa della città.

Che cosa era accaduto di così grave da minacciare una secessione della plebe?  E chi erano Appio  e  Virginio?

Correva l’anno 451 a.C., il cinquanttottesimo anno della Repubblica; al posto dei due consoli, fu istituito il primo Decemvirato e fu soppressa ogni altra magistratura; uno dei decemviri era il patrizio Appio Claudio.

Appio Claudio  era un patrizio romano appartenente ad una delle più  antiche famiglie nobiliari,  forse la più potente ed influente della nobiltà.  Fortemente conservatore, mostrerà presto l’indole  inflessibile, ostinata e falsa.

Preposto all’amministrazione della giustizia, Appio assolse il suo compito con tale diligenza ed equità, da essere rieletto per la seconda volta.

In questo secondo mandato, però, il suo atteggiamento cambiò drasticamente, divenendo dispotico, tirannico e soprattutto anti plebeo.  Stesso atteggiamento anche quello dell’intero Collegio dei decemviri.

Mentre otto dei dieci decemviri erano occupati con l’esercito in una operazione bellica contro Equi e Volsci, Appio,  rimasto in città  ad occuparsi della sua difesa,  si imbatté un giorno in una bellissima ragazza di nome Virginia e da questo incontro nacque una grande passione,  finita in tragedia.

Virginia era una fanciulla sui quattordici o quindici anno, di una bellezza rara  e il cuore del decemviro si infiammò subito.

Altri due personaggi, però, entrarono di prepotenza in quella tragedia: Lucio Virginio, centurione e valente soldato, oltre che cittadino esemplare,  padre della ragazza  e l’ex tribuno della plebe, Lucio Icilio,  un giovane di grandi qualità, a cui la ragazza era stata promessa

Il racconto di Tito Livio è lungo e  dettagliato.

“Appio Claudio, – riferisce - con denaro e promesse,  inutilmente prova  a corrompere la ragazza,  che invece resiste, fedele al suo promesso.”

Il potente patrizio, però non era davvero tipo da arrendersi e diede incarico ad un suo cliente,  di nome Marco Claudio, di rapirla e portarla nella  sua casa, con qualche scusa, approfittando del fatto che il padre di lei, in quel momento fosse impegnato a combattere contro gli Equi, sul monte Algida.

L’occasione si presentò un giorno, mentre la ragazza  attraversava  il Foro per andare  a scuola; Marco Claudio la fermò  dicendo che era sua schiava,figlia di una sua schiava  e le ingiunse di seguirlo.

La nutrice, che era con lei, con angosciose grida,  attirò una folla indignata, per quanto stava accadendo. Marco, però, persistette nella sua richiesta e la citò in giudizio e la ragazza fu costretta a seguirlo in tribunale.

In tribunale, però, a giudicare c’era  Appio Claudio, l’autore  di tutta la vergognosa vicenda.

Senza alcun timore di sporcarsi le labbra con  menzogne evidenti a tutti, Marco Claudio, ribadì che quella ragazza, nata  in casa sua da una sua schiava, gli era stata rapita e portata in casa di Virginio. Insistette che quella schiava gli apparteneva e che per questo, in attesa della sentenza definitiva, era suo diritto che fosse affidata a lui in assegnazione provvisoria.

I difensori della ragazza, però, replicarono che diritto maggiore era quello del padre e che, dunque, fosse avvertito e che fino al suo arrivo, fosse concessa alla ragazza la libertà provvisoria; soprattutto, si ribadì,  a gran voce,  che non si permettesse che una vergine corresse il pericolo  di perdere l’onore prima ancora della libertà.

Il giudice Appio prestò attento ascolto sia al racconto del suo cliente che alle repliche dei difensori della ragazza, ma, alla fine deliberò che, in attesa del giudizio definitivo, come scrisse  lo storico Tito Livio:

“ … si chiamasse il padre, ma intanto il reclamante non doveva subire una lesione al suo diritto impedendogli di portar via la ragazza, sia pure con la promessa di farla comparire in giudizio all’arrivo del padre presunto.”

Una tale vergognosa sentenza, che metteva in pericolo l’onorabilità di una vergine, suscitò grande indignazione nei presenti, ma nessuno ebbe il coraggio di protestare. Ma, ecco piombare nell’aula il  promesso sposo della  ragazza,  l’ex-tribuno della plebe, Lucio Icelio, il quale, facendosi largo nella calca, iniziò  vivacemente a protestare.

Il littore, però, lo fermò spiegandogli che era troppo tardi, perché la sentenza era stata emessa.

La reazione di Icelio fu dura e immediata; rivolgendosi direttamente all’uomo che voleva insidiare la sua promessa,

“… Appio,  – gli urlò, senza più freni alla sua collera giustificata, ricordandogli che quella ragazza era vergine e gli era stata promessa ed incurante delle conseguenze a cui andvva incontro con la sua ribellione – Infierite contro le nostre schiene e le nostre teste, ma il pudore deve essere al sicuro.”

