Attualità di Adorno

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di MARIAPIA METALLO

Adorno è un autore oramai classico, riferimento irrinunciabile per ricerche di natura filosofica, sociologica, estetica o musicologica.

 

 

 

 

La sua produzione continua a suscitare fascino, disorientamento ed estremo interesse. Riproporre le tesi adorniane non significa solo valutarne l’attualità e la validità. Molte di esse, autentiche radiografie di un’epoca lacerata, suggeriscono la necessità di rafforzare una ragione critica che il tempo sembra aver assottigliato. Rileggere, ripensare e reinterpretare il pensiero adorniano oggi se, per un verso, rischia di degenerare in ripetizione, per altro verso, può servire a prendere in considerazione l’idea che in esso sia ancora riposto un grossissimo potenziale critico. Bisogna quindi, in maniera accorta, mantenersi in equilibrio ed evitare di aderire al partito che vede in Adorno un ferro vecchio o a quello che lo vede come un indiscusso profeta delle catastrofi del secolo breve e del terzo millennio. Il modello critico e la proposta di una dialettica aperta sembrano essere gli strumenti che mancano all’uomo d’oggi (e che la rilettura di Adorno può offrire) per affrontare le sfide del mondo contemporaneo e che potrebbero efficacemente essere utilizzati per attenuare quelle quasi incontrollabili tendenze omologanti e degenerative che rischiano di togliere senso a termini e concetti come civiltà, umanità, democrazia, progresso. La dimensione della critica sociale, politica o culturale che sia ha risentito di un deciso e pressoché inarrestabile declino, connesso anche ad un movimento generale di apparente democratizzazione che, nell’adorniano processo di rovesciamento delle determinazioni, ha condotto ad una massificazione del pensiero, ad un progressivo assottigliamento della critica. Non si tratta, evidentemente, di discutere dell’intangibile diritto di esprimere i propri giudizi e le proprie valutazioni, ma del fatto che sempre più spesso tali giudizi e tali valutazioni restano in superficie, si riducono a tiepide descrizioni, a neutre constatazioni. Ma «la critica non è (né può essere) una semplice constatazione, non può limitarsi a descrivere e a catalogare: deve cercare qualcosa che c’è, che è nel testo e che ne determina – invisibile – il funzionamento», che sia dei meccanismi interni ad un testo, ad un’opera d’arte, ad una composizione musicale o alla società. Il problema è, comunque, più ampio ed articolato. Esso tocca, infatti, diversi livelli di questioni e solleva numerosi interrogativi. Alla domanda: «che fine ha fatto il pensiero critico?» dovremmo affiancarne almeno un’altra: «c’è qualche processo parallelo che ha inciso sulla crisi del pensiero critico?». Oltre alla già citata questione della evidente diffusione di un’idea per la quale tutti possono, anzi, devono esprimersi su tutto, nel mondo del tutto possibile (nel quale non sembra avere senso il quesito relativo alla differenza, di tipo morale, tra possibile e lecito) e di una generale indistinzione tra opinione e chiacchiera (si pensi agli innumerevoli opinion leader accreditati che vivono di anti-politica e/o anti-cultura), tra valori e disvalori (per la quale l’autodeterminazione del singolo viene scambiata per possibile adesione a principi tutt’altro che morali), tra mito e bluff (si pensi alla facilità con cui personaggi di media levatura possono diventare modelli, in ambito politico, culturale, artistico o musicale), in questo nuovo mondo qualcosa ha contribuito ad assopire la ragione critica? Non è trascurabile il ruolo assunto dalle moderne tecnologie di comunicazione di massa, tra tutte. I mezzi di comunicazione di massa, oltre che a rappresentare una impensabile opportunità di sviluppo, attraverso la mobilitazione di informazioni e di notizie, di comunicazione a lunga distanza in tempo reale, di rapida circolazione di cultura e di principi democratici hanno aperto la strada alla diffusione di fenomeni diseducativi e all’espressione di contenuti di qualsiasi tipo, senza alcuna regola o regolamentazione. L’elaborazione del proprio personale punto di vista, a partire dalla presa di posizione critica (che, è evidente, non implica necessariamente op-posizione o contrasto) rispetto alle opinioni dominanti, non è pensabile che si possa sviluppare in assenza di opportuni strumenti di analisi e di valutazione, tali da consentire un’adeguata comparazione ed una conse-guente scelta consapevole. In altre parole, si può vivere consapevolmente e autenticamente, esercitando un pensiero critico, di rottura. Il punto è che per esercitare la critica è necessario sviluppare quella che, parafrasando Jürgen Habermas, potremmo chiamare una competenza critica. Rispetto all’attuale stato di cose, quello di Adorno sembra essere un modello eminente di esercizio critico rigoroso ed esemplare, che attraversa la filosofia, la sociologia e l’arte. Il pensiero critico di Adorno non cessa di manifestare la propria attualità. Ecco che il precetto adorniano secondo cui il compito del pensiero critico non è quello di conservare il passato, ma redimere le speranze del passato, «non ha perso niente della sua attualità, ed è precisamente grazie all’attualità di quel precetto che il pensiero critico ha bisogno di essere ripensato continuamente per rimanere all’altezza del suo compito»(Bauman)