La pace non è solo assenza di guerra

Stampa

di MARIAPIA METALLO

Creare la pace, lo insegnavano Gandhi e Martin Luther King, significa combattere per essa e nessuna pace è veramente tale dove siano calpestati i diritti. E quando i diritti sono calpestati occorre mobilitarsi, facendo guerra alla guerra. Lo stesso Hegel sentì la necessità di rappresentare tramite esempi l’importanza fondamentale del conflitto e di certo quello più illuminante è dato dalla figura 'Signoria-Servitù', ripresa in seguito da Marx. Qui Hegel hobbesianamente pone in evidenza che il primigenio incontro tra gli individui crea le loro autocoscienze, ma solo partendo da una costitutiva dimensione di lotta per la vita e per la morte che cessa solo quando uno dei due esseri soccombe e accetta, in cambio della sopravvivenza, la sottomissione al vincitore. Successivamente, il servo nel lavorare per il padrone apprende a trasformare la Natura e ciò pone le premesse per il rovesciamento della situazione: venendo meno i vincoli storico-giuridici che lo legano al padrone, sarà il servo a dominare e il suo signore a soccombere, perché il servo è diventato a sua volta padrone della Natura e il signore no.


Un altro esempio della necessità logica del conflitto Hegel lo fornisce allontanandosi dall’interpretazione che i suoi contemporanei – Burke, Haller, De Maistre – davano della Rivoluzione Francese: essa ha fallito nell’assolutizzare la libertà e sanguinosamente è sfociata nel Terrore, ma ha avuto il merito di spazzare via sistemi politici sopravvissuti alla loro funzione storica, corpi che non si sono accorti di essere morti. Così, quando nei Lineamenti della Filosofia del Diritto Hegel afferma che la guerra "preserva i popoli dalla putredine cui sarebbero ridotti da una pace duratura o addirittura perpetua" sarà opportuno fornire una serie di chiavi interpretative di cui tenere conto:


In primo luogo, Hegel non attribuisce alla filosofia il compito di costruire un mondo nuovo, ma quello di descriverne la struttura razionale: conseguentemente, se la guerra c’è sempre stata e c’è ergo deve esserci.

.
Nonostante questo, per quanto detto sulla Rivoluzione Francese, qualcosa di ciò che è in atto non merita di conservarsi e deve essere superato, così come è accaduto nel passato, quando la storia ha mostrato che grandi e civili imperi sono stati rovesciati dai cosiddetti 'eroi cosmo-storici' – uno per tutti, Napoleone – i quali, pur perseguendo i propri fini, hanno contribuito a realizzare il piano generale dello Spirito; insomma, i tiranni o i governanti incapaci sappiano che c’è sempre una possibilità che il loro potere non sorretto da razionalità venga rovesciato. In tal senso, la guerra, interna o esterna, è il supremo cimento che mette alla prova la vitalità di uno stato e la 'realtà effettuale' della vittoria stabilisce anche chi esprime il livello maggiore di razionalità in una data epoca: la Storia del Mondo è, pertanto, anche Tribunale del Mondo, per cui chi vince un conflitto non “ha” ragione, “è” la ragione stessa che si dispiega.


Non va, infine, trascurata l’avversione di Hegel per il pensiero contrattualista e giusnaturalista che da Hobbes e Grozio approdava fino a Kant: egli, infatti, ritiene che lo stato non sia una costruzione convenzionale, ma l’incarnazione storica della Ragione e, perciò, non ipotizza nessun livello di fondazione del diritto su altro che non sia l’autorità dello stato stesso. Ne deriva che la risoluzione delle controversie non può essere, secondo Hegel, affidata a nessun organismo sovrastatale ma debba essere risolta attraverso la guerra.