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Per Steiner l’epoca attuale è il tempo della “post cultura”

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di MARIAPIA METALLO

A chi ha almeno una vaga consapevolezza di vivere nel tempo della “post-cultura”, conviene leggere le dense pagine del libro “Nel castello di Barbablù”, scritte da George Steiner.


Steiner è noto dagli anni cinquanta come uno dei più acuti intellettuali contemporanei; ha scritto numerosi saggi di grande attualità e spessore. Questo testo è in realtà una serie di conferenze svolte in memoria del grande T.S. Eliot nel 1970. Per capire cosa abbia spinto l’editore a pubblicarle in Italia, a quarant’anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, basta immergersi -con la dovuta concentrazione- nelle pagine, a dir poco straordinarie del testo. Steiner definisce la nostra epoca come il tempo della “post cultura”, e ne dipana le motivazioni attraverso un complesso di analisi dettagliate sui processi che ci hanno portato “al nostro attuale senso di smarrimento, di disordine, di regresso verso la violenza e l’ottusità morale; la nostra impressione sempre desta di una sostanziale assenza di valori nelle arti e nei comportamenti individuali e sociali” L’impressione è di leggere un testo in cui sono prefigurati in modo organico i processi socio-culturali di cui stiamo vivendo gli effetti oggi più che mai, e di cui lo scorso secolo ha vissuto una impressionante accelerazione. Estrapolare da un testo così denso, alcune analisi dei processi che ci hanno portato all’era della post cultura è decisamente impresa impossibile: ogni pagina, ogni rigo, ogni parola sono incardinate in un tessuto connettivo che rischia -se, estratto dal contesto- una errata o incerta interpretazione dell’assunto. Steiner sostiene, per esempio che nel modello della cultura occidentale, i valori sono sempre stati specifici e peculiari di una minoranza culturale; tuttavia essi riuscivano a “rappresentare” un criterio generale per la società intera. “I rapporti di potere, dapprima cortesi e aristocratici, poi borghesi e burocratici, garantivano l’insieme della cultura classica e facevano della sua trasmissione un procedimento deliberato. La democratizzazione dell’alta cultura -causata da un crollo di energia all’interno della stessa cultura e dalla rivoluzione sociale- ha generato un ibrido assurdo. Scaricati sul mercato di massa, i prodotti della cultura classica vi arrivano diluiti e adulterati. All’estremo opposto, gli stessi prodotti vengono sottratti alla vita e messi in salvo sotto chiave nei musei”. Sostiene inoltre che, mentre la cultura dominante era fondata sul discorso parlato, ricordato e scritto (cioè dalla “parola”) che costituiva la spina dorsale della coscienza, oggi la parola è diventata sempre di più “la didascalia dell’immagine” . Quando apre il capitolo sull’irruenta progressione del pensiero scientifico lamenta l’assenza della storia della scienza e della tecnologia dai programmi scolastici, ritenendo questa assenza scandalosa. “Gli studi umanistici non sono stati solo arroganti nella loro pretesa di centralità: spesso sono stati anche stolti. Non esiste poeta di cui si abbia più urgente bisogno di Lucrezio”. Ma la tesi più ardita del libro è che le magnifiche sorti in campo letterario, artistico, filosofico del nostro Occidente, abbiano coinciso con i periodi di più forte ingiustizia sociale, di potere assolutistico, di violenza, in cui sono fiorite. I riferimenti storici, al proposito, sono numerosi e convincenti. E’ acclarato: ci sono dei torti nella nostra civiltà occidentale -considerata dall’autore la massima espressione dell’umanità per complessità e traguardi raggiunti in ogni campo- che non vanno trascurati, al fine di comprendere il loro lento declinare nella post cultura in cui siamo immersi. E tuttavia, Stern afferma che sia possibile capire dove, in termini politici e sociali il passato classico ha fallito, se partiamo dal riconoscimento non solo dell’incomparabile creatività umana di quel passato, ma anche dei nostri permanenti, sia pur problematici legami con esso. In sostanza: se dimentichiamo, o peggio, rimuoviamo quella ricchezza, sentendola come colpa perché legata alla violenza e alla sopraffazione in cui è fiorita – come oggi accade-, relegandola in una nicchia semplicemente da conservare, senza permearne il nostro vivere come suo elemento vitale e vivificante, allora si decade nella piatta, incolore superficie della post-cultura, dalla quale possono nascere nuovi mostri.