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Perseo di Macedonia

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di MARIA PACE

Filippo V di Macedonia aveva due figli, Perseo, il primogenito, e Demetrio. I romani puntarono sul secondo, poiché aveva trascorso a Roma parte della sua vita in qualità di ostaggio: una prima volta, inviato dal padre, dopo la battaglia di Cinocefale, nel 197 a.C. e poi  ancora nel 184 - 183 a. C., per sviare i sospetti dei Romani sulle intenzioni di riscossa del Re macedone;  Filippo V, infatti, sognava di riportare la Macedonia agli antichi splendori  dei tempi di Filippo II e di suo figlio Alesaandro Magno.

Il Senato romano, però, già vedeva il giovane figlio di Filippo, il quale aveva ricevuto una educazione alla romana,  alla guida della Macedonia, secondo un proprio progetto politico, per  la qual ragion, non gli fece mancare appoggi e amicizie.  Purtroppo, i pesanti contrasti e le continue tensioni che si crearono all'interno della famiglia macedone, ebbero come unico risultato la condanna a morte di Demetrio, inflittaal ragazzo con il consenso del padre, il re Filippo V.

Fu una vera tragedia familiare.

Re Filippo visse i suoi ultimi anni tra paure e sospetti di congiure conto la sua persona. Sospettò di tradimento perfino il figlio minore, Demetrio, da tutti chiamto Demetrio Filoromano, per la sua  non nascosta predilezione per lo stile di vita romano.

Fu proprio questo che suggerì al fratello maggiore, Perseo, l’idea di eliminarlo dalla successione al trono e restare egli, unico e solo erede. Prese, dunque, a complottare contro il fratello, accusandolo presso il padre, di intrighi e tradimenti contro  la monarchia macedone con  l’appoggio di Roma.

Invano il giovane principe provò a discolparsi; quando si rese conto che la corte del padre era per lui veramente il posto più pericoloso ed insicuro e le minacce sempre più vicine e concrete, provò a mettesi in salvo riparando a Roma.

Troppo tardi.


Acusato di tradimento, fu condannato a morte e con il consenso del padre, fu eseguita la sentenza.

Tolto di scena il fratello, il principe Perseo vide favorite le proprie aspirazioni ed alla morte di Filippo V, gli successe sul trono.

Re Filippo, però, scoprì presto l’inganno del figlio maggiore nei confronti del fratello e anche che questi era innocente di ogni ccusa e non  aveva ordito complotto alcuno contro la sua persona. Malato e assalito dai rimorsi, il  Re si ritirò ad Anfipoli, dove  maledisse  e diseredò Perseo, in favore del cugino, il principe Antigono, e dove morì di dolore, angustia e rimorsi, all’età di 59 anni circa.

Era l’anno 179  a.C.  e il principe Perseo diventava il nuovo Re di Macedonia.

A Perseo, però, mancavano la genialità del grande Alessandro e la misura del padre, Filippo V. Non gli mancavano invece, un grande ego , assoluta inesperienza e perfino un po’ di presunzione. Non ascoltava mai i suoi consiglieeri, infatti, i quali lo ammonivano, consigliando di non affrontare la stragrande supeeriorità militare dei Romani.

“Se, signore, prenderai le armi contro il popolo romano, perderai il regno e la libertà!” continuavano a ripetergli, ma senza successo:  Perseo voleva la guerra contro Roma  ed era solo a caccia di un preteato.

Il nuovo Sovrano, duque, si rivelò affatto degno del valore degli illustri antenati; ma, si rivelò presto grande nemico di Roma, nonostante che, all’inizio, ostentasse un comportamento pacifico. In realtà, egli aveva cominciato fin da subito  a tessere la tela delle alleanze anti-romane ed aveva preso a cavalcare il malcontento popolare, ma anche il desiderio della sua gente di liberarsi del giogo greco. Ma, più di ogni altra cosa, egli sognava di ricreare quel prestigio meritatamente riconosciuto alla monarchia macedone. Lo fece rafforzandosi sia all’esterno, con i popoli limitrofi, sia all’interno attraverso una politica di alleanze attraverso patti di amicizia e soprattutto legami matrimoniali: diede in moglie sua sorella al re di Bitinia ed egli stesso sposò la figlia del Re di Siria.

Sempre in politica interna, infine, fece una mossa quanto mai azzardata che, però, proprio pe la sua spregiudicatezza, gli favorì il consenso della popolazione.

Cosa fece di così eclatante?

Concesse amnistia a tutti gli esuli, politici e non, richiamandoli in patria ed affisse i loro nomi davanti ai Santuari di Apollo a Delo ed a Delfi. L’”operazione propagandistica” ebbe gran successo ed egli  godette del favore di Delfi.

La guerra: la battaglia di Pidna

Nemico di Perseo era Eumene, re di Pergamo e alleato dei romani.

Nel 172 a.C., Eumene  andò a Roma per presentare di persona le sue lagnanze: era preoccupato dalla politica espansionistica macedone in Grecia e in Tracia. I romani, però, non erano ancora pronti alla guerra, e presero tempo, per meglio organizzarsi.

Pur smanioso di prendere le armi contro Roma, tuttavia, Perseo non osò attaccare per primo e per un anno attese il maturare degli eventi.

Giunse l’anno 171. a.C.

Contrariamente ad ogni previsione, la Grecia non era passata al fianco di Perseo, forse intimorita dalla potenza romana, ma, forse, perché poco convinta della forza della Macedonia.

Furono gli Etoli, invece, a schierarsi con Roma, nella speranza di contrastare il troppo potente regno ai suoi confini. Anche la lega Achea si schierava, come sempre, con i romani, come Pergamo e Rodi.

Perseo si trovò isolato.

In realtà, le prime battaglie furono favorevoli a Perseo. I romani combattevano in modo discontinuo e, quel che è peggio, si  abbandonavano ad atti di soprusi e violenze verso le popolazioni locali: un comportamento che  accese i Greci di animosità e desiderio di vendetta ne i confronti dei Romani e di nuova intesa con i Macedoni.

Fu proprio in quella occasione che Perseo commise il primo errore:  ipotizzando una inferiorità militare dei Romani e allo scopo di incentivare i propri traffici  sul mare, chiese a Roma di  intavolare un Trattato di Pace.

Il Senato di Roma non solamente respinse le richeste di pace, ma passò all’attacco e gli mandò contro un esercito ordinato e agguerrito, al comando del legato Lucio Emilio Paolo che  lo raggiunse nelle vicimnze di Pidna,in Tessaglia.

Fu una battaglia  breve e cruenta che lasciò sul campo ventimila  macedoni  ed altri undicimila furono fatti prigionieri.

Tutto questo dopo una schiacciante superiorità della falance macedone che ricacciò la fanteria romana  sulle alture circostanti il campo di battaglia. L’attacco macedone, però, era stato troppo rapido e scollegato, cosicché le falangi si ritrovarono separate  e fu facile  alla seconda linea di fanti romani, attaccarle e sbaragliarle. Quanto alla cavalleria, invece di intervenire, preferì ritirrsi, cosicché a Perseo non restò che cercare scampo nella fuga, portando, in nome della proverbiale avarizia di cui era  accusato, l’ingente tesoro.

La fuga durò poco e Perseo finì nelle mani dei romani assieme alla famiglia ed all’ingente tesoro per poi essere esibito come trofeo di guerra, in catene per le strade di Roma, davanti al carro del vincitore: il generale  Emilio Paolo.

Dopo l’umiliazione della marcia trionfale del vincitore,  Perseo venne deportato con il figlio Alessandro e il suo seguito asìd Alba Fucens dove morì due anni dopo .