Il SudEst

Sunday
Dec 09th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Cultura Cultura Umberto Saba. Un’esperienza di vita e di poesia

Umberto Saba. Un’esperienza di vita e di poesia

Email Stampa PDF

di DONATELLA FOLLIERI

Le rose che nascondono un abisso

 

L'esperienza poetica e la vicenda personale di Umberto Saba rivelano caratteri particolari e singolari nell'ambito delle tendenze dominanti nella cultura italiana di primo Novecento, secolo che nasce all'insegna di un profondo rinnovamento e della percezione della complessità del reale rispetto alla totale fiducia in una conoscenza oggettiva propria della cultura positivistica.

Siamo agli albori della società industriale e di massa, la letteratura perde il suo primato civile, il suo mandato etico, cessa di rappresentare lo strumento principale di educazione delle coscienze, la sua missione pedagogica viene drasticamente ridimensionata, per entrare nelle dinamiche di uno sviluppo produttivo, viene mercificata, reificata.

Il risultato del lavoro artistico è il libro, un prodotto il cui successo o il cui fallimento sono decretati dal mercato, dal pubblico dei lettori.

Il letterato “perde l'aureola”, secondo la metafora di Baudelaire, non ha più un ruolo guida.

Il tempo soggiace al principio di utilità.

La fortuna di Saba non fu immediata.

Un salto qualitativo nel percorso della critica è quello che si registra a partire dagli anni ‘20 in alcune riviste, tra cui Solaria, e dagli interventi di lettori fedeli come Giacomo Debenedetti il quale nel fascicolo speciale dedicato a Saba, interviene con un saggio, lodando la poesia interiore in evidente polemica con lo sperimentalismo avanguardistico: “la sua vita ha accenti indimenticabili ed è certamente la più autentica prefazione ai suoi versi… l'originalità della sua poesia consiste

nell’essere completamente sincero, nell’abbandonarsi all'esplorazione del mondo come se fosse cosa vergine e primitiva… egli è forse il poeta contemporaneo nel quale più viva e incorruttibile sia rimasta la fede di poter offrire con la poesia un dono dell'anima”.

Nella critica del secondo dopoguerra, Saba viene esaltato come poeta dell'umanità ricca, capace di osservare la vita quotidiana e di elevarla a tema della propria poesia.

Dopo aver pubblicato le sue prime raccolte di versi nel 1910, Saba pensa di raccogliere i suoi lavori in un'opera unitaria, in cui fosse evidente l'intreccio tra vita e creazione artistica.

Comincia a lavorare alla sua produzione, organizzando i vari testi in un libro dal titolo Canzoniere, inizialmente aderendo allo splendore e alla purezza del modello petrarchesco, per poi trovare il punto di riferimento in quello di Heine: “quello di Saba era ed è un labirinto dalle circonvoluzioni così personali, che naturalmente egli sentiva il bisogno di giustificazioni molto vistose - Petrarca, Leopardi - per confessare che lo stava percorrendo. Un'avventura tanto privata rischiava di non trovare nessuno che fosse disposto a capirla, a condividerla” Giacomo Debenedetti.

Le raccolte furono disposte in ordine cronologico e ognuna legata a un tempo e una situazione della vita del poeta, in modo da testimoniare lo svolgersi di un racconto autobiografico, il rapporto dell'autore con se stesso e con il proprio ambiente: “Il Canzoniere è la storia (non avremmo nulla in contrario a dire il “romanzo psicologico”) di una vita povera di avvenimenti esterni, ricca, a volte, di moti risonanze interne, e delle persone che il poeta amò nel corso di quella lunga vita, e delle quali fece le sue figure.

Dichiarandosi fedele alla lezione dei classici e ritenendo la lingua della tradizione viva, mantiene una sintassi regolare e un vocabolario meglio con qualche termine aulico.

L'opposizione passato - regolarità, ordine, rigore dell'io poetico, modernità - presente, disordine, crisi dell'io poetico, è alla base della struttura diadica, duale del Canzoniere.

