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I giorni sospesi, di Mario Gianfrate

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di SILVANA ANTONIA SASANELLI

“Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente.

Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere.”

(Mario Rigoni Stern).

Lo sapevano bene Seneca e Shakespeare, che della Storia distillavano i succhi dell'umano e della sua stessa negazione. Scriveva così, Montale: “La storia non è magistra / di niente che ci riguardi. / Accorgersene non serve / a farla più vera e più giusta”. Ebbene, di certo Mario Gianfrate non è nuovo  alla narrazione, empatica e talora lirica, delle piccole storie che fanno grande la nostra dignità comune.

L'autore, che alla storia e alle storie dedica la passione dell'amante e il rigore del ricercatore, anche questa volta ha trovato nella più intima forma del romanzo la via al tributo della memoria.

Perché raccontare è restituire valore a ciò che “conta”, è tenere da conto, aver cura di vite vissute, nella realtà e nell'altrove dell'immaginazione letteraria, custodirne il senso delle scelte e dei sacrifici, l'entusiasmo dei progetti, l'emozione tanto dei successi quanto dei fallimenti, la trepidazione, la dignità.

Gianfrate in questo caso tradisce una tenerezza biografica che coinvolge e risponde alla lezione di autenticità della sempreverde narrazione neorealista, ma nulla toglie al rigore storiografico, senza indulgere in sconfinamenti sentimentalistici.

Amalia e Giuseppe.  “La ragazza dai capelli ondulati” settentrionale, composta e distaccata, insospettabile vestale di coraggio e lealtà, e il soldatino meridionale  dai pantaloni alla zuava che ne resta subito rapito, ignaro della profondità del loro futuro legame.

Le Alpi e la Valle d'Itria. Le montagne piemontesi che fanno da controcanto alle nenie sorde delle  pietre bianche murgesi: la generosità della gente di montagna e la schiettezza contadina sono un tutt'uno di umanità.

Ma qual è la cifra di questo romanzo, cosa lo rende familiare e universale allo stesso tempo?

Forse la tensione, nello spazio e nel tempo, la natura stessa di un'età della vita ma anche di un momento storico: 8 settembre 1943, Europa, Italia, Nord, Sud. La Resistenza.

La sospensione: del giudizio, della direzione, della coscienza.

“Giorni sospesi” come sempre sono i giorni della giovinezza e delle promesse d'amore.

Sospesi, come il fiato dei soldati lontani e di chi a casa li aspetta.

Sospesi, come i pensieri cupi di chi deve improvvisamente fare i conti con una idea di futuro che si scioglie come neve al sole (neve, ultimo sipario sul dramma crudele della nostra ARMIR e gelida testimone degli orrori e dei sacrifici consumati sulle nostre montagne durante la lotta partigiana).

Questa è la storia di una scelta coraggiosa, nata come urgenza nel risveglio morale. La scelta di stare “dalla parte giusta”.

La paura nasce con l’uomo. Gli si appiccica addosso e lo segue per tutta la vita. Chi dice di non aver paura di fronte al pericolo, o è un millantatore o un incosciente. Nell’uno e nell’altro caso ha nulla da spartire con il coraggio.”

È il racconto di come gli ideali autentici si formano mettendo il cuore e la testa al riparo dalla meschinità e dalla codardia, guardando in faccia la realtà e le persone vere, anche ammettendo la “scomoda verità” di una generazione incastrata tra le maglie ideologiche della propaganda.

È una storia avvincente, schietta nella disumanità e genuina nell'altruismo, discreta nel racconto degli affetti e pietosa dinanzi alla pochezza.

È un romanzo storico. È un romanzo d'amore. È un romanzo di formazione.

Vi si riconosce la stima, la gratitudine, l'immensa ammirazione che salda il rapporto tra le generazioni.

Ha il merito di essere un'opera breve, di grande accuratezza e misura: nulla di più o di meno di quanto necessario a mantenere viva la sacralità della libertà e della dignità personale e collettiva, insieme alla memoria di un legame irripetibile tra anime belle, coraggiose e inconsapevolmente straordinarie nella loro irriducibile e altissima umanità.

Ancora una volta, la narrazione ci affranca dal nostro peggio e torniamo esseri umani capaci di sogni:

“Sogni profumati di giovinezza.

Sogni tenuamente delicati.

Sogni imbevuti di rugiada.”