Poi minacciò:

“Se viene fatta violenza a questa ragazza, io invocherò l’aiuto dei cittadini per la mia fidanzata, di Virginio  per l’unica figlia, quello dei soldati e di tutti e la protezione degli uomini e degli dei, perché tu non possa eseguire la tua sentenza senza far strage.”

Ma Appio Claudio, uomo di grande abilità ed altrettanta falsità, ricorse ad un cavillo per trattenere la ragazza e soddisfare la propria libidine, riuscendo perfino a restare nei limiti della legalità: spiegò che, essendo la ragazza sotto la tutela del padre presunto, non poteva difendersi da sola e che bisognava aspettare l’arrivo del padre… sempre presunto.

Nel silenzio generale sceso nell’aula, esterrefatto dalla piega che stava prendendo quel fatto vergognoso, la folla ascoltava sempre più indignata.

Alla fine, ecco la sentenza: la ragazza sarebbe rimasta in custodia del padrone fino all’arrivo del padre, perché fino a quel momento, si presumeva che fosse una schiava e non una ragazza libera.

Ma qui  esplose la collera incontenibile del giovane Icelio, il quale replicò che, se la ragazza fosse stata violata, il padre avrebbe dovuto trovarle un altro marito, ma che lui sarebbe morto piuttosto che lasciare che qualcuno la violasse.

Messo alle strette,   Appio dovette cedere e  inviare di un giorno la seduta, accordando il ritorno della ragazza  a casa, ma fidando sul fatto che  un solo giorno non sarebbe stato sufficiente per avvertire il padre e farlo arrivare a Roma.

Icelio  inviò immediatamente due giovani coraggiosi e fidati che con velocissimo cavalli raggiunsero il centurione Virginio e l’avvertirono di quanto stava accadendo a su figlia.  Il giovane tribuno, però, non aveva fatto i conti con la scelleratezza e l’animo ignobile di Appio Claudio il quale aveva inviato un suo messaggero con l’ordine di trattenere il centurione.

Il messaggero di Appio,, però, arrivò troppo tardi.

Il povero padre partì a spron  battuto per Roma.

Il giorno dopo, già all’alba - racconta Tito Livio – tutta la città si era trasferita nel Foro. Per primi arrivarono Virginio con la figlia e un gruppo di donne in lacrime. Più tardi giunse Appio Claudio il quale, senza dar tempo ad alcuno di prendere la parola, emise la sua sentenza, dichiarando la ragazza schiava del suo cliente,  Marco Claudio.

Passato il primo attimo di indignato stupore, Virginio non trattenne più la collera e minacciò un’azione di forza.

« Mia figlia, Appio, l'ho promessa a Icilio e non a te, e l'ho allevata per le nozze, non per lo stupro. A te piace fare come le bestie e gli animali selvatici che si accoppiano a caso? Se questa gente lo permetterà, non lo so: ma spero che non lo permetteranno quelli che possiedono le armi! »

Ma Appio, che si era presentato al Foro protetto da una scorta armata, ordinò di disperdere la folla, cosicché, Virginio e sua figlia si ritrovarono soli  ed indifesi. A questo punto il povero padre, mutò atteggiamento; depose l’ira  e l’aggressività  e chiese di restare solo con la figlia per salutarla.

La richiesta fu accordata.

Quando, però, il povero padre ebbe portato in disparte, l’unica, giovanissima figlia, assieme alla sua nutrice, nei pressi del tempio di Venere Cloacina, in prossimità di alcune botteghe, qui, preso un coltello dal banco di un macellaio, le trafisse il petto:

« «Così, figlia mia, io rivendico la tua libertà nell'unico modo a mia disposizione! »

Poi, puntando l’arma in direzione del tribunale,

“Con questo sangue, Appio, maledico te e il tuo sangue”

Appio accorse immediatamente, ma il corpo della povera ragazza,  sorretto da Icelio, anch’egli accorso immediatamente, commosse così profondamente la folla da far  esplodere la sua collera.

Seguì  un tumulto.

Virginio, tornato al suo accampamento con almeno 400 sostenitori e con le mani e il coltello ancora insanguinati, raccontò ai compagni quello che era accaduto.  Colpiti dal racconto e dalla disperazione del loro compagno, i soldati decisero di marciar su Roma e si accamparono all’Aventino, dove furono presto raggiunti da altri soldati.

Esasperati dal comportamento dei decemviri, anche i civili si unirono ai soldati e tutti insieme si portarono sul Monte Sacro, minacciando di abbandonare la città.

Temendo una nuova secessione della plebe, che  nel frattempo avevo eletto 10 suoi tribuni, il Senato convinse i decemviri a rinunciare alle proprie cariche, poi e attivò nuovamente le vecchie istituzione del Tribunato e del Consolato.

Virginio, eletto tribuno della plebe, denunciò Appio Claudio per aver falsamente accusato una cittadina romana di essere schiava e Appio Claudio fu tradotto in carcere, nell’attesa del giudizio, ma si suicidò prima  della sentenza.