Questo sdoppiamento sarà ritenuto alla base della propria vicenda.

La prima edizione è dal 1921.

L'edizione del 1945, pubblicata da Einaudi, aggiornata con tutta la produzione di altri ventiquattro anni poesia, vede modificazioni dell'ordinamento e varianti spesso notevoli dei testi già compresi nella prima e l'inserzione di nuovi gruppi di componimenti.

Quella definitiva, che abbraccia l'intero arco dell'attività poetica, uscirà postuma nel 1961.

La tiepida accoglienza che la critica ha riservato all'opera induce Saba a farsi interprete di se stesso, scrivendo tra il 1944 e il 1947, Storia e cronistoria del Canzoniere, pubblicata nel 1948 e giocosamente presentata come tesi di laurea di un certo Giuseppe Carimandrei.

La scelta della terza persona può voler porre una distanza critica tra se stesso e la propria opera o come appare più probabile, rivela il tentativo di rivendicare l'originalità della propria poesia e di ottenere il consenso dei lettori.

Un racconto in cui i protagonisti sono il poeta e la propria poesia ed in cui l'autore ci fornisce anche il quadro di una vicenda umana e psicologica alla base della sua opera.

Il Canzoniere vuole essere la testimonianza di un percorso che rifletta le stagioni della propria esistenza della propria poetica.

La complessa dialettica tra i poli opposti di amore e morte viene arricchita dalla presenza concreta dell'umano, colto nella sua quotidianità.

È poesia di un'angoscia profonda che preme dall'interiorità dell'uomo, che nasce dalle sensazioni di fratture esistenziali.

Saba non è un nome anagrafico ma uno pseudonimo, quello destinato a imporsi tra i tanti ai quali egli aveva fatto ricorso.

Assumere uno pseudonimo significa ripudiare per vergogna o di sentimento, il nome trasmesso dal padre.

E Saba prova rancore verso Ugo Edoardo Poli per aver abbandonato il tetto coniugale prima ancora che gli nascesse, abiurando la religione ebraica, a cui da poco si era convertito, e dandosi ad un'esistenza nomade ed irregolare.

Ma la pseudonimia è anche rottura con gli altri.

Simbolicamente, infatti, il nome è situato nel punto di incontro tra l'esistenza per sé e l’esistenza per l'altro, vuol dire accettare il proprio essere profondo e quello sociale.

Gli pseudonimi di cui il poeta si serve costituiscono i sintomi di una profonda insofferenza nei confronti del proprio essere reale e la volontà di affermare un'identità poetica capace di redimere quella sociale.

Con la pubblicazione del primo Canzoniere, lo pseudonimo Saba sollevato alla dignità di nome d'autore, a suggellare una personalità poetica originale e inconfondibile.

La poesia di Saba è espressione di una scissione psicologica profonda che lo caratterizza in quanto individuo, derivante dall’insanabile conflitto tra l'io e il mondo, tra desiderio di vivere il rapporto con la realtà e la vita degli uomini, nella socialità, nella “calda vita”, da un lato, nell'isolamento, nel suo orgoglio narcisistico, nell'irriducibile diversità.

Da qui nasce una sorta di inibizione a vivere, un doloroso sentimento di precarietà e inappagamento, esclusione.

Per Saba poesia e vita sono intimamente connesse, “nessun divorzio è avvenuto tra poesia e vita” Storia e Cronistoria del Canzoniere, “i poeti devono essere ricercatori del vero”, Quello che resta da fare ai poeti.

Che ruolo, dunque, assume la poesia?

Quello di cercare nel profondo, nell’oscuro fondo della vita, di regredire alle proprie origini ritornare al proprio passato, nel grembo materno per ripercorrere la vita con il suo bene il suo male, nell’esperienza della duplicità, per chiarire i dolori e le lacerazioni.

Riscoprire il proprio tempo a partire dalla nascita vuol dire capirne i vari traumi, tempo che assume un andamento circolare, in cui frammentarietà, caos, pluralità tornano ad incontrarsi nella loro unità.

