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Brigantaggio: la strana condotta del generale Luigi Seismit Doda

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di MARIO GIANFRATE

Sui fatti del marzo 1862, che si svolgono nelle vicinanze di Lucera nel corso della repressione del brigantaggio nella Capitanata, permangono ancor oggi interrogativi e perplessità sulla condotta del generale dell’appena costituito Regio Esercito, Luigi  Seismit Doda, colà inviato a presidiare la lotta antinazionale.

 


E’, si potrebbe asserire, uno dei tanti misteri italiani che, anche in tempo di guerra, destano una chiave di lettura difficilmente comprensibile.

Caporetto ne è una delle pagine meno chiare: mentre le truppe austro-ungariche irrompono sul suolo italiano, rompendo il fronte come una lama che affonda nel burro, i nostri cannoni tacciono, neppure un accenno di colpi d’artiglieria.

Lucera come Caporetto, dunque? Gli avvenimenti che coinvolgono l’esercito regio sono diversi ma hanno, in comune, l’atteggiamento dei rispettivi comandanti. Ma cosa accadde a poche miglia da Lucera?

17 marzo 1862, prime ore della mattina. Un drappello di bersaglieri dell’8 reggimento, agli ordini del capitano Francesco Richard, diretto in perlustrazione alla masseria Petrulla, si imbatte in un centinaio di briganti con i quali ingaggia una violentissima guerriglia.

Gli storiografi non sono d’accordo su chi guidasse la banda, probabilmente Michele Caruso, un vetturino di Torremaggiore fuggito di prigione, che lo storico Lucarelli definisce “Il più sanguinario e crudele dei briganti pugliesi”; o lo stesso Crocco; ma l’aspetto è ininfluente. Quello che è certo è che in prossimità della località in cui sono in pieno svolgimento i cruenti scontri, si aggirano in marcia, trenta lancieri, dieci Guardie nazionali e un centinaio di soldati appartenenti all’8 reggimento di linea. Al comando, il predetto generale Seismit-Dodà.

La guarnigione individua ben presto la provenienza delle fucilate e può rapidamente muovere in soccorso del capitano Richard che soccombe nella battaglia che lo oppone ai briganti. Il sopraggiungere della truppa  Seismit Doda sbaraglierà i briganti mettendoli in fuga e salverà la vita di numerosi soldati.

Ma, come a teatro, colpo di scena: il generale impartisce l’ordine, tassativo, di restar fermi, di lasciare che la battaglia in corso si esaurisca. Ciò non frena le Guardie Nazionali e alcuni volontari del posto che si sono aggregati alla truppa,  i quali giudicano la decisione   Seismit Doda come irresponsabile e strana; ma il loro tentativo di intervenire a sostegno degli uomini di Richard è bloccato dai soldati di truppa, prevalenti in numero.

Quando, dopo un’ora circa, l’eco del combattimento si spegne del tutto, il generale si porta suo luogo dove non ci sono sopravvissuti: i venti bersaglieri e il capitano Richard giacciono insanguinati sul terreno, senza vita.

Altra stranezza è che il generale Seismit Doda si rifiuta finanche di inseguire i briganti.

L’atteggiamento dello stesso da adito a diverse interpretazioni; si tratta solo di codardia, rientra in una faida interna di potere nella gerarchia militare o siamo di fronte a un caso di connivenza tra apparati militari dello Stato risorgimentale e pezzi del brigatismo?

I liberali di Lucera, disgustati per l’episodio di viltà o, comunque, di mancato sostegno ai bersaglieri massacrati dai briganti, inviano una petizione alla Camera dei Deputati nella quale denunciano la condotta di Seismit Doda, “la cui incapacità di inerzia– scrivono – per non dire altro, doveva produrre la desolazione di queste belle  contrade .

In seguito alla protesta popolare, il generale viene esonerato dal comando e sostituito da  Mazé de la Roche; non subirà, però, procedimenti disciplinari di sorta. Invano il generale La Marmora - che, solo un mese prima dallo svolgimento dei fatti, scrivendo a Ricasoli aveva definito il Seismit Doda come “uno dei generali improvvisati”- chiederà l’apertura di una inchiesta; l’incriminato, infatti, è avvolto da una tela di protezioni.

Altra stranezza ancora: Seismit Doda siederà presto in Parlamento. Sarà, infatti, nominato senatore del Regno nella città di Urbino.