Il SudEst

Sunday
Aug 18th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Cultura Cultura Lucio Mummio

Lucio Mummio

Email Stampa PDF

di MARIA PACE

Porto  di Corinto,  anno 145 a.C.


La scena è piutosto comica: si stanno caricando su una nave, diretti a Roma, capolavori dell’arte classica greca: statue di bronzo e marmo, quadri, capitelli, tavole dipinte e altro ancora, sotto lo sguardo attento e vigile di un console romano. Bottino di guerra.

D’un tratto, uno degli uomini inciampa, sta per cadere e il console, rivolto al capitano della nave,  ha un moto di contrarietà e gli ricorda la penalità prevista per quel carico:

“…. se anche uno solo di questi “oggetti” rimane danneggiato o distrutto,  dovrai rifarne di altri identici.”

Rifare nuove delle opere d’arte!

Non sappiamo se questo episodio sia proprio vero oppure una delle tante maniere per screditarlo,  ma sono stati diversi gli storici che lo hanno riportato, a dimostrazione della grande incompetnza e rozzezza di quel console.

Quel console era Lucio Mummio, conquistatore di Corinto, da sempre ritenuto il prototipo del soldato romano rozzo ed ignorante e solo ultimamente, parzialmente riabilitato.

Chi era Lucio Mummio?

Un generale  e  un uomo politico di innegabile spessore,  appartenente alla famiglia Mummia, facoltosa, ma di origini plebee, la quale, però, si vantava di avere antichissime origini, facendole risalire addirittura alla regina Pasifae di Creta. Si racconta, infatti, che  il figlio Glauco, sbarcato in Italia, avrebbe fondato la città di Labici.

Di lui si sa che fu davvero un  generale abile,  capace  e valoroso  e  che, avuta la pretura, nel 153 a.C.  fu inviato in Lusitania dove subì  una sconfitta, ma poi, una   strepitosa vittoria  che gli  guadagnò il primo Trionfo.

Mummio, però, mostrò il proprio valore  strategico, soprattutto  nella guerra acaica, da cui acquisì il soprannome di Mummio Quinzio Acaio,  proprio mentre un altro grande generale,  con cui ebbe non pochi contrasti,  si occupava di quella punica: Scipione l’Emiliano.

Corinto e Cartagine, due città che subiranno lo stesso destino e nello stesso anno.

Ottenuto, nel 146 a.C. il comando delle operazioni belliche in  Grecia, Mumio iniziò la sua avanzata sull’istmo con 30 mila uomini. Dopo un primo scontro favorevole a Dieo, comandante degli Achei, e nonostante l’inferiorità numerica delle sue truppe, la battaglia decisiva si combatté presso Leucopetra; Gli Achei furono sgominati e Dieo si tolse la vita.

Mummio entrò in Corinto saccheggiandola e disperdendo o vendendo schiava la popolazione superstite, prima di distruggere la città.

Le altre città achee non esitrono ad   aprire le porte al vincitore.

La tradizione ha sempre rimarcato, non senza   qualche esagerazione, la grande ferocia che questo generale avrebbe  mostrato nei confronti dei vinti.

In realtà, ogni decisione ed ogni sua azione fu subordinata agli ordini del Senato di Roma. In sostanza, il comportamento di Mummio non fu diverso da quello  mostrato da tutti gli altri generali, ad eccezione, forse, di Cecilio Metello, il quale, sempre in Grecia, si mostrò magnanimo con i vinti.

Gli antichi diritti di guerra erano impietosi e drastici e nel diritto di guerra romano, le decisioni più  cruente  non spettavano ai generali, ma, piuttosto,  ad una autorità superiore, quale il Senato. La decisione di distruggere Corinto e annientarne gli abitanti, così come era avvenuto  anche  per Cartagine, fu decisa dal Senato per dimostrare alle popolazioni assoggettate la necessità di piegarsi alla autorità di Roma.  Ma, mentre riguardo Cartagine, c’è Polibio che racconta della emozione del vincitore di fronte alle fiamme che divorano la città,  riguardo Corinto,  invece, si omette perfino di dire che gli ordini di distruggere la città erano arrivati da Roma

Eppure, la tradizione insiste ancora nel suo giudizio negativo su questo generale, certamente un valente generale, ma di cui, con malcelato disprezzo e disistima si è  sempre posto l’accento sulle origini plebee.

Si è insistito sulla incompetenza con cui trattò il trasferimento delle opere sottratte a Corinto e destinate a Roma e provincia e si è  insitito sulla  sua ignoranza circa la comprensione del valore artistico delle opere.   Come, ad esempio l’episodio di re Attalo di Pergamo che ad un’opera di  Aristedeis messa all’asta offrì una somma così elevata da indurre Mummio a ritrarla dalla competizione. Era così stupito per il valore assegnato alla tela, da pensare che potesse possedere nascoste virtù.

La superstizione, del resto, era assai diffusa in tutto gli strati sociali dell’epoca.

Forse… anzi, certamente, influisce su questo giudizio negativo  il paragone con l’altro generale, con Scipione Emiliano Africano, conquistatore di Cartagine., insieme al quale fu Censore nel 142 a.C.

Un confronto inevitabile.

L’uno, Scipione Emiliano Africano, uomo di vivo ingegno, raffinato cultore di studi liberali e filosofici, brillante oratore. L’altro, Mummio Quinzio, meno raffinato, inesperto d’arte  e di scarsa cultura, benché , come disse Cicerone, oratore dalla “arcaica semplicità”.

Roma era ancora impegnata nell’assedio di Cartagine quando propose all’’Emiliano il comando delle operazioni belliche.

Scipione Emiliano Africano, duque, era ancora un astro nascente. Proprio come Mummio, appena giunto al consolato e con un potere non ancora stabile, ma dei due, a godere del favore e del consenso popolare, era l’Emiliano e non Mummio.

Una virtù, però, gli fu unanimemente riconosciuta, quella di una incorruttibilità e dirittura morale da antico romano. Egli, che trattò tesori di immenso, incalcolabile valore, non si arricchì.  Al contrario, percorrendo la Grecia da generale vincitore, dopo la conquista di Corinto, per rimettere ordine nel Paese vinto, si lasciò dietro numerose attestazioni e ringraziamenti delle popolazioni per i doni lasciati in quelle visite, facendo dimenticare l’episodio triste e doloroso della distruzione della città. Attraversò la Grecia in lungo e in largo, facendo tappa a Delfi, Oropos, Tebe, Tespie, Olimpia, ecc… sempre accolto trionfalmente.

Rientrato in Roma, ricevette il suo secondo Trionfo e nel 142 ricoprì la carica di Censore, dopo di che, rientrò nel silenzio senza far più parlare  di sé.