La poesia espia delle sue colpe il passato, conduce alla pacificazione con esso, “la poesia copre con un velo la labilità del nostro essere” Secondo congedo in Preludio e Fughe, ricompone la scissione del soggetto.

La vita è dunque la condizione della poesia, concepita come attività delucidante, lenitiva e catartica, pur se non salvatrice.

Saba attribuirà le origini delle proprie fratture esistenziali a vari aspetti.

A una crudele legge di natura, a una fatale maledizione che grava sulla condizione umana, la scissione originaria, che risale alla nascita, il principium individuationis – Nietzsche - che accomuna tutti gli uomini.

In Al di là del principio del piacere Freud sostiene che ciascuno di noi porti con sé la nostalgia del grembo materno come unità differenziata del Tutto.

Quando l'individuo è messo al mondo si trova ad agire tra potenze contrapposte: pulsione di vita / pulsione di morte, principio di realtà / principio di piacere.

Alle diverse razze dei genitori, madre ebrea e padre ariano, “due razze in antica tenzone” Terzo Sonetto dell’Autobiografia.

Ai loro diversi caratteri, ossessionato dal matrimonio infelice dei genitori per tutta la vita, reputa le circostanze del loro incontro come decisive e per il suo destino, che vivrà sotto il segno della malattia.

Questa teoria è elaborata in seguito alla lettura del libro dello scrittore austriaco Otto Weininger, Sesso e Carattere, in cui si afferma che l'uomo è il risultato del primo incontro tra il padre e la madre, ereditando le caratteristiche dell’uno e dell'altro.

Il carattere dei genitori risulterà decisivo per la formazione della personalità del proprio figlio.

All'abbandono del padre.

Alla traumatica separazione della nutrice, alla quale era stato affidato per qualche tempo dalla madre, che per questo sarà odiata ed anche per il fatto di averlo rifiutato alla nascita.

Nella poesia Preghiera alla madre viene manifestata la riconciliazione con questa figura.

Oggi è possibile ricomprenderla nel microcosmo dell'infanzia con funzione diversa, “ieri in tomba obliata, oggi rinata presenza”.

Come la mano, rimosso un impedimento, fa riaffiorare una piena d'acqua, simbolo di ciò che fluisce, della vita e del tempo, così la madre seppellita e rimossa da quest'ultimo può ora riaffiorare in superficie, ritornando nel flusso della vita del poeta, arricchendolo e dissetandolo come l'acqua pura e limpida.

Pensare alla madre non genera più sofferenza e l'anima del poeta, tornato fanciullo, conversa con la madre serenamente.

Il viso mesto che lo impauriva diventa qualcosa di cui inebriarsi, felicità panica, acquista le sembianze di un lume, immagine di luce, al quale il fanciullo può avvicinarsi per trarne saggezza, come la farfalla quando cerca la luce.

All'origine triestina.

“Nascere a Trieste nel 1883, in una città di traffici, varia e di costumi” SCC, significa per Saba essere precocemente traumaticamente segnato dall'esperienza della promiscuità.

Sviluppata sul piano economico e mercantile, unico porto dell'impero asburgico, accusa un ritardo culturale agli inizi del ventesimo secolo, perché priva di una tradizione.

Crogiolo e crocevia di culture diverse italiana, tedesca, slava, armena, e l'importante componente ebraica; di frontiera perché situata ai confini dell'Austria prima dell'Italia oggi.

Ma proprio questa poliedricità ne ha fatto un terreno fertile, pronto ad assorbire gli stimoli e le suggestioni della cultura mitteleuropea di questo periodo.

È qui che penetrerà facilmente la psicoanalisi di Freud, attraverso uno dei suoi discepoli, il Dott.Weiss.

Il carattere dominante di introspezione della poesia sabiana è comune di scrittori triestini.

I due più importanti esponenti della vita letteraria triestina, Saba e Svevo, per tanti versi così vicini soprattutto nell'amore verso la propria città, si distinsero nella forma in cui scelsero di esprimersi, la prosa uno, la poesia l’altro.

