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La schiavitù a Roma

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di MARIA PACE

Instrumentum vocale! Era questo il termine con cui si indicava lo schiavo: strumento parlante.


Non c’è proprio bisogno di fare alcuna considerazione al riguardo, il termine si commenta  da sé: lo schiavo non era un essere umano, bensì uno strumento… e verso la fine del periodo repubblicano, a Roma, di “strumenti parlanti” ve n’erano davvero molti: almeno un terzo della popolazione.

Non c’è da stupirsi: la società di contadini-guerrieri si era trasformata in una società schiavista e il prestigio il livello del benessere, ecc… si misurava in base al numero di schiavi presenti in una casa. Così, ad esempio, la reputazione di un magistrato era  misurata in  base al numero ed alla qualità degli schiavi con cui si presentava nel Foro o in tribunale.

Chi erano questi schiavi?

Erano soprattutto prigionieri di guerra, ma era davvero assai facile precipitare in questa  condizione per certi versi davvero aberrante. Come  nel caso del pater familias,  che permetteva ad un uomo libero di vendersi il figlio e ancora più  riprovevole,  l’abbandono nei boschi,  di neonati  affetti da deformazioni   fisiche,  malaticci o semplicemente non voluti, i quali venivano esposti  ai pericoli dei boschi, ma spesso salvati da mercanti di schiavi che li allevavano per poi  venderli al mercato degli schiavi, come fossero animaletti domestici.  E  ancora,  bambini  rapiti da briganti e pirati, allo stesso  scopo.   Anche per uomini nati liberi,  ma  caduti nei lacci dei debiti,  era facile ritrovarsi non più uomo libero, proprio  allo stesso modo di un uomo condannato a qualche pena giudiziaria che prevedeva la perdita della   libertà.

Il fenomeno iniziò fin dalle origini della storia romana, ma andò sempre più aumentando e sviluppandosi con  la politica espansionistica di Roma e la conquista di  territori e popolazioni che venivano sempre destinate al mercato degli schiavi.

Questo soprattutto nella “villa schiavista”, per la cui conduzione ottimale, agronomi come Columella  e Varrone,  consigliavano l’utilizzo di altri due tipi di  strumenti: instrumentum semivocale, ossia gli animali e gli instrumentum mutum, cioè gli attrezzi agricoli.

Uno strumento! Un oggetto, dunque! Un oggetto  e un bene prezioso da preservare con cura perché  potesse durare a lungo ed essere sempre efficiente, nutrito, curato e riparato da intemperie.

Una condizione, quella dello schiavo. assai degradante: considerati solamente oggetti, venivano perfino marchiati a fuoco per  specificarne la proprietà.  Una condizione  considerarata dai Romani perfino infamante, tanto che, piuttosto che cadere prigioniero e quindi schiavo del nemico,  e cioè del barbaro, il soldato romano preferiva togliersi la vita…

Un poco più accettabili, invece, le condizioni dello schiavo della casa padronale in città; servus o ancillusdominus, il  suo padrone.

Come sempre, c’era l’eccezione alla regola e una di queste eccezioni era il possesso di  schiavi da parte di uno schiavo:   una condizione  che era solo una benevole concessione del padrone nei confronti del suo  assistito…. Benevole concessione come quella della “famiglia servile”, che uno schiavo poteva formare, unendosi ad una schiava.

Queste unioni, in realtà, erano  ben viste dal padrone,   favorite e incoraggiate; se poi le donne erano particolarmente  produttive, le si riconoscevano lunghi periodi di riposo, giungendo talvolta perfino a donarle la libertà, se la schiava diventava madre per oltre la terza gravidanza,

Per contro, lo schiavo non aveva  alcun diritto, né dignità  giuridica e non poteva possedere  beni propri, né una propria famiglia: l’unione servile  non era considerata un matrimonio, ma solo una convivenza ed i figli degli schiavi erano anch’essi schiavi e proprietà del dominus.

La libertà è il bene più prezioso e, naturalmente, tornare liberi era l’aspirazione di ogni schiavo; fuggire, però, era quasi impossibile e quando si riusciva a mettere in atto la fuga,  le punizioni erano assai dure e severe ed a volte erano veramente crudeli: dai lavori più pesanti nelle cave e nelle miniere, fino alla fustigazione, all’arena  e perfino alla crocifissione.

Tentativi di fuga, però, non mancavano anche perché riuscire a sottrarsi alla cattura, significava ritorno alla libertà, secondo una   consuetudine  tacitamente  riconosciuta ed adottata.

Ogni abitazione in cui vivevano schiavi  era dotata di una prigione domestica chiamata ergastulum in cui rinchiudere gli schiavi più ribelli e indisciplinati.

Quali erano le mansioni degli schiavi?

Le più disparate. Secondo il livello culturale, inclinazioni o aspetto fisico, ecc…  In base alle capacità, si incontravano schiavi che ricoprivano ruoli di atleti, architetti, scrittori,  filosofi, pedagoghi, contabili, maggiordomi, ecc… Quelli  più colti venivano impiegati come  precettori o anche  insegnanti, soprattutto delle lingue di greco e latino; quanto a quelli di bell’aspetto, graziosi o aitanti, fanciulli e fanciulle, agghindati  e ben vestiti, erano addetti al servizio a tavola durante i frequenti banchetti del padrone. Alcuni di loro, i “servus al pedes”, avvenenti schiavi che venivano fatti sedere ai piedi del triclinius accanto ad ognuno degli invitati, godevano di una posizione di privilegio, rispetto agli altri. Proprio come quelli che, acquistati da bambini, crescevano e venivano “allevati” come  graziosi animaletti domestici per il piacere del padrone..

Privilegiati, quelli che si occupavano del benessere e della cura della persona del padrone e della padrona, con il compito di aiutarli con il bagno, il massaggio, l’abbigliamento, la pettinatura, ecc…e, naturalmente, quelli che il padrone esigeva per il proprio piacere sessuale.

Assai dura, invece, come si è già detto, la condizione dello schiavo villico adibito a lavori pesanti e assai spesso ripetitivi, ma non diversa era la sorte di quelli che venivano destinati ai lavori delle miniere o di quelli destinati alle arene.

Affinché tutto ciò procedesse senza problemi, bisognava innanzitutto prevenire ribellioni, disordini e aggregazioni tra  schiavi. Questo, però,  non  impedì che si creassero  organismi di tutela, i collegia, dei diritti più elementari della persona. Considerati, infatti, come oggetti, gli schiavi erano lasciati alla totale mercé del padrone in quale aveva su di lui perfino potere di vita o morte, oltre al diritto di disfarsene in caso di vecchiaia o malattia, di  consentire unioni tra schiavo e una schiava ( unione chiamata contubernium) salvo poi separarla vendendone i componenti.

I figli nati da schiavi erano, naturalmente, giuridicamente schiavi, ma con una grossa differenza:  il figlio di una  madre schiava, era schiavo, mentre il figlio nato da una madre libera, era libero, anche se il padre era schiavo.

Le condizioni col tempo cominciarono a migliorare, sia pur quasi impercettibilmente. Gli schiavi potevano rifugiarsi in Campidoglio per protestare contro un padrone troppo severo, ma non si hanno notizie di padroni puniti per questo. Si dovrà aspettare l’epoca imperiale per vedere approvata, ad esempio,.la Lex Petronia che  proibiva al padrone di   gettare nell’arena il proprio schiavo senza una sentenza del giudice. Oppure la Lex Claudia che puniva il padrone che abbandonava lo schiavo vecchio e malato o ancora quella di Adriano che toglieva al padrone il diritto di vita o di morte sui suoi schiavi e quella di Antonino Pio, che considerava omicidio e come tale puniva, l’assassinio di uno schiavo senza giusta ragione.

In realtà, poiché lo schiavo ricopriva un ruolo assai importante nella economia della Repubblica, l’uccisione di uno schiavo,  bene  prezioso ma  anche costoso, costituiva un danno e una perdita.

Al contrario, lo schiavo affrancato dal padrone, acquisiva svariati diritti, fermo restando l’obbligo di fedeltà. Soprattutto in età imperiale, furono molti i liberti, questo il nome di questi schiavi affrancati, che fecero strepitose carriere grazie alla propria cultura, capacità ed intraprendenza, al servizio degli Imperatori, i quali li preferivano ai Senatori per la loro assoluta fedeltà; la  Lex Aemilia, infine, concedeva, sia pur con  molte limitazioni, il voto ai liberti.

Incombenze di tutto prestigio, dunque, rispetto al passato, pur essendo, lo schiavo, un soggetto privo di diritti o obblighi  giuridici e pur non potendo possedere nulla.

Fin dal passato, però, fin da subito, si consolidò la pratica di concedere al schiavo una somma di denaro oppure delle proprietà  da gestire per conto proprio:il peculium. Questo , il primo passo per il riscatto, attraverso una propria attività che permettesse la formazione di un patrimonio, soprattutto in età classica