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E sul ponte sventolò la bandiera bianca

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di MARIAPIA METALLO

Patriottismo e sentimentalismo nei versi di Arnaldo Fusinato

Arnaldo Fusinato, Le ultime ore di Venezia, ricordata anche con il titolo di Bandiera bianca. Gli ultimi due versi di quello che appare quasi un appassionato ritornello, Sul ponte sventola / bandiera bianca, furono resi popolari da Franco Battiato.

L’autore descrive, coniugando patriottismo e sentimentalismo (a tratti par di leggere tra i versi un amore disperato nei confronti di una donna), l’estrema agonia di una città che ridotta allo stremo è costretta ad arrendersi al nemico.

La “schiavitù” di Venezia non era recente. Già Napoleone aveva decretato la fine della gloriosa Repubblica della Serenissima e con il Trattato di Campoformio aveva tradito le aspettative di molti che ritenevano concreto il pericolo di passare sotto la dominazione asburgica (uno tra tutti, Ugo Foscolo che, sentendosi tradito dall’imperatore francese, preferì l’esilio volontario e la morte in miseria, al giogo straniero), cedendo definitivamente Venezia all’Austria. Ma i veneziani non si arresero mai alla dominazione austriaca e quasi miracolosamente, dopo diciotto mesi di lotta, riuscirono a riacquistare la libertà, dopo più di cinquant’anni di oppressione, prima francese e poi austriaca.
La resistenza contro gli Austriaci fu feroce e determinata ma i veneziani furono lasciati soli a combattere contro l’oppressore. Il Piemonte non si curò della città lagunare e Cavour definì l’indipendenza veneta “una corbelleria”. Ma la resistenza contro l’esercito del generale Radetzky, pur indefessa e valorosa, non fu sufficiente per difendere la libertà: ai mali della guerra, si aggiunsero la fame, dovuta all’impossibilità del vettovagliamento, e un’epidemia di colera. A questa tragedia si riferisce Fusinato quando canta il morbo infuria, il pan ci manca, una tragedia che ha le ore contate: Manin, vincendo la resistenza del popolo che avrebbe voluto, nonostante tutto, continuare a lottare per l’indipendenza, consegnò agli Austriaci una città silenziosa, ammutolita dal dolore, dagli stenti, dalla morte. Una popolazione decimata non solo dalle armi ma anche e soprattutto dalla fame e dalla malattia.
Radetzky entrò in città e fece celebrare dal Patriarca una messa solenne per ringraziare Dio di aver restituito Venezia, sebbene semidistrutta, al legittimo sovrano.


[….]
Passa una gondola
della città:
- Ehi, della gondola,
qual novità?
- Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera banca!

No no, non splendere
su tanti guai,
sole d'Italia,
non splender mai!
E sulla veneta
spenta fortuna
sia eterno il gemito
della laguna.

Venezia! l'ultima
ore é venuta;
illustre martire
tu sei perduta...
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca!
[….]
Sulle tue pagine
scolpisci, o Storia,
l'altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame!

Viva Venezia!
Feroce, altiera
difese intrepida
la sua bandiera:
ma il morbo infuria
il pan le manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!
[…]