I due si frequentarono a lungo, anche se Svevo riuscì a comprendere con fatica l'anima tormentata nel suo concittadino, incapace di apprezzare, come lui, l'intima ironia della vita.

Si incontravano ogni giorno del mitico Caffè Garibaldi.

Svevo, con la sua socievolezza, riusciva ad animare la compagnia del Caffè e sapeva conquistare anche Saba, il che non era facile impresa.

Nella Trieste primonovecentesca la letteratura non assume la dignità di un'attività, ma viene coltivata come un vizio segreto, nasce come una reazione ed integrazione alla norma sociale. Svolgere la propria autonoma e specifica funzione equivale per gli intellettuali triestini a farsi testimoni ed interpreti della cultura e del sentimento nazionale italiani di contro allo spirito bottegaio e mercantile trapiantato dai tedeschi.

Per un poeta acquisire e difendere una propria originalità in una città dall'anima tanto variegata, vuol dire radicarsi nella tradizione letteraria italiana, per costruirsi un passato, per recuperare il senso della continuità storica, per sentirsi partecipi di un'eredità.

La fedeltà alla tradizione costituisce per Saba una necessità più che una scelta.

Il tenace attaccamento alle forme sancite dalla tradizione proviene dalla condizione di adattamento della cultura triestina, una condizione che rendeva appunto quelle farmi ancora praticabili e aperte, consentendo che la rima, l'endecasillabo, il sonetto arrivassero tra le mani di Saba con una vitalità altrove impossibile.

Ma il rispetto degli istituti della metrica tradizionale appare anche come una reazione all'indifferenza, che il mondo moderno, la società dei traffici e degli affari riservano ai poeti e alla poesia.

Si propone come affermazione di un ruolo inattuale, destituito dal suo mandato etico-civile, dalla tradizione ricavano la loro investitura, la presunzione della loro autorevolezza.

A causa di queste dicotomie della sua esistenza, Saba si scopre malato.

Il carteggio con i suoi intimi amici, Giacomo Debenedetti, Sergio Solmi, Sandro Penna, Joachim Flescher, ne è testimone.

Dice di soffrire di una malattia nervosa, che origine ereditarie, acquisita dall'angoscia di cui ha sofferto la madre durante la gestazione.

Spinto da disperazione, dice di aver seguito il consiglio di un amico nel tentare una cura psicoanalitica, essendo Trieste la sola città italiana ad avere un medico, il Dott. Weiss, uno dei migliori allievi di Freud, che si occupi di cura psicanalitica.

Siamo nel 1929 ma già precedentemente nelle poesie di Saba ci troviamo davanti a consonanze tra il simbolismo delle sue liriche e le teorie freudiane, che mostrano le capacità di autoanalisi del poeta, la profondità di osservazione psicologica, il suo possedere già tematiche prefreudiane, per dirla alla Contini “nasceva psicoanalitico prima della psicanalisi”.

Saba conosceva la psicoanalisi, quindi, prima del 1929, anche grazie al successo dello Zeno di Svevo, che definì il romanzo come la cosa più fresca che fosse stata tutta in Italia dal 1900, e per le conversazioni nel caffè triestini.

“Oltre alle profondità dell'Es, mi riappariva l'azzurro del cielo”, “molte, infinite cose ho capito attraverso la cura, di me degli altri”.

Le teorie freudiane aiutano Saba a far luce sulla condizione dell'uomo contemporaneo, prima ancora di fornirgli le categorie utili a penetrare i recessi della sua particolarissima costituzione psicologica, a discernere l'origine del suo conflitto interiore.

In Storia e cronistoria del canzoniere, quando razionalizzerà la sua esperienza analitica, riconoscerà che la psicoanalisi più che portarlo ad una completa guarigione lo aveva rafforzato nei suoi mezzi poetici.

Si accorse che la cura non poteva eliminare la ferita ma lenirla e sublimarla con una più reale coscienza.

