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Il De republica di Cicerone

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di MARIAPIA METALLO

Fusione del pensiero astratto della Grecia con il pragmatismo dell’Urbe

Come al timoniere sta a cuore la navigazione tranquilla, al medico la salvezza del malato, al generale la vittoria, così l’uomo che regge lo stato deve soprattutto preoccuparsi del benessere dei concittadini, perché la loro vita sia salda di potenza, abbondante di ricchezze, bella di gloria e onesta di virtù (De republica Cicerone).


Il De republica di Cicerone costituisce un unicum nel vasto e variegato panorama della tradizione letteraria latina. Pur essendo permeato delle dottrine politiche di Platone e di Aristotele, procede oltre i limiti della pura impostazione teorica. L’autore ambisce a realizzare una perfetta fusione del pensiero astratto della Grecia con il pragmatismo dell’Urbe, anche alla luce delle proprie esperienze personali. Non è perfetta nessuna delle tre forme di governo tradizionali, ossia monarchia, aristocrazia e democrazia. Le prime due impediscono ai cittadini di affermare la loro libertà, mentre la terza – che è la più iniqua – non promuove la meritocrazia, anzi induce a un vero e proprio appiattimento sociale. Inoltre ciascuna di queste tre forme può facilmente essere soggetta a degenerazioni in forme di governo deteriori come la tirannide, l’oligarchia e l’oclocrazia. La migliore forma di governo è la cosiddetta “costituzione mista”, che si pone quale risultato “della fusione e del moderato temperamento delle prime tre forme di governo”. Un esempio in tal senso giunge dall’ordinamento della repubblica romana dei padri, basato sui principi di potestas, auctoritas e libertas esercitati rispettivamente da consoli, senato e popolo. Cicerone non propone dunque un modello di stato ideale e astratto, ma concreto e reale. Partendo dalla fondazione dell’Urbe, Cicerone esprime parole di lode nei confronti di Romolo che, istituendo il Senato, ha offerto prova di elevata sapienza. Nel complesso l’età monarchica viene valutata positivamente: protagonista di conflitti fortunati volti a diffondere l’amore per la pace, Roma ha fondato la prima colonia sulle rive del Tevere ed è entrata in contatto con la cultura greca. Un notevole impulso verso la realizzazione della costituzione mista è giunto poi dalla riforma di Servio Tullio attraverso cui il diritto di voto nelle elezioni è stato esteso a tutto il popolo. Al termine della fase monarchica, ha inizio l’epoca del consolato. I due consoli vengono qui presentati quali garanti della libertà e dei diritti giuridici. Con l’introduzione del tribunato della plebe e la stesura del primo codice di leggi viene raggiunta una maggiore aequabilitas. Analizzando la turbolenta stagione degli scontri tra patrizi e plebei, in Cicerone è ferma la convinzione per cui soltanto la concordia ordinum sia in grado di assicurare la stabilità delle forme di governo. Essa si realizza attraverso la giustizia sociale, espressione del diritto di natura e della ragione divina, che indica all’uomo il dovere di aiutare e amare tutti gli uomini. Lo stato è ciò che riguarda e appartiene a tutti i cittadini, quindi non può dipendere dalla volontà di un singolo individuo. Ogni forma di governo risente infatti dell’indole e della volontà di chi detiene il potere, per cui la miglior forma di governo è quella in cui viene tutelato il bene più prezioso in assoluto, la libertas, e laddove i popoli sono «arbitri delle leggi, dei giudizi, della guerra, della pace, dei trattati, della vita e della fortuna di ciascun cittadino». In sintesi lo stato ideale deve tutelare la libertà ed essere fondato sulla virtù. Ciò può avvenire soltanto se chi detiene il potere non è schiavo di alcuna forma di cupidigia ed è il primo a osservare il rispetto delle leggi imposte ai cittadini, proponendo «come legge la propria vita». Sullo sfondo degli scontri tra Cesare e Pompeo, delle violenze e della corruzione che hanno minato alle basi la libertas repubblicana, Cicerone si volge nostalgicamente al passato interrogandosi: “Che resta ormai degli antichi costumi sui quali Ennio disse che si reggeva la potenza di Roma? Io li vedo così caduti nella dimenticanza da essere non solo trascurati, ma del tutto ignorati”.


Negli ultimi due libri del trattato, giunge infine a delineare il ritratto del perfetto uomo politico che deve essere animato dal desiderio di gloria, deve distinguersi per valore e dottrina, anteponendo in ogni occasione il bene collettivo al vantaggio personale e ponendosi sempre quale paradigma di onestà.