Ci spiega che la cura “consiste nel rimuovere, o cercare di rimuovere, il velo d’amnesia che copre gli avvenimenti della primissima infanzia, e trovare in essi le ragioni dei conflitti che lacerano la vita dell'adulto, dell'umanità”.

Nel saggio pubblicato sulla Fiera letteraria, Poesia, filosofia, psicanalisi, risposta ad un precedente intervento di Benedetto Croce, afferma che poesia e psicanalisi siano incompatibili.

La poesia, come tutte le arti, è impensabile senza che ci sia, in chi la esercita, una forte carica di narcisismo, carica che l'analisi tende, per quanto possibile a diminuire, deviandola dal soggetto all'oggetto.

Un estremo narcisismo ed una, anche relativa, salute psichica non possono coesistere.

Una persona che, attraverso un'esperienza psicoanalitica completamente riuscita, avesse superate le problematiche della propria infanzia, non scriverebbe più poesie.

Ma se si è un vero poeta, la poesia rappresenta un compenso troppo forte alla nevrosi, perché possa rinunciare benefici della malattia.

“Chi vuole occuparsi del pensiero umano non può più prescindere dall' inconscio; l'ignoranza di questo e delle strane leggi che lo governano, ha generato sia negli uomini di pensiero che negli uomini d'azione, gran parte degli errori e degli spaventevoli mali che funestarono il nostro infelice secolo”.

L'acquisto della libreria procura al poeta l’auspicata tranquillità economica, lo immerge nella vita umile, con le sue incombenze e preoccupazioni quotidiane, nel forzoso contatto con gli altri, e giova persino alla sua poesia, che guadagna in leggerezza, allorché comincia a nutrirsi di un'esperienza in astratto incompatibile con l'assoluta dedizione alla letteratura, con l'esclusivo amore per essa. Riferirà in una lettera a De Benedetti di aver scritto, nel suo negozio, le poesie più belle.

Ma l'acquisto della libreria ha l’ulteriore, importante significato di un atto di riparazione, per quanto tardivo: esso consente a Saba di riconciliarsi con la “memoria del sangue materno”, con la cultura e le usanze della comunità ebraica, di riappacificarsi con la sua città, con l'anima mercantile di Trieste.

È un ritrovare e riappropriarsi di un'identità che non poggia unicamente sul fondamento della tradizione letteraria, ma affonda le radici in una concreta realtà storica e sociale.

La conversione al principio di realtà non implica però il ripudio delle lettere.

Saba scende a lavorare tra la gente ma si riserva una collocazione appartata, discreta.

Si confina in una strada poco frequentata, in un angolo nascosto nel cuore commerciale della sua città.

Sceglie, come i suoi familiari nel gatto, di comprare e vendere oggetti usati, libri antichi testimonianze di un mondo scomparso, di un sapere in attuale, frammenti di un'altra vita che il cinismo dell'età presente ha destituito del valore culturale, ha reificato nella forma della merce, ha integrato nell’alienante circuito dello scambio epperò capace di parlare a chi voglia e sappia interrogarli.

Qui Saba alterna la cura del commercio all'esercizio della poesia, cui non chiede più onore e fama, fissa il suo sguardo implacabile nel disagio della civiltà, afferma il principio di piacere pur nella consapevolezza dell’inevitabile vittoria, biologica e storico-politica, dell'istinto di morte.

Il “terzo uomo” diverso dalla persona reale e da quella poetica, ma anche collocato nel loro ideale punto di intersezione, nasce nella bottega di via San Nicolò 30 a Trieste.

Dopo il manifestarsi della nevrosi, Saba ha compreso la vanità di ogni tentativo di compensare le ferite che la realtà infligge al suo narcisismo.

E tale consapevolezza si è rafforzata a seguito dell’insuccesso del Canzoniere, tanto più forte perché, insegnava Freud, il punto più vulnerabile del sistema narcisistico risiede nell' aspirazione all'immortalità dell'io che la realtà mette radicalmente in forse e che l’arte è, appunto, incaricata